sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Positivo debutto di Elena Rossi nella Tosca delle cannonate
Pubblicato il 07-08-2015


tosca14-scenaCome un colpo di cannone. Non è don Basilio nell’aria della calunnia. Il roboante, spaventoso colpo sparato sulle gradinate, che voleva annunciare la fuga dell’Angelotti da Castel Sant’Angelo, non era “un tremoto, un temporale”, ma un secco, micidiale sparo che ha prodotto un tonfo al cuore. Si è temuto un attentato, un grido di terrore di questi tempi non è mai fuori luogo. L’orchestra, intanto, è scivolata silenziosa, impercettibile, mentre il pubblico s’è asciugato gocce di sudore non solo per il gran caldo. Poi il sospiro di sollievo. Hugo De Hana, che abbiamo sempre apprezzato e che anche in questa Tosca ci regala alcuni momenti di rara intelligenza registica e pienamente coerenti con lo sviluppo dell’opera, come quella fucilazione di Cavaradossi legato alla croce, evidente incarnazione del vero confitto, e cioè quello tra crimine e religione, anzi della giustificazione del crimine attraverso la religione, ne combina alcune au dessus de la meleè. Decisamente au dessus. Parliamo di una regia che risale al 2006 e non è dunque una novità. I cannoni, ancora. Si radunano nella chiesa di Sant’Andrea della valle mentre Scarpia ordina il Te deum, e intona quel suo “Tre sbirri, una carrozza”. Che fanno? Si mettono a sparare (a salve), esce fumo che annebbia la scena, poi le cannonate iniziano ad annientare ritmicamente la musica. E qui, no. Ho sopportato lo stupro nel Guglielmo Tel e Mimì uccisa dall’amianto. Credo che non sia il caso di demonizzare regie moderne, creative e originali. Ma non si rovini la musica. Qui i cannoni, e più avanti il frastuono delle campane, si sovrappongono al tessuto musicale, lo coprono, lo annullano e questo è violento, insopportabile. Tu non puoi manipolare le note di Puccini e oscurare i suoi sol e do con spari di cannoni. Non puoi intrometterti così pesantemente nel momento più esaltante dell’opera quando coro, orchestra, cantanti, perfino i bambini, sono tutti in scena nel finale d’atto così affascinante. Questo a un musicista, o a un amante dell’opera, urta maledettamente. E ti vengono in mente le opere ad oratorio e i registi da lapidare. Tutti, indistintamente. Sei anche costretto a parlare di loro quando entrano in modo così irriguardoso e a gamba tesa dentro lo spartito di una Tosca che diventa così di Puccini-De Hana. Che bisogno c’era poi di quel frastuono soverchiante, ancorché suggestivo, di campane che oscurano il meraviglioso preludio dell’alba romana che apre il terz’atto? Era la musica il corollario e il concerto delle campane il tema dominante. E non il contrario, come avevo sempre capito, evidentemente sbagliando. Giusto così. Vero che Malher alla prima di Tosca che apri il secolo XX si disse sconvolto da chiese, preti e campane, ma se avesse udito quelle di Verona sarebbe fuggito. Scandalizzato e forse avrebbe promosso Puccini kapellmeister di Vienna. Veniamo al canto e all’orchestra. Sono andato all’Arena per assistere al debutto del soprano reggiano Elena Rossi, che ha interpretato il difficile ruolo di Floria Tosca. Per la parte, com’è noto, occorre un soprano lirico-drammatico o lirico spinto. È un ruolo che ha coinvolto sia soprani più leggeri, sia soprani decisamente più drammatici. Basti pensare, da un lato, alla meravigliosa Kabainvanska e per quest’ultimi, a Eva Marton che ha interpretato sempre con successo Turandot, o al soprano wagneriano Jeanine Altmeyer, applauditissima in Brunilde al Municipale di Reggio Emilia e poi sonoramente contestata in Tosca. Elena ha scelto il lirismo e se l’è cavata molto bene. Si è coscientemente tenuta lontana dalle spinte che possono portare all’urlo sguaiato nei crescendi musicali del second’atto, ha tratteggiato con filature eccellenti il suo Visssi d’arte colorandolo di tenue disperazione. Un debutto pienamente riuscito. Il Cavaradossi di Berti ha superato l’esame sul piano dell’estensione vocale e all’Arena non è di scarso rilievo. Un po’ imbarazzante è apparso invece nella qualità del canto e nelle mascherature. A volte in debito d’ossigeno ha rischiato di non finire la frase. Pretendevo di più da Ambrogio Maestri, impegnato in una versione un po’ scolastica di Scarpia, un satiro impalato, piantato in scena, senza quei movimenti che lo rendono simile a un rettile. Sgusciante, strisciante, urtante, perverso, appunto. Bene orchestra e maestro. Una sola domanda: un direttore d’orchestra non ha anche il dovere di tutelarsi dalle incursioni del regista, difendendo se stesso e l’autore? Per il resto grande successo e applausi per tutti da americani e tedeschi intenti a bere birre e mangiarsi pop corn. Viva l’Arena, dove è vietato fischiare, anzi dove i fischi diventano applausi. Applausi per tutti, per la ragazza del gong, per un improvvisato tenore sulle gradinate, per un venditore di cappellini. Poi fuori una pizza (orrenda) in piazza Bra. E applausi anche a lei.

Mauro Del Bue

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