venerdì, 2 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

“Spegnere la luce e chiudere la porta”? No, grazie.
Pubblicato il 07-08-2015


ho letto (e riletto) con attenzione la lettera che Marco Di Lello ha inviato alla comunità socialista in cui sono presenti spunti (nulla di più) di riflessione, peraltro non originalissimi, poiché accompagnano i pensieri quotidiani di qualsiasi socialista che non viva nella stratosfera (ahimè, in giro, purtroppo, ce ne sono, eccome) o con lo sguardo perennemente rivolto al passato (anche costoro, grazie a Dio, non mancano).
Ciò che non solo non mi convince, ma mi sgomenta, per il cinismo pressapochista e superficiale che ne caratterizza lo spirito, sono le conclusioni a cui giunge, poiché nutrite dalla presunzione e dalla pretesa di porsi come guida di una comunità che, per quanto scombiccherata e ammaccata, per quanto debba fare i conti con un presente se possibile, ancora più difficile del passato non solo recente, non intende “spegnere la luce e chiudere la porta”.

Che è esattamente, al netto delle argomentazioni frutto di riflessioni legate al marketing (unica vera materia, oltre alle discipline legate alla sua professione, in cui è ferrato) più che alla politica, ciò che Di Lello, sia pure con una prosa ammiccante e rassicurante ci propone e a cui personalmente rispondo: no, grazie.
Intendiamoci: ciascuno di noi è libero di compiere le scelte che ritiene opportune. Non intendo discutere, poiché non mi riguarda, attorno al futuro che per sé ha in animo di costruire Marco. Tuttavia, siccome c’è chi non perde occasione di sottolineare la mia faziosità che è esattamente l’opposto del buonismo che ho letto in questi giorni, diversamente da altri non formulo alcun tipo di augurio per il suo futuro politico.
Sono convinto che la sua sia l’ennesima e desolante scelta individuale che porterà nessun beneficio a lui e qualche ammaccatura (non è la prima, speriamo che sia l’ultima, anche se ci siamo abituati) a quella che lui definisce, non senza ipocrisia, visti i suoi intendimenti, la nostra comunità.

Osservo inoltre che chi nel nostro partito ha ricoperto ruoli apicali, ottenendo riconoscimenti e affidamenti, avrebbe dovuto avvertire il dovere o, in subordine porsi il problema, prima di esternare ad un giornale i propri desiderata e i propri novelli convincimenti, di confrontarsi a 360° con la comunità che è stato chiamato a rappresentare in parlamento.
Non basta evocare un intervento in un organo ristretto come la segreteria nazionale, né riferirsi ad interventi a convegni o seminari.
Marco anzi, deve sapere che una simile argomentazione ha il sapore sgradevole del sufficiente dileggio.

Di Lello dimentica, o finge di dimenticare, che non ha vinto un concorso per essere nominato deputato.
E’ stato “nominato” per rappresentare il Psi (non altri) alla Camera, e successivamente è stato designato a coordinare la componente socialista a Montecitorio.
In altre parole, a lui ed agli altri parlamentari è stato affidato l’onore e l’onere di rappresentare tutti noi.
So bene che un parlamentare non è sottoposto a vincolo di mandato ed è dunque libero di compiere scelte di cui risponde solo alla propria coscienza.
Ma il nostro caso presenta alcune peculiarità che Marco, ab origine, conosceva perfettamente: a partire da un vincolo, non scritto, legato all’appartenenza al partito che gli ha consentito di diventare deputato, discendevano e discendono doveri che oggi, in nome di una riflessione che denuncia la definitiva esplosione di un egocentrismo ipertrofico che, purtroppo, conoscevamo “in nuce”, egli cerca maldestramente di obliterare.
In soldoni: Di Lello non è più convinto della “mission” del Psi per, lo cito, assenza di “vision”? Padrone. Ma prima di annunciarlo, a freddo, su un giornale (anche se gli hanno dato un colonnino sulla terza del Corsera) per poi scrivere letterine alle compagne e compagni, avrebbe quantomeno dovuto sentite l’imperativo morale di rassegnare le dimissioni, non da deputato (mi rendo conto di chiedere un “beau geste” che non è mai stato nelle sue corde), ma almeno da coordinatore della componente socialista alla Camera (non già da presidente del gruppo socialista, come pomposamente e abusivamente ama autodefinirsi).

Non ha ritenuto di farlo poiché, avendo guadagnato il proscenio della politica nazionale, sin dal suo insediamento si sente autorizzato ad interpretare il ruolo conferitogli unicamente “pro domo sua”, avendo prima ingaggiato una guerra contro chi lo aveva nominato, salvo poi, vista la mala parata e lo scarso seguito, battere in ritirata, per poi dedicarsi principalmente, anche se non solamente, alla propria autopromozione, attività in cui non conosce rivali e che oggi, alla luce di quanto dice e scrive, mi pare l’unica cosa a cui sia veramente interessato.

Emanuele Pecheux
Direzione Psi

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