giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Perché il nuovo Senato non può essere eletto dai cittadini
Pubblicato il 17-08-2015


Di riforme costituzionali si discute, in Italia, da più di quaranta anni, senza che, purtroppo, si sia mai arrivati a capo di un disegno di riassetto istituzionale troppo necessario per essere derubricato a questione secondaria. L’estate 2015 passerà in archivio come quella del dibattito sull’elettività del Senato, ramo parlamentare che nel disegno di legge Boschi-Renzi viene ridefinito in termini di composizione e funzioni, superando quel bicameralismo paritario ed indifferenziato da più parti ritenuto anacronistico e inadatto alle esigenze decisionali della modernità. Peraltro, tale anomalia italiana risulta da settanta anni un unicum nel panorama comparato, non essendovi alcun ordinamento paragonabile al nostro che articoli il Parlamento in due Camere con meccanismi di elezione e poteri pressoché equivalenti: non avviene nei Paesi a struttura federale, come ad esempio Germania, e non avviene neanche in quelli “unitari” come Gran Bretagna, Francia, per tacere di altri nel modello di democrazia occidentale. E quasi sempre – ad eccezione della Spagna per le peculiarità autonomistiche del tipo di Stato adottato – la seconda Camera (o Camera Alta) viene eletta mediante procedimenti di secondo grado che non coinvolgono direttamente l’elettorato.

Le ragioni di una simile impostazione vanno ricercate in uno dei principi cardine del costituzionalismo contemporaneo: la legittimazione di un organo elettivo dipende dai poteri che allo stesso vengono assegnati; detto in altri termini, a parità di poteri, parità di legittimazione e viceversa. Nel dibattito in corso sull’elettività diretta o meno del nuovo Senato sembra si sia perso di vista questo argomento, che rende coerente il disegno di legge del governo rispetto al panorama europeo, oltre che ad evidenti logiche di funzionalità del sistema. Infatti, il superamento del bicameralismo paritario può avvenire solamente diversificando i due rami circa le funzioni svolte, così da assegnare alla sola Camera dei deputati (eletta a suffragio diretto) il potere di fiducia nei confronti dell’Esecutivo e un ruolo preminente nell’attività legislativa rispetto alla seconda Camera, il Senato appunto, cui riservare compiti di rappresentanza delle istante territoriali oltre che potestà in materie che richiedono una decisione parlamentare più ponderata, come le leggi costituzionali, le garanzie delle minoranze linguistiche, gli istituti di partecipazione popolare diretta, la fase ascendente e discendente del diritto dell’UE. Esercitando funzioni diverse, si comprende come i due rami non possano ricevere una stessa legittimazione popolare di tipo diretto, perché rappresentano luoghi e momenti distinti di configurazione del processo democratico, diretto nel caso di elezione della Camera di rappresentanza del popolo, indiretto in quella in cui trovano sintesi le istanze territoriali della Repubblica.

Certamente, alcune perplessità possono essere mosse sui criteri e le modalità previste per la scelta dei “nuovi” senatori, poiché il testo attuale, seppur migliorato rispetto alla prima deliberazione avvenuta un anno fa a Palazzo Madama, risulta troppo sbilanciato in favore degli enti regionali rispetto alle comunità locali, come invece avviene, ad esempio, nel modello di elezione previsto per le Sénat d’oltralpe. Ciò nondimeno, non si può non preferire il testo attuale rispetto a quelle proposte di modifica basate sull’elezione diretta, ovvero quelle, circolate nell’ultima settimana, volte a creare un sistema di elezione c.d. “semi-diretta” contestualmente al rinnovo dei Consigli regionali, peraltro con modalità ancora di difficile comprensione ed attuazione, sia per gli elettori che per gli stessi addetti ai lavori.

Ecco perché sarebbe opportuna una conferma dell’elezione di secondo grado del Senato nei prossimi passaggi parlamentari, per ragioni al contempo tecniche – non rendere confuso un quadro istituzionale che ci si appresta a semplificare e snellire – e di ordine politico, poiché una modifica di sostanza in seconda lettura renderebbe meno agevole il processo riformatore già ben avviato.

Un processo di riforma, come tutte le cose terrene, perfettibile e poco chiaro in taluni aspetti, ma di sicuro conforme, per quanto riguarda l’assetto del bicameralismo, con le principali esperienze occidentali.

Viceversa, l’alternativa sarebbe, come spesso sperimentato, cambiare tutto affinché nulla cambi. Al di fuori del caldo agostano, è un lusso che non ci possiamo più permettere.

Vincenzo Iacovissi

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Commenti all'articolo
  1. Qui si fa opportunamente una comparazione con gli altri Stati europei, quanto ai vigenti modelli di bicameralismo, e questo mi porta a chiedermi ancora una volta perché da noi si parli poco o nulla della ipotesi di attribuire al Primo Ministro la facoltà di sciogliere le Camere, come mi sembra avvenga in altri Paesi del vecchio continente, nel cui ordinamento figura esservi, al pari nostro, anche il Presidente della Repubblica.

    Visto che stiamo parlando di riforme costituzionali, e visto che da più parti si vorrebbe rafforzare i poteri del Capo del Governo, mi sembrerebbe abbastanza naturale valutare anche questa opzione, ovviamente all’interno di un sistema di equilibri e contrappesi, mentre, come dicevo, non la vedo considerata più di tanto, questa almeno è la mia impressione, e non riesco a comprenderne il motivo.

    Paolo B. 18.08.2015

    • caro paolo bolognesi, grazie per le osservazioni. l’esigenza del rafforzamento dei poteri del premier, e in particolare del governo in parlamento, accompagna da sempre il dibattito italiano sulle riforme istituzionali. per la verità, in europa nessun primo ministro possiede il potere di scioglimento del parlamento, salvo il caso britannico dove in virtù di una consuetudine costituzionale il capo del cabinet chiede (ed ottiene) dal re lo scioglimento della camera dei comuni. negli altri ordinamenti paragonabili al nostro, invece, è sempre il capo dello stato ad esercitare tale prerogativa, anche nella francia della V repubblica, laddove il governo opera in un regime di “doppia fiducia” nei riguardi del presidente della repubblica e dell’assemblea nazionale, entrambi eletti dal popolo.
      in conclusione, a mio parere il rafforzamento dei poteri del governo è necessario, ma l’attribuzione al primo ministro del potere di scioglimento parlamentare rischierebbe di rendere eccessivamente squilibrato il rapporto fiduciario e la stessa dinamica istituzionale.
      saluti.

  2. Ma un senato “delle autonomie”, come si diceva una volta, non sarebbe meglio?
    Certo, se si segue Renzi che vuole ridurre tutto ad un processo di verticalizzazione del potere (e lui pensa di restarne in cima a lungo…) le autonomie non servono più.
    Forse sarebbe meglio tornare alla monarchia, fare re Renzi, così il senato se lo nomina lui (anche se veramente, già ci tenta anche senza lo scettro).

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