lunedì, 27 marzo 2017
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Opinioni e commenti
 

Scrive Alessio Zampella:
perché resto nel Psi
Pubblicato il 05-08-2015


Agosto infuocato. Continuano le polemiche interne al PSI per la decisione di Marco Di Lello di passare nel PD a prescindere dalle intenzioni di tutti gli altri. In sostanza: vi dico quello che secondo me dovremmo fare, cosa più che legittima, ma se non siete d’accordo io lo faccio lo stesso, cosa per niente legittima.

In realtà non c’è nulla di davvero nuovo sotto il sole. Non è nuova l’intenzione di un compagno di andar via e raggiungere lidi che forse consentano maggiori opportunità, non è nuova la scoperta improvvisa dei geni socialisti e riformisti del PD, non è nuovo il riferimento al PSE, non è nuovo, nella transumanza, il tentativo di squalificare la casa che si lascia.

Il PD sarà anche il più grande partito aderente al PSE, e forse valeva per l’anno scorso e non per questi giorni, ma quanta importanza ha questo dato formale? Non c’è un’ombra di socialismo e di politiche socialiste, non ci sono prospettive di cambiamento reale che interessino le fasce sociali più deboli, non c’è una piattaforma politica autentica che sintetizzi posizioni diverse e le applichi con metodo riformista.

Il PD è, a voler essere gentili, un grande agglomerato di comitati elettorali personali e si regge sostanzialmente su due aspetti. Il primo è lo squisito interesse per la gestione: parliamo di migliaia di amministratori in tutta la penisola, buoni e meno buoni, un patrimonio di voti e soldi difficilmente quantificabile. Il secondo è l’estrema fidelizzazione delle due “basi” di cui oggi si compone: quella più vecchia, composta dagli antichi adoratori del comunismo italiano, abituati da sempre a riporre la propria fede nella parola del proprio gruppo dirigente, e pur tuttavia una base in odore di sfaldamento dopo le tante delusioni recenti e meno recenti; quella più nuova, composta dai moderni adoratori del leader assoluto ed intoccabile.

Niente di più e niente di meno. Aggiungiamo una spiccata tendenza alla fagocitazione e all’annullamento di tutte le forze che vi aderiscono: ogni socialista trasmigrato nel PD non solo non è riuscito a contaminare di socialismo il nuovo partito, ma è stato a sua volta contaminato dal “nuovo” ambiente post-comunista e democristiano.

E non si capisce perché questa volta dovrebbe essere diverso, anzi. D’altro canto chi di noi ha bisogno di traghettatori verso i famosi nuovi lidi? Un’eventuale adesione la può fare ciascuno nelle singole realtà di appartenenza, come già è capitato e capita e capiterà, e per le cose accennate prima servirà a ben poco un discorso di gruppo. Tante volte non siamo stati uniti nel nostro partito, figuriamoci in un altro, dove richiami di natura molto personale e poco politica diventeranno sempre più forti.

E in ultima analisi di una scelta di natura personale si tratta. Legittima, si intende, ma sempre personale. Chi la vuole fare, la faccia, ma non pretenda di estenderla ai socialisti nel loro insieme, né di giudicare chi resta o di bollare come terminata l’esperienza del nostro partito. Per quanto mi riguarda, dovessimo chiudere la baracca comune, resterei a casa mia. Nessun medico ci ha prescritto che dobbiamo per forza fare attività politica.

Su un punto Marco ha ragione, ossia quando parla di marginalizzazione politica del PSI. È un dato indubbio, ma è anche un dato figlio di tante scelte strategiche cui nel tempo ha contribuito nel più vario modo. Risparmierò la cronistoria degli ultimi anni, ma non mi sottrarrò alla domanda più elementare che può sorgere dopo tutte queste parole: perché non andare nel PD se alla fine dei conti il partito a guida nenciniana è da tempo appiattito sui democratici, a prescindere dal segretario di turno?

La domanda, più che legittima, è la stessa che pongono e si pongono le minoranze, anche se la declinano in maniera del tutto diversa, tant’è che, Franco Bartolomei in testa, sembra che ci sia una nuova, ennesima separazione alle porte. È la storia infinita del socialismo italiano, fatta di continue modellazioni, scissioni e ricomposizioni, tutte riassumibili nella questione “c’è sempre un socialista che pensa di essere più socialista di un altro socialista”.

Il problema principale però resta. Riccardo Nencini ha le sue responsabilità, come ha d’altro canto ammesso in un’email recentissima, e a mio avviso la più grande di tutte è stata la fandonia del famoso patto federativo. Carta straccia, dal mio punto di vista, un’operazione inesistente che ha provocato solo danni. In Parlamento i socialisti hanno provato a mitigare le controriforme renziane, anche con risultati apprezzabili, ma quasi mai sufficienti. E quindi un altro errore è stato votare provvedimenti che meritavano di essere cestinati. Ancora, cumulare il ruolo di guida del partito con un incarico di governo, e non starò ad elencare i problemi causati da questa scelta. E si potrebbe continuare ancora per molto.

Ma in un partito, quando si ritiene che qualcosa non vada al posto giusto, quando si pensa che sarebbe necessario qualcosa di diverso, quando si pensa che la bussola sia stata smarrita, si RESTA e si LAVORA per cambiare le cose. Ho visto fin troppi soloni in questi cinque anni dacché sono iscritto predicare e criticare il lavoro altrui, senza mai rimboccarsi le maniche e senza mai dare un effettivo contributo alla causa. Se posso dunque accettare di buon grado le scelte dei compagni che vanno via (soprattutto quelli di Risorgimento, che però vorrei tornassero sui propri passi), non posso accettare le chiacchiere al vento di chi resta acquattato nell’ombra pronto a spuntar fuori al primo segno di difficoltà o, peggio ancora, di chi formalmente resta nel partito e poi addirittura non vota neanche il nostro simbolo.

Dal canto nostro, parlo ovviamente per la federazione napoletana, proveremo a dare qualche ricetta. A inizio Settembre avremo la nostra nuova sede, alla fine dello stesso mese lanceremo la nostra conferenza programmatica per la città di Napoli. In tutti i comuni dove sarà possibile, capoluogo in testa, presenteremo le nostre liste. L’alleanza col PD non è più un dato scontato, da oggi decideremo autonomamente con chi stare e soprattutto perché, mettendo al primo posto obiettivi e contenuti. E sosterremo qualsiasi iniziativa socialista che prospetti alternative di governo per le nostre città, penso ad esempio all’amico e compagno Francesco Russo e alla battaglia dei socialisti casoriani.

Devo ancora rispondere alla domanda di prima. Perché restare nel PSI? Rispondo con le emozioni e i sentimenti, anche se la politica non si fa né con gli uni né con le altre. Ma è più forte di me. Resto nel PSI perché in questo partito nessuno ha paura di chiamarsi e di chiamare i compagni con la parola SOCIALISTI.

 Resto nel PSI perché nel PD c’è tantissima gente che ha contribuito all’annichilimento culturale e morale dei socialisti, alla cancellazione della storia socialista, salvo poi appropriarsi di valori, idee e uomini che ci appartengono. Resto nel PSI perché è una seconda casa, consapevole del lavoro che va fatto per ammodernarla e allargarla. Resto nel PSI perché, a prescindere dagli uomini, che vanno e vengono, l’unica cosa che conta davvero sono queste tre lettere, con tutto il bagaglio che comportano. Resto nel PSI perché sento il peso e la responsabilità di tutti quelli che ci hanno preceduto e il peso e la responsabilità delle generazioni che verranno. Resto nel PSI perché tutto questo per me è sempre e ancora semplicemente una passione, come cinque anni fa, quando per la prima volta varcai la porta d’ingresso della Federazione. 

Chiamatemi sentimentale, se volete. Non credo sia un limite, non per i socialisti.

Alessio Zampella
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Commenti all'articolo
  1. Il tuo articolo mi piace. Condivido molte cose, dal punto di vista politico, delle affermazioni di Franco Bartolomei non condivido, però, un’eventuale suo allontanamento per formare un raggruppamento con i Fassina e i Civati. Sono del parere che i Fassina e i Civati dovrebbero entrare nel PSI perché il loro apporto per una politica SOCIALISTA sarebbe utile. Si intende non per farli diventare i padroni come è avvenuto in questi periodi con qualche “Carneade” che era evidente per un Socialista che loro di socialista non avevano nemmeno i lacci delle scarpe.

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