mercoledì, 7 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Tony Blair: “Votare per Corbyn è la fine del Labour” – The Guardian/Corriere della Sera
Pubblicato il 19-08-2015


Og­gi il Par­ti­to la­bu­ri­sta si tro­va in pe­ri­co­lo mor­ta­le, for­se co­me non è mai ac­ca­du­to ne­gli ol­tre cen­to an­ni del­la sua esi­sten­za. Di­co que­sto co­me co­lui che lo ha gui­da­to per tre­di­ci an­ni e ne è mem­bro da ol­tre qua­ran­ta. L’ele­zio­ne del ca­po del par­ti­to ha as­sun­to un pe­so su­pe­rio­re al­la per­so­na­li­tà del nuo­vo lea­der. La po­sta in gio­co at­tua­le è se il La­bour re­ste­rà un par­ti­to di go­ver­no op­pu­re no.
I go­ver­ni cam­bia­no i Pae­si, men­tre i mo­vi­men­ti di pro­te­sta non fan­no al­tro che agi­ta­re le ac­que con­tro co­lo­ro che go­ver­na­no. Il Par­ti­to la­bu­ri­sta al go­ver­no ha cam­bia­to que­sto Pae­se. Non mi ri­fe­ri­sco sol­tan­to al sa­la­rio mi­ni­mo, al­le unio­ni ci­vi­li, ai mas­sic­ci in­ve­sti­men­ti nei ser­vi­zi pub­bli­ci, che han­no sol­le­va­to mi­lio­ni di cit­ta­di­ni dal­la po­ver­tà, né al­la pa­ce in Ir­lan­da del Nord. Noi ab­bia­mo cam­bia­to lo spi­ri­to dell’epo­ca. Ab­bia­mo co­stret­to i To­ry ad ac­cet­ta­re i cam­bia­men­ti. Ab­bia­mo da­to vo­ce a chi non ne ave­va. Ab­bia­mo gui­da­to e pla­sma­to il di­scor­so pub­bli­co. E sì, an­che i go­ver­ni tal­vol­ta pren­do­no po­si­zio­ni che non piac­cio­no al­la gen­te, e col pas­sar de­gli an­ni per­do­no il po­te­re. È que­sta la na­tu­ra del­la de­mo­cra­zia.
Ma in mil­le mo­di, gran­di o pic­co­li che sia­no — e ben no­ti a chiun­que go­ver­ni un Pae­se — chi è al po­te­re fa la dif­fe­ren­za per co­lo­ro che noi rap­pre­sen­tia­mo. La real­tà è che ne­gli ul­ti­mi tre me­si il Par­ti­to la­bu­ri­sta è cam­bia­to. Il tes­se­ra­men­to è qua­si rad­dop­pia­to. Al­cu­ni si sa­ran­no uni­ti a noi do­po lo shock de­gli ul­ti­mi ri­sul­ta­ti elet­to­ra­li, ma mol­ti di più og­gi ac­cor­ro­no tra le no­stre fi­le per so­ste­ne­re la cam­pa­gna di Je­re­my Cor­byn. E al­cu­ni di co­sto­ro han­no al­le spal­le gros­se or­ga­niz­za­zio­ni. Que­sti ul­ti­mi due grup­pi non so­no ve­ra­men­te nu­me­ro­si, per rap­por­to al­la po­po­la­zio­ne, ma per quan­to ri­guar­da l’elet­to­ra­to di un par­ti­to po­li­ti­co, es­si ba­sta­no a con­qui­sta­re po­si­zio­ni im­por­tan­ti. La ve­ri­tà è che a co­sto­ro non im­por­ta se il Par­ti­to la­bu­ri­sta vin­ce o per­de un’ele­zio­ne. Al­cu­ni di lo­ro ad­di­rit­tu­ra de­ni­gra­no e di­sde­gna­no l’at­ti­vi­tà di go­ver­no.
Per­tan­to ri­vol­go il mio ap­pel­lo ai mem­bri sto­ri­ci del par­ti­to e a tut­ti co­lo­ro che si so­no uni­ti a noi sen­za pe­rò ave­re una piat­ta­for­ma co­mu­ne. Voi rap­pre­sen­ta­te an­co­ra la mag­gio­ran­za e sie­te og­gi chia­ma­ti ad eser­ci­ta­re la vo­stra lea­der­ship per sal­va­re il La­bour Par­ty. Non im­por­ta che sia­te a si­ni­stra, a de­stra o al cen­tro del par­ti­to, che mi ab­bia­te ap­pog­gia­to o ese­cra­to. Vi chie­do sol­tan­to di ca­pi­re il ri­schio che cor­ria­mo.
Il par­ti­to si di­ri­ge a oc­chi chiu­si e a brac­cia pro­te­se ver­so l’abis­so, pron­to a schian­tar­si sul­le roc­ce sot­to­stan­ti. Non è que­sto il mo­men­to per trat­te­ner­si dal tur­ba­re la se­re­ni­tà di quel­la mar­cia col pre­te­sto che pos­sa pro­vo­ca­re di­scor­die o spac­ca­tu­re. È que­sto il mo­men­to in­ve­ce per un plac­cag­gio de­ci­si­vo, co­me nel rug­by.
Non vi­via­mo più ne­gli an­ni Ot­tan­ta. La si­tua­zio­ne at­tua­le per mol­ti ver­si si pre­sen­ta più in­cer­ta e mi­nac­cio­sa. Mi­chael Foot non si il­lu­de­va di po­ter vin­ce­re un’ele­zio­ne po­li­ti­ca nel Re­gno Uni­to, ma era una fi­gu­ra di enor­me spes­so­re e di gran­de ri­lie­vo nel pre­ce­den­te go­ver­no la­bu­ri­sta. To­ny Benn non sa­reb­be mai di­ven­ta­to pri­mo mi­ni­stro, ma era una per­so­na­li­tà po­li­ti­ca di pri­mo pia­no e van­ta­va una lun­ga espe­rien­za di go­ver­no.
I sin­da­ca­ti ne­gli an­ni Ot­tan­ta era­no in gran par­te una for­za di sta­bi­li­tà e di buon sen­so. All’epo­ca esi­ste­va­no col­le­gi elet­to­ra­li co­sì sal­da­men­te la­bu­ri­sti che nul­la po­te­va in­tac­ca­re la lo­ro fe­del­tà al par­ti­to.
Il par­ti­to che si è ri­co­sti­tui­to do­po la scon­fit­ta del 1983 co­no­sce­va la stra­da da im­boc­ca­re. For­se non ca­pi­va­mo ap­pie­no fi­no a do­ve po­te­va­mo spin­ger­ci o quan­to in fret­ta, ma sa­pe­va­mo — e il nuo­vo lea­der Neil Kin­nock sa­pe­va be­nis­si­mo — che oc­cor­re­va ac­can­to­na­re la de­lu­sio­ne di aver per­so due ele­zio­ni per­ché non era­va­mo ab­ba­stan­za di si­ni­stra e che bi­so­gna­va mo­der­niz­za­re il par­ti­to. Il no­stro sco­po era ap­pun­to quel­lo di tor­na­re al go­ver­no.
Quel­lo che og­gi ab­bia­mo sot­to gli oc­chi è un ri­chia­mo al pas­sa­to, ma sen­za le for­ze sta­bi­liz­za­tri­ci di al­lo­ra. I gran­di sin­da­ca­ti, con l’ec­ce­zio­ne dell’Usdaw, che ha rac­col­to i mag­gio­ri suc­ces­si in tem­pi re­cen­ti, so­no tut­ti in pu­gno al­la si­ni­stra più in­tran­si­gen­te. E l’elet­to­ra­to non nu­tre più quel sen­ti­men­to di leal­tà e fe­del­tà di una vol­ta.
Se Je­re­my Cor­byn sa­li­rà al­la gui­da del par­ti­to, al­la pros­si­ma ele­zio­ne non sa­re­mo da­van­ti a una scon­fit­ta co­me quel­la del 1983 o del 2015, ma da­van­ti al­la di­sfat­ta to­ta­le, for­se all’an­nien­ta­men­to. Se Cor­byn ver­rà elet­to a ca­po del par­ti­to, il pub­bli­co sa­rà sul­le pri­me sor­pre­so, di­ver­ti­to, e per­si­no in­cu­rio­si­to. Ma col pas­sar de­gli an­ni, quan­do le scel­te po­li­ti­che dei To­ry co­min­ce­ran­no a bru­cia­re e si fa­rà sen­ti­re l’esi­gen­za di un’op­po­si­zio­ne du­ra ed ef­fi­ca­ce — e le op­po­si­zio­ni so­no ef­fi­ca­ci so­lo quan­do han­no la spe­ran­za di vin­ce­re — il Pae­se fi­ni­rà in pre­da al­la rab­bia. L’elet­to­ra­to ci pu­ni­rà, ri­te­nen­do­si vit­ti­ma non so­lo del go­ver­no con­ser­va­to­re, ma del­la no­stra ina­zio­ne e scar­sa in­ci­si­vi­tà.
Je­re­my Cor­byn non ha nul­la di nuo­vo da of­fri­re. La sua è la pro­po­sta più ri­si­bi­le di tut­te quel­le avan­za­te dal suo schie­ra­men­to. Quel­li di noi che han­no co­no­sciu­to gli scon­vol­gi­men­ti de­gli an­ni Ot­tan­ta già co­no­sco­no a me­mo­ria ogni ri­ga del suo co­pio­ne. Que­ste so­no po­li­ti­che del pas­sa­to, già re­spin­te non per­ché trop­po ar­roc­ca­te all’ideo­lo­gia, ma perc h é la mag­gio­ran­za dell’elet­to­ra­to bri­tan­ni­co ben sa­pe­va che non po­te­va­no fun­zio­na­re. Non di­men­ti­chia­mo che so­no sta­te re­spin­te da­gli elet­to­ra­ti di tut­to il mon­do per il me­de­si­mo mo­ti­vo.
A mag­gior ra­gio­ne og­gi, la gen­te sa che le sfi­de at­tua­li non tro­ve­ran­no ri­spo­sta nel ri­pri­sti­no dell’an­ti­qua­to con­trol­lo sta­ta­le, e che que­sto non con­dur­rà a nes­sun mi­glio­ra­men­to del­le con­di­zio­ni di vi­ta per­so­na­li e so­cia­li; es­so sa che non è una buo­na idea stac­car­si uni­la­te­ral­men­te dal­la Na­to, e che un par­ti­to sprov­vi­sto di un se­rio pro­gram­ma di ri­du­zio­ne del de­bi­to non può pro­por­si co­me va­li­da al­ter­na­ti­va di go­ver­no.
È ov­vio che l’at­tua­le cam­pa­gna elet­to­ra­le ab­bia su­sci­ta­to un gran­de in­te­res­se. Tro­vo af­fa­sci­nan­te os­ser­va­re un par­ti­to che com­bat­te per ri­tro­va­re la sua ani­ma, non è un’im­pre­sa fa­ci­le. Cer­to, mol­ti gio­va­ni ne sa­ran­no en­tu­sia­sma­ti. Mol­ti gio­va­ni mem­bri del par­ti­to si era­no ap­pas­sio­na­ti nel 1997 e si ado­pe­ra­no per mo­der­niz­za­re la po­li­ti­ca del par­ti­to la­bu­ri­sta an­co­ra og­gi.
La tra­ge­dia, tut­ta­via, è che un dan­no in­cal­co­la­bi­le è già sta­to fat­to da un di­bat­ti­to po­li­ti­co che — con qual­che ono­re­vo­le ec­ce­zio­ne — si di­stin­gue per la sua ir­ri­le­van­za nell’af­fron­ta­re le sfi­de del mon­do mo­der­no. Il par­ti­to do­vreb­be di­scu­te­re su co­me ri­vo­lu­zio­na­re i ser­vi­zi pub­bli­ci con l’im­pie­go del­la tec­no­lo­gia; co­me aiu­ta­re i gio­va­ni non so­lo a tro­va­re un la­vo­ro sod­di­sfa­cen­te e ben re­tri­bui­to, ma an­che a lan­cia­re im­pre­se ca­pa­ci di ap­por­ta­re be­ne­fi­ci al­la co­mu­ni­tà; sul­la ne­ces­si­tà di te­ne­re uni­ta la Gran Bre­ta­gna e as­si­cu­rar­le il suo po­sto in Eu­ro­pa; su qua­li ri­for­me pun­ta­re, nel­la pre­vi­den­za e nell’as­si­sten­za, in un’era di cam­bia­men­ti de­mo­gra­fi­ci ra­di­ca­li.
E in­ve­ce si par­la di ri­por­ta­re in vi­go­re la Clau­so­la IV del­la co­sti­tu­zio­ne del par­ti­to. Ab­bia­mo da­van­ti un ven­ta­glio enor­me di scel­te da fa­re e di ri­spo­ste da of­fri­re, ma per il mo­men­to non le ab­bia­mo nep­pu­re for­mu­la­te. Già sap­pia­mo co­me an­drà a fi­ni­re. Ab­bia­mo già per­cor­so que­sta stra­da. Ma og­gi il se­gui­to si an­nun­cia mol­to più spa­ven­to­so che in pas­sa­to.
Al­lo­ra fa­te pu­re, scri­ve­te­lo se vo­le­te. Spin­ge­te il pas­so ol­tre l’or­lo dell’abis­so. Ma un at­ti­mo pri­ma, vi pre­go di fer­mar­vi a pen­sa­re al­le per­so­ne che più vi stan­no a cuo­re e a quel­lo che si aspet­ta­no da voi.
Tony Blair
Pubblicato da The Guardian
dal Corriere della Sera del 14 agosto 2015
(trad. di Ri­ta Bal­das­sar­re)

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento