sabato, 10 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Scrive Luigi Mainolfi:
A proposito di migranti
Pubblicato il 04-08-2015


Dopo tanti anni di impegno politico alla vecchia maniera, mi è facile capire chi dice frottole e chi va seguito con interesse, anche per apprendere. Con le dovute eccezioni,  la professione di chi parla è indicativa, per capire dove  va a parare. Ascolto in silenzio gli scienziati, i ricercatori in materie scientifiche, i filosofi della scienza, quelli che raccontano accadimenti, senza utilizzarli per sostenere posizioni personali, quelli che sono una garanzia, gli artisti e gli analfabeti “obbligatori”. Una categoria da seguire con “discrezione” è quella dei sociologi, che, se si allargano, vanno fuori binari. Purtroppo, da tifoso dei sindacalisti all’europea, sono prevenuto nei confronti dei sindacalisti all’americana di oggi. A questi argomenti, mi ha riportato la lettura di un articolo di Alessandro Pansa, sul Corriere della Sera, dal titolo  “Investire sui migranti”.

Per sostenere la sua tesi, da buonista professorale, ha messo assieme “citruli e purtualli”. Ha costruito il suo ragionamento, partendo dalla convinzione che gli immigrati siano tutti brave persone, vittime di rappresaglie politiche e che la loro venuta nel nostro Paese farà aumentare il PIL. A sostegno di questo punto, richiama la realtà americana, nella quale il 57% delle nuove imprese ed il 47% di quelle della Silicon Valley hanno tra i fondatori un immigrato. Far diventare una parte il tutto  è un ragionamento approssimativo, che può portare fuori strada.  Nessuno nega, nemmeno  io, figlio di emigrante, che questa categoria può essere utile alla Nazione accogliente. Il problema è  come arrivano: se c’è un piano per regolare gli arrivi e un piano di utilizzazione; se c’è il consenso della popolazioni dei territori, che li devono ospitare; se arrivano chiamati o  come merce per l’industria dei padroni dei “gommoni”.

Avere un contratto di lavoro, stare in un programma razionale e approvato dalle forze politiche e sociali, trasferirsi assieme alla propria attività o azienda è una cosa positiva. Salire su un barcone di camorristi  o di mafiosi di qualsiasi nazionalità è un’altra cosa.  Inoltre, ritengo una barzelletta considerare rifugiati politici tutti i migranti. Un rifugiato politico, una volta che ha trovato accoglienza, sfoga la sua rabbia contro il regime del suo Paese. Non mi risulta che tra i tanti migranti ci sia stato qualcuno che ha predicato contro il regime del suo Paese di provenienza. E allora?  Per me, i migranti, sono attratti dai nostri paesi e dalle condizioni che pensano di trovare. Negli Stati Uniti, chi non sta in regola con le leggi  americane  è, e resta, clandestino, non viene ospitato a spese della collettività, nonostante siano provenienti da  zone che fanno parte del Continente  Americano. Un’altra parola, che copre due cose alternative, è l’ integrazione. Prevederla e favorirla è una cosa giusta, ma non ci può essere senza regole e senza disciplina. Integrarsi, significa adeguarsi allo stile di vita del Paese.

Luigi Mainolfi

ospitante, a cominciare dal imparare la lingua. Consentire a tanti giovani migranti di sistemarsi davanti a un esercizio commerciale o a una Chiesa, per chiedere l’elemosina, è un cosa che favorisce l’integrazione o li fa abituare a vivere di carità umana?  Se dobbiamo favorire  l’integrazione, perché non se ne fa carico  direttamente  lo Stato, con le sue struttura,  invece di favorire il pascolo abusivo delle Onlus, del la Caritas, dei Sindacati e delle Cooperative? Servirebbe, un po’ alla volta, a far sentire italiani i nuovi arrivati. Un altro esempio. Quanti imprenditori utilizzano i migranti  per pagare di meno i lavoratori italiani. In quante società l’operaio nei libri paga costa 1500 euro, mentre ne percepisce 500?  Tutti questi risvolti, mi hanno fatto capire perché del problema dei migranti se ne parla in modo confuso, mescolando buonismo e cazzismo. Mi auguro, che abbia fine il comportamento omertoso delle amministrazioni comunali e si pongano in essere iniziative ragionate.  Di fronte a un problema, bisogna essere razionalmente presbiti.

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Commenti all'articolo
  1. “Integrarsi, significa adeguarsi allo stile di vita del Paese” dice l’Autore, ma perché in un Paese vi sia uno stile di vita ben scandito e riconoscibile, e che funzioni da riferimento stabile e indiscusso, occorre innanzitutto, almeno a mio giudizio, che quel Paese abbia orgoglio e senso di sé, della propria storia, cultura, e dei propri valori, possieda cioè una forte identità, unita ad una buona dose di realismo, e a cui non vuole rinunciare e che vuole anzi preservare e difendere.

    A me pare che questa sia anche la condizione che può rendere un Paese “serenamente” ospitale e solidale, ovviamente nei limiti delle sue possibilità, e lo liberi altresì delle eventuali paure verso le sfide con le quali il mondo d’oggi è chiamato a confrontarsi, e che richiedono appunto di saper avvedutamente congiungere idealità e pragmatismo, anche quando ciò può apparire non “politicamente corretto”.

    Posso naturalmente sbagliarmi, ma a me sembra, nel guardarmi intorno, che i nostri modelli di vita siano oggigiorno abbastanza incerti, o quantomeno variegati, e anche i valori che abbiamo ereditato siano messi continuamente in discussione – quasi avesse a prevalere una sorta di nichilismo – e faticano dunque a rappresentare un “faro sul quale orientarsi, e se questo vale per noi, se cioè anche i nostri comportamenti avessero veramente perso un po’ la “bussola”, diventa poi difficile essere d’esempio per chi viene da fuori (nel caso appunto ci proponessimo di farlo).

    Paolo B. 06.08.2015

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