SUPER CANGURO

Riforme-Canguro-Senato

È scontro al Senato sull’emendamento messo a punto dalla presidente del gruppo del Pd a Palazzo Madama, Anna Finocchiaro e firmato dal senatore Cocianicich. Un emendamento canguro, anzi supercanguro, che farebbe decadere la maggior parte degli emendamenti ammessi e, quindi, eliminerebbe di fatto le altre votazioni, comprese quelle a scrutinio segreto.  Una sorta di supercanguro rafforzato. Un modo per recepire l’intesa siglata dalla maggioranza con la minoranza Pd. Insomma si metterebbe così al ‘riparo’ la maggioranza e il  governo da eventuali rischi dovuti alle votazioni segrete.

Nell’emendamento si riattribuisce al Senato alcune funzioni che erano state tolte durante il passaggio alla Camera. Per tutta la mattinata era continuato il braccio di ferro tra il presidente del Senato e il presidente del Consiglio. La sforbiciata  agli emendamenti esercitata da Pietro Grasso non aveva soddisfatto l’inquilino di Palazzo Chigi  che contava su un taglio decisamente più netto. Inoltre Grasso aveva espresso l’intenzione di pronunciare articolo per articolo il giudizio di ammissibilità sugli emendamenti. Un intoppo sulla marcia che ha irritato il premier che vuole comunque chiudere la partita antro il 13 ottobre indicato fin dall’inizio come tempo massimo. Quindi il fronte si era spostato sul ricorso ai voti segreti, addirittura 19 secondo alcuni. Ma a questo scenario ipoteticamente pericoloso il governo ha opposto la sua soluzione attraverso il senatore Cocianicich.  “Non ci sarà nessun voto segreto all’art.1” è la previsione di Gaetano Quagliariello. Infatti se la minoranza voterà compatta questo emendamento la sua approvazione è scontata. Un emendamento su cui ovviamente Il ministro delle riforme Maria Elena Boschi ha dato parere positivo.

Durissimo Roberto Calderoli che nell’Aula del Senato ha definito l’emendamento Finocchiaro-Cocianchich, “un attentato alla democrazia”.  “Dopo l’emendamento Esposito all’Italicum – ha esordito Calderoli – la truffa si ripete.  Questa volta è toccato a Cocianchich, che ha presentato un emendamento interamente sostitutivo del comma 5 dell’articolo 1 e che comprende l’emendamento Finocchiaro”.  “Questo a casa mia – ha aggiunto Calderoli – si chiama truffa. Non ce l’ho col povero Cocianchic. Ieri mi son sentito dare dell’abnorme e dell’attentatore alla democrazia. Questo sì che e’ un attentato alla democrazia, non far votare il Parlamento. Non far votare gli emendamenti con scrutinio segreto”. Sullo stesso tono l’ex ministro Mario Mauro (Gal) che ha invitato le opposizioni ad abbandonare l’Aula dopo la scelta del Pd di presentare l’emendamento Cociancich. “Non stiamo votando la Costituzione della Repubblica italiana, ma per quella del Pd e non voglio prestarmi a questo”.  La triste constatazione è quella di una riforma che dovrebbe essere la più condivisa possibile, ridotta a campo di battaglia tra maggioranza e opposizione.

Un emendamento definito “una burla” dal capogruppo di Forza Italia Paolo Romani.  “Una maggioranza seria e che vuole fare una riforma seria – ha detto ancora Romani – avrebbe dovuto dire: sappiamo che con il testo Cociancich ci risparmiamo un sacco di tempo” e “noi avremmo potuto subemendarlo”, ha osservato. “Signor Presidente – ha aggiunto il capogruppo della Lega Gian Marco Centinaio – chieda al senatore Cociancich di ritirare l’emendamento. In caso contrario chiedo di sub emendarlo, perché così stanno facendo i furbi” perché così “si impedisce al Parlamento di discutere”. Una serie di attacchi (tra cui quello di jihadista della maggioranza arrivato dal senatore Tito Di Maggio) che hanno spinto a intervenire il capogruppo del Pd Luigi Zanda: “Tutti gli interventi – ha detto Zanda – hanno o insultato o irriso il senatore Cociancich. Questo è veramente il vulnus di questa discussione. Noi approveremo le riforme – ha concluso – e non insultate, perché voi non ve lo meritate questo dibattito”.

Ginevra Matiz

Prime bombe russe. Putin nella palude siriana

Siria-bome-PutinMosca non voleva rimanere esclusa dalla costruzione della nuova Siria, ma soprattutto non poteva rimanere esclusa dai giochi in Medio Oriente mentre un paese amico come la Siria viene riorganizzato dall’Occidente con in testa la Casa Bianca. Così dopo il discorso davanti all’Onu, Putin passa dalle parole ai fatti. Stamattina il parlamento russo, su richiesta di Putin, ha dato il via libera e sono iniziati i raid aerei di Mosca sulla Siria. A darne conferma l’amministrazione americana, che è stata avvertita dal Cremlino prima degli attacchi (contatti sono stati inoltre avviati tra Usa e Russia per la gestione dello spazio aereo al fine di evitare scontri). “L’unico modo giusto di lottare contro il terrorismo internazionale è agire in anticipo, combattere e distruggere miliziani e terroristi sui territori già occupati da loro e non aspettare che arrivano a casa nostra” ha commentato da parte sua il presidente Putin.

Alla base della decisione di Putin ci sarebbe la preoccupazione per l’aumento dei foreign fighters, combattenti dell’area dell’ex Unione Sovietica che sono andati in Siria, sono tornati a casa e costituiscono una diretta minaccia. Ma secondo i la Casa Bianca quella di Mosca “è improvvisazione”, tanto che gli attacchi aerei russi si sono concentrati nelle province di Hama, Homs e Latakia, ma non in aree controllate dai jihadisti dello Stato islamico. Tanto da lasciar intendere che sotto le bombe russe sono finiti obiettivi diversi dai combattenti dello Stato islamico e che quindi i russi hanno agito in appoggio ad Assad contro tutti i suoi oppositori, più che contro lo Stato islamico.

Siria-bombardamenti-Putin

La speranza per gli Stati Uniti, che nel frattempo hanno dovuto sospendere i raid aerei per evitare sovrapposizioni con le operazioni russe, è che Putin finisca impantanato in una nuova guerra così come successo agli Usa, ma il capo dell’amministrazione presidenziale russa, Serghei Ivanov, ha spiegato che le operazioni dell’aviazione russa si svolgeranno in “un arco di tempo definito” e “non potranno andare avanti indefinitamente”. “In Siria in queste ore si sta creando uno spiraglio di via di uscita”, ha commentato dal Consiglio di Sicurezza Onu il Ministro degli esteri Paolo Gentiloni. “Una transizione politica graduale che però non dia vita a un vuoto di poteri come successo in Libia, e prima della Libia, in Iraq”, ricalcando le affermazioni di Renzi di questi giorni.

Diversa la posizione dei francesi che non vogliono certo che la Siria finisca nell’orbita di Putin, la procura di Parigi ha aperto un’inchiesta sui presunti crimini commessi dal regime di Damasco di Assad tra il 2011 e il 2013 sulla testimonianza di un ex fotografo della polizia militare siriana, fuggito dal paese nel 2013 con 55mila fotografie che proverebbero gli abusi e le brutalità commesse durante il conflitto. La Francia, inoltre, punta a sottolineare che le bombe russe hanno in realtà come obiettivo non l’Isis ma l’opposizione siriana. “Se hanno colpito a Homs, come sembra”, ha affermato una fonte militare di Parigi, non è lo Stato islamico l’obiettivo ma probabilmente i gruppi di opposizione. Ciò conferma che “i russi vanno più in aiuto di Assad che contro l’Isis”, a supporto della tesi di Parigi anche il capo della Coalizione nazionale siriana, il principale gruppo politico di opposizione ad Assad, Khaled Khoja. Secondo Khaled Khoja nei raid aerei russi sulla Siria sarebbero morti almeno 36 civili e le bombe hanno colpito zone dove i combattenti dello Stato islamico e Al Qaeda non sono presenti. “Tutti gli obiettivi colpiti dai raid aerei russi a nord di Homs erano civili” ha scritto Khaled Khoja, sul suo profilo Twitter. “Le zone colpite nelle operazioni aeree russe a Homs sono le stesse in cui lo Stato islamico combatteva ed è stato sconfitto già un anno fa”.
Mosca si affretta, nel frattempo, a dare per “legittimo” il suo intervento, facendo sapere che è stato il presidente Assad a chiedere “l’aiuto militare” di Mosca, anche per quanto riguarda specificamente l’invio di aerei. “D’accordo con la decisione del comandante supremo delle forze armate della Federazione russa, Vladimir Putin, le forze aeree russe hanno cominciato oggi bombardamenti mirati contro obiettivi dello Stato islamico sul territorio della Repubblica araba siriana”, ha annunciato un portavoce del ministero della difesa di Mosca citato dall’agenzia di stampa Interfax.

Maria Teresa Olivieri

Expo. Futuro incerto e nebbia sui conti

Sala-ExpoA un mese dalla chiusura prevista di Expo, il commissario unico, Giuseppe Sala, si dimostra cautamente ottimista, ma non scioglie nessuno dei dubbi attorno alla manifestazione. Non è chiaro ancora se Expo alla fine chiuderà i conti in rosso e neppure quale sarà il destino dell’enorme area che è stata utilizzata per costruire i padiglioni con i relativi servizi.

Per ora la previsione di Sala è che “arriveremo ai 20 milioni di persone”, meteo permettendo, ma si guarda bene, e di questo gliene va dato atto, dal dire che è stato un successo. Sul piano dell’immagine Expo ne esce indubbiamente bene e fa fare una buona figura al Paese nonostante i terribili problemi che si erano addensati sulla manifestazione tra scandali e ritardi, ma su quello dei conti reali ancora il buio è fitto pesto.

“Restiamo con i piedi per terra – ha detto – serve prudenza, c’è ancora un mese da gestire. Ma credo che arriveremo attorno ai 20 milioni. La parola successo non riguarda solo i numeri. Se consideriamo la popolazione attiva italiana, di quei 20 milioni 13-14 sono italiani. Significa che un italiano su 4 ha visitato Expo. Non era mai successo nella storia d’Italia, così come non era mai successo che 55 Capi di Stato venissero in vista in Italia in sei mesi”.
Insomma, l’unica cifra che è uscita dalla bocca del commissario è’20 milioni’, ma quanti sono i biglietti venduti? E a che prezzo?

Come già scrivevamo un mese fa quando già veniva anticipato questo numero, “ci sono i biglietti venduti e gli ingressi. I biglietti a prezzo pieno da 39 euro e quelli a 5. E ci sono gli omaggi”. Dunque un conto è parlare di 20 milioni di visitatori, di affollamento e file ai tornelli, un altro di soldi realmente finiti nelle casse. Il nodo è il break point, il punto di pareggio tra spese e incassi. A un mese dall’apertura, il commissario unico di Expo, Giuseppe Sala, dichiarava che “per pareggio di bilancio bisogna vendere 24 milioni di biglietti”. “Le spese di gestione di una macchina come Expo ammontano a 800 milioni di euro. Dagli sponsor abbiamo ottenuto 300 milioni: per raggiungere il pareggio di bilancio è necessario vendere 24 milioni di biglietti”. La previsione si fondava sul calcolo di 24 milioni di biglietti al costo medio di 22 euro l’uno per un totale di 528 milioni a cui aggiungere 300 milioni dagli sponsor per l’affitto degli stand (ma non tutti pagano) e dalle royalty, ovvero dal minimo garantito ottenuto da dagli incassi di ristoranti e merchandising.

Di tutto questo oggi nessuno parla e questo fatto non induce all’ottimismo.

Quanto al dopo-Expo la nebbia è fitta come solo a Milano una volta poteva essere. Non si sa né chi gestirà il dopo esposizione né con quale obiettivo.
Alla trasmissione di Radiouno, ‘Radio Anch’io’ alla quale Sala ha partecipato con Giuliano Pisapia, il sindaco di Milano si è espresso per una soluzione che preveda una “persona capace con poteri straordinari” e di questo ha parlato con il presidente della Regione Lombardia Maroni avanzando la richiesta al Governo di entrare a far parte della società Arexpo. Secondo Pisapia serve “una personalità molto capace, un manager con una valutazione di prospettiva, una persona a cui si potrebbero dare poteri straordinari per accelerare i tempi” anche se, “non è vero che siamo in ritardo, siamo nei tempi, anzi addirittura in fase avanzata”.

Sembra una risposta al Corriere della Sera che oggi, con un articolo di Elisabetta Soglio, parla di “garbuglio”, di “confusione” e “tanti nodi da districare per decidere il destino dell’oltre milione e di metri quadrati che oggi ospitano l’esposizione universale”. Un errore che viene da lontano, insieme ai tanti altri, “quando si pensò all’Expo senza progettare la destinazione futura di terreni che nel frattempo sono stati bonificati, infrastrutturati, collegati a treni, mezzi pubblici locali e autostrade”. Sul tavolo, alla fine, la proposta più convincente è quella della Statale per farne un appendice, un Campus da destinare soprattutto alle facoltà che si occupano di alimentazione, da agraria a biologia, ma da qui si snoda una lunga fila di intoppi e inghippi e a oggi è ancora tutto in alto mare. Da Expo può arrivare insomma la conferma che l’Italia è tra i primi al mondo quando si tratta di soluzioni innovative, di creatività, ma purtroppo anche quando si parla di burocrazia, disorganizzazione e pasticci. Quanto ai conti …

Armando Marchio

Dieselgate, Governo italiano parte civile contro VW

Volkswagen-diesel gate“Il governo italiano potrebbe costituirsi parte civile quando si sarà accertato la quantità e la qualità del danno, e dovrebbe farlo in Germania perché lì è avvenuto il caso”. Lo ha detto Riccardo Nencini, viceministro alle infrastrutture e Trasporti a proposito dello scandalo delle auto Volkswagen. Codacons annuncia una class action. Il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, pronosticato che “alla fine Volkswagen non sarà più quello che era”. Continuano le dimissioni a catena.


“Il governo italiano potrebbe costituirsi parte civile quando si sarà accertato la quantità e la qualità del danno, e dovrebbe farlo in Germania perché li é avvenuto il caso”. Lo ha detto Riccardo Nencini, viceministro alle infrastrutture e Trasporti, ai microfoni di Mix24 su Radio 24 a proposito dello scandalo delle centraline truccate nelle auto prodotte dalla Volkswagen.

Nelle stesse ore in cui Nencini pronunciava queste parole, l’associazione dei consumatori Codacons, ha notificato la prima class action italiana contro la casa automobilistica per i danni derivanti dalle centraline truccate per mascherare le reali emissioni di inquinanti.

L’atto di citazione della casa automobilistica è stata presentata al tribunale di Venezia e l’azienda di Wolfsburg dovrà comparire davanti ai giudici l’11 febbraio 2016 per rispondere alle richieste di risarcimento dei consumatori. Nella class action, Codacons accusa Volkswagen di violazione delle norme sulla correttezza, inadempimento contrattuale, diversità del bene venduto rispetto a quello voluto, elusione delle norme sulla concorrenza e lesione del diritto di vivere in un ambiente salubre. L’associazione chiede la tutela del consumatore, “vittima di pratiche commerciali scorrette, pubblicità ingannevole per occultamento fraudolento di dati inerenti il rispetto delle norme che impongono limiti massimi di emissione”. “Il danno, per il singolo utente – sostiene Codacons – si configura sia in termini di acquisto di un mezzo diverso da quello voluto che come pregiudizio derivante dalla circostanza di dover subire quotidianamente emissioni nocive paradossalmente, poi, il consumatore che ha acquistato il mezzo Volkswagen ha subito il danno di aver, inconsapevolmente immesso nell’ambiente sostanze tossiche in una percentuale superiore rispetto quella prevista dalla legge”.

“Tutti i proprietari di vetture del gruppo Volkswagen coinvolte nello scandalo possono formalmente pre-aderire alla class action, in attesa della pronuncia del Tribunale sulla ammissibilità, e chiedere il risarcimento dei danni subiti per un importo tra 10mila e 50mila euro ad automobilista”, conclude l’associazione.

Le cifre che vengono ipotizzate si aggiungono alla multa – che può arrivare a 18 miliardi di dollari – che arriverà alla Casa automobilistica dall’EPA, l’ente americano per il controllo delle emissioni, dalle altre class action e dai costi del richiamo di 11 milioni di vetture – circa 6 miliardi di euro – , come annunciato ieri. Una mazzata che potrebbe non lasciare in piedi nulla di quella che fino a ieri era la prima industria automobilistica del mondo.

Non a caso oggi il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, quello che faceva la lezione (giustamente) ai greci per aver truccato i conti dello Stato, parlando alla ‘Redaktions Netzwerk Deutschland’, ha facilmente pronosticato che “alla fine Volkswagen non sarà più quello che era”. Proseguono intanto le dimissioni presentate o annunciate di dirigenti. Dopo quelle di Martin Winterkorn, l’Amministratore delegato che si è dimesso la scorsa settimana, oggi è il capo della comunicazione, Stephan Gruehsem, che si prepara a lasciare. Intanto un top manager e una decina di dipendenti sono stati mandati in ferie forzate nell’ambito dell’inchiesta interna, relativa alla manipolazione dei dati sui motori diesel. Secondo la Sueddeutsche Zeitung, dalle indagini dell’azienda sarebbe emerso che il responsabile dello Sviluppo, Heinz Jakob Neusser, un alto dirigente, sarebbe stato avvertito delle irregolarità da un tecnico già nel 2011.

Redazione Avanti!

Migranti. L’Europa scopre
che l’Italia aveva ragione

Migranti-Frontex-Alfano“Prima c’era l’Italia da sola, ora la realtà di questi ultimi mesi è cambiata”, così esordisce sul problema dell’immigrazione il ministro dell’Interno Angelino Alfano in un’audizione di fronte al Comitato parlamentare Schengen. Alfano ricorda infatti come solo con “la deflagrazione del fenomeno migratorio” e successivamente quando “flussi sono cambiati con la rotta balcanica, stiamo assistendo a un nuovo approccio dell’Europa”, che “sta lavorando per un riequilibrio dei flussi”, anche attraverso “l’egida di Frontex”.

Il Ministro riporta poi i dati del fenomeno migratorio in Europa: “Negli ultimi mesi secondo i dati delle agenzie europee, dall’inizio dell’anno al 31 agosto scorso sono 506mila le persone che hanno attraversato i confini esterni dell’Unione europea, il 213% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno passato”. Ma Alfano sottolinea poi come con il cambiamento delle rotte nel nostro Paese “gli sbarchi nel 2015 sono stati 864 contro gli 854 dell’anno passato”, gli arrivi di quest’anno in Italia “sono stati 130.577, circa 8.000 in meno rispetto allo stesso periodo del 2014”. Il titolare del Viminale nel ricordare il naufragio di Lampedusa, rievoca gli avvertimenti dati due anni fa dall’Italia all’Europa: “Noi avevamo avvertito l’Europa che ci sarebbero state altre porte” a cui avrebbero bussato “gli immigrati”. Nonostante poi “l’Italia abbia chiesto e ottenuto” dall’Europa il sistema delle quote “la ridistribuzione è destinata a crescere per via del meccanismo residuale”. C’è “l’Ungheria che si è detta contraria” e altre “54mila richieste” da ricollocare. Le misure adottate dall’Unione europea nel gestire il fenomeno vanno anche a sostegno dei “Paesi d’origine, oltre che con Paesi come la Turchia, il Libano e la Giordania”. Il ministro dell’Interno elenca la nazionalità degli immigrati sbarcati in Italia dall’inizio dell’anno, la maggioranza “quasi esclusivamente dalla Libia 130.577 migranti”. La nazionalità prevalente è quella eritrea (27%), seguono i migranti nigeriani (13%), somali (7%), sudanesi e siriani (6%).

Angelino Alfano afferma: “Siamo solidali e chiediamo solidarietà e collaborazione”, ma
nella gestione del fenomeno da parte dell’Europa devono “essere individuati tre pilastri fondamentali: solidarietà, hotspot e rimpatri. La solidarietà si esprime nella redistribuzione dei migranti, confermata dall’ultimo vertice: l’Europa si sta muovendo nella direzione giusta, il superamento del principio alla base del regolamento di Dublino non è ancora divenuto un fatto giuridico ma, di fatto, quel principio è saltato. Gli hotspot dovranno servire a distinguere chi ha diritto all’asilo da chi deve essere rimpatriato”.

“Non vogliamo essere facili profeti – ribadisce il Ministro – ma è chiaro che man mano accanto al numero di chi fugge da guerre e persecuzioni aumenterà quello di chi scappa dalla fame, in cerca di un futuro migliore. E se il meccanismo dei rimpatri dei migranti economici non funzionerà, l’intero sistema andrà incontro al collasso. Quanto ai rimpatri – ha precisato Alfano – deve essere l’Europa a farsi carico della responsabilità economica, politica e giudiziaria”. “Un conto – ha affermato – è che se ne occupi il singolo Paese, un altro è che a farlo sia l’Ue. Anche perché l’Ue potrebbe condizionare gli aiuti economici ai Paesi di origine dei migranti alla collaborazione assicurata da questi nei rimpatri”.  Focalizzando poi l’attenzione sull’Italia il ministro ha fornito i dati sull’accoglienza degli immigrati nel nostro Paese: “8mila sono ospitati nei centri governativi di primo soccorso e accoglienza, 20mila negli enti locali della rete Sprar (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) e 69mila nei centri di accoglienza allestiti in via temporanea in una logica di partenariato con regioni ed enti locali”. Particolare rilevanza è stata data alla rete Sprar “che accoglie anche i minori non accompagnati” e che vede un aumento “dai 3mila del 2012 agli attuali 21.817, sparsi nei 376 comuni che hanno garantito la loro adesione volontaria”. Nonostante la crescita però “la platea dei comuni coinvolti è ancora modesta”.

Per un reale cambio di registro e un aumento delle adesioni per il ministro Alfano “è necessario che funzionino bene le Commissioni territoriali chiamate a vagliare le domande di asilo”. Alfano infine fa il punto della situazione sulle domande esaminate quest’anno: “il 51% sono state respinte; al 5% è stato riconosciuto lo status di rifugiato, il 16% ha avuto la protezione sussidiaria, nel 24% dei casi gli atti sono stati trasmessi al questore per il permesso di soggiorno. Il 4% delle domande è stato archiviato per irreperibilità del richiedente”.

Maria Teresa Olivieri

Istat. Più occupati e più disoccupazione giovanile

Disoccupazione-giovaniAnche se i giovani senza lavoro sono ancora in aumento, crescono gli occupati in Italia e il tasso di disoccupazione tocca i minimi da febbraio 2013. 69mila occupati in più (+0,2%) e un piccolo incremento (+0,3%) del tasso dei giovani disoccupati. Questa la rilevazione – nel mese di agosto – dell’Istituto nazionale di statistica (Istat). Rispetto ai tre mesi precedenti – nel periodo giugno-agosto 2015 – il tasso di occupazione cresce (+0,2 punti percentuali), mentre calano il tasso di disoccupazione (-0,2 punti) e il tasso di inattività (-0,1 punti). Sui dati Istat si è espresso il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan: «Ci sono miglioramenti permanenti, frutto di scelte strutturali». Continua a leggere

Gaudì. Trovata la cabina ascensore di Casa Batllò

cabina gaudi- con spezialiAndrea Speziali, un giovane italiano esperto d’arte Liberty ha fatto un’eccezionale scoperta in Italia: la preziosa cabina di ascensore appartenuta a Casa Batllò di Barcellona. La prestigiosa dimora, progettata da Antoni Gaudì tra il 1904 e 1907, è diventata  una delle architetture più note al mondo in stile Art Nouveau e il 23 settembre scorso si sono festeggiati i dieci anni da quando l’UNESCO ha dichiarato Casa Batllò Patrimonio dell’Umanità.

Affascinato dalla bellezza dell’opera, un facoltoso collezionista del sud Italia acquista la cabina d’ascensore, alcuni mesi fa, da un privato e si rivolge ad Andrea Speziali per ottenerne l’expertise. Gli studi e le ricerche condotte dallo studioso ricondurrano poi l’opera senza dubbio a Casa Batllò di Barcellona, come affermato dallo stesso Speziali.

Interno cabina-Gaudi

I vetri soffiati, l’andamento segnico – coloristico delle decorazioni e le giunture sono le medesime che si ritrovano nella casa progettata da Antoni Gaudì. Il legno (mogano), e la pavimentazione interna della cabina, è lo stesso utilizzato per porte e finestre della casa barcellonese.
Un’altra conferma è legata, secondo il giovane esperto italiano, ai metalli utilizzati per le maniglie della cabina, ancora una volta, gli stessi impiegati per Casa Batllò.

Una nota di rilievo è ricavata dalle dimensioni dell’attuale ascensore di Casa Batllò che combaciano con le misure della storica cabina, anche considerando lo spessore d’ incastro della sua base destinato a livellare la struttura al pavimento.

Sono tutti elementi che contribuiscono a supportare l’ originalità dell’opera  montata dalla ditta Fuster & Fabra Hermanos con sede a Barcellona.

Ditta costruttrice dell'ascensore

Ditta costruttrice dell’ascensore

E ancora, la storia raccontata dal figlio dell’imprenditore spagnolo, che durante il periodo franchista trasporta la cabina a Palermo dove risiede la famiglia, ci restituisce il ricordo di quando era bambino nel tempo in cui il padre, attivo nel settore edilizio, aveva recuperato, da edifici in fase di ristrutturazione o demolizione, diverse proprietà assieme alla cabina Art Nouveau.

L’idea progettuale della cabina, secondo il parere di Andrea Speziali, avvallato da altri esperti e critici d’arte italiani e spagnoli, parte da Gaudì che avrebbe commissionato la progettazione a Lluís Domènech i Montaner.

Casa Batllo¦Ç di Gaudi¦Ç a Barcellona

L’exprertise, rilasciata all’attuale proprietario della cabina, evidenzia gli elementi che  avvalorano  questa ipotesi come il taglio del legno e i decori geometrici e naturali agli angoli del tetto della cabina.  Quando direttore e funzionari di Casa Batllò sono venuti a conoscenza che la cabina si trova in Italia e hanno visto per la prima volta le foto  sono rimasti sorpresi dalla sua bellezza ed eleganza, non senza una punta di invidia.

Pur nella consapevolezza che non sarebbe possibile un ritorno a Casa Batllò, non si esclude la possibilità che l’ente gestore di Casa Batllò organizzi una conferenza in Spagna dove Speziali, assieme al massimo esperto di arte gaudiana possa discutere della scoperta.

I commenti scaturiti in questi giorni nella penisola iberica, in ordine alla notizia del felice ritrovamento,  testimoniano una certa rivalità fra i due paesi trascurando, nello stesso tempo, le radici storiche e culturali che Spagna e Italia hanno in comune.  Certo è che, almeno per una volta, il nostro Paese ha dato prova  di particolare attenzione verso il patrimonio dell’arte  e della cultura.

Si sta pensando di esporre al pubblico nel 2017, in anteprima assoluta, la cabina nel percorso espositivo di una mostra incentrata sull’opera del celeberrimo architetto Liberty Giuseppe Sommaruga  nel centenario della morte. La volontà di Andrea Speziali, come curatore dell’esposizione, è quella di stuzzicare il fruitore portando in mostra diverse proprietà straniere.

Cecilia Casadei
Redazione Italia Liberty

Per interviste al critico d’arte Andrea Speziali: Mobile +(39) 320 0445798

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Addio all’IMU, ma benvenuti al federalismo fiscale – Marco Cappato
su il Foglio

DIRE “ADDIO” ALL’IMU HA SENSO SE DICIAMO “BENVENUTI” AL FEDERALISMO FISCALE
di Marco Cappato

La posta in gioco più importante con l’abolizione dell’IMU sulla prima casa non è la ripresa economica, ma il federalismo. Più precisamente: il federalismo fiscale municipale, che il governo Renzi deve decidere se creare o affossare.
Sull’utilità di tagliare le tasse è difficile essere in disaccordo. Che la priorità sia l’Imu è questione controversa. Molti economisti, tra i quali gli esperti della Commissione europea, sostengono che gli effetti sarebbero maggiori riducendo le tasse su imprese e lavoratori, dato l’effetto moltiplicatore di maggiori investimenti e assunzioni nel settore produttivo. Le critiche sono fondate. Renzi rivendica l’autonomia delle scelte del Governo rispetto all’Unione europea, tenendo un occhio al fattore consenso, che premierebbe la detassazione sugli immobili visti i numeri dei proprietari di casa in Italia. Naturalmente, la strategia può funzionare solo se il Governo sarà davvero in grado di tagliare la spesa, ridurre l’evasione e far seguire riduzioni fiscali anche sulla produzione, come promesso da Padoan. Si vedrà.
Su un punto però non ci sono dubbi, neanche nell’immediato: i Comuni, che già escono da 5 anni durante i quali si sono visti tagliare 8,3 miliardi di trasferimenti (fonte CGIA Mestre) saranno privati di una ulteriore fonte di entrata. Il Governo ha promesso di compensare con nuovi trasferimenti statali. Anche se fosse vero, sarebbe la strada sbagliata. La conseguenza certa sarebbe di eliminare persino quel minimo di collegamento tra tassazione e territorio, in uno Stato già pesantemente centralista.

Un’alternativa c’è. Con l’occasione dell’’abolizione dell’IMU sulla prima casa, invece di compensare con maggiori trasferimenti statali, il Governo potrebbe proporre al Parlamento di attribuire piena capacità impositiva ai Comuni proprio sulla prima casa. Non una “local tax” fissata a Roma, ma una tassa municipale. Si incardinerebbe così l’obiettivo che la Lega ha inseguito per ventanni: il federalismo fiscale, con conseguente responsabilizzazione della spesa pubblica locale. Il federalismo all’italiana, a trazione leghista, ha vissuto come decentramento regionale della spesa in assenza di decentramento regionale delle tasse, con la conseguenza di trasformare le Regioni italiane da mere articolazioni burocratiche dello Stato centrale a potenti e irresponsabili centri di clientelismo e dissipazione delle risorse pubbliche, anche peggio dello Stato centrale.
L’abolizione dell’IMU sulla prima casa fornisce l’occasione di avviare una rivoluzione federalista cambiando terreno di gioco e puntando su una dimensione territoriale certamente più radicata nella storia italiana di quanto non lo siano le posticce regioni. Nel lasciare ai Comuni autonomia impositiva sulla casa, lo Stato dovrebbe attribuire loro maggiori compentenze, riducendo la spesa centrale. Il rischio che poi i Comuni si rivalgano sui cittadini, tanto da aumentare la pressione fiscale complessiva, sarebbe affrontabile non solo e non tanto attraverso “tetti” impositivi, ma ancor più attraverso uno strumento che può ancora essere efficace: la democrazia. In particolare, la dimensione comunale si presta a pratiche di coinvolgimento dei cittadini nel governo delle risorse pubbliche, a forme di democrazia diretta sul modello svizzero, alla realizzazione di una fiscalità ambientale e di un welfare di prossimità meno assistenzialista. I benefici non sarebbero solo economici. Realizzare il federalismo fiscale puntando sui Comuni spiazzerebbe le rivendicazioni delle piccole patrie in salsa regionalista. Da non sottovalutare, come la Catalogna insegna.

Marco Cappato
Presidente del gruppo Radicale-federalista europeo a Milano

Onu. Papa Francesco
vero protagonista
dell’Assemblea Generale

La 70ma Assemblea Generale delle Nazioni Unite è caduta in uno dei momenti più delicati dal 1989 ad oggi, le tragiche conseguenze della crisi economica e delle catastrofi ambientale determinate dal “Climate Change” sono state acuite dalle nuove e più vaste crisi regionali che hanno investito quattro continenti la cui gestione politica globale si è fatta sempre più difficile ed insicura. Sebbene l’Organizzazione delle Nazioni unite abbia negli anni subito le più vaste critiche dai paesi donatori essa continua a rimanere il luogo “democratico” per eccellenza ove tentare di dirimere e gestire le controversie internazionali e rendere globali le agende politiche ed economiche degli Stati Sovrani.

Al centro delle discussione è sicuramente emerso la conseguenza tragica del riaffiorare di nuove e più insidiose forme di terrorismo globale; senza esplicitarlo sul banco degli accusati è risalito quello religioso contro il quale nazioni distanti per identità e strategie si sono tuttavia impegnate per uno sforzo comune. Gli Stati Uniti da sempre refrattari nel condurre campagne politiche e militari che non prevedessero la loro esclusività di guida e leadership si sono presentati a questo appuntamento non senza aver modificato il loro atteggiamento consolidato verso Stati considerati sino a pochissimo tempo fa degli Stati “canaglia”.

Non vi è dubbio che l’accordo sul nucleare con l’Iran, nonché la ritrovata serenità con il proprio scomodo vicino (Cuba) ha segnalato non solo la duttilità del Governo americano nella capacità di cambiamento della propria strategia ma ha consentito di evitare di rendere l’assemblea Generale delle Nazioni Unite un appuntamento dove sfogare frustrazioni e le incomprensioni di una grande maggioranza degli Stati Membri contro il colosso americano. Ha approfittato di questa nuova inclinazione americana il presidente russo Vladimir Putin che si è infilato con intelligenza nel dossier siriano imputando all’Occidente l’errore di aver voluto armare gli oppositori di Assad, agevolando indirettamente la creazione del nascente Stato islamico che ha consolidato nel tempo le proprie posizioni militari.

Non vi è stato un vero e proprio accordo sull’azione di contrasto contro il nemico comune, sullo sfondo della questione siriana resta una divisione di fondo sulla ricostruzione di quello Stato, ciò che è evidente però ad entrambe le potenze interessate alla stabilità dell’area ed alla integrità dei propri amici è che lo status quo non possa essere mantenuto e che una soluzione di natura militare vada assunta, con il consenso del Consiglio di sicurezza, per ripristinare un nuovo ordine politico ed istituzionale nella vasta area medio-orientale che dai confini della Turchia lambisce Israele che oggi ha perso il proprio equilibrio.

L’obiettivo di Putin è che una risoluzione comune possa essere assunta nell’anno di Presidenza Russa del Consiglio di Sicurezza e che essa si ispiri alla quella Carta delle Nazioni Unite i cui principi e valori furono scolpiti a Yalta, proprio sulla terra russa dove il Presidente vorrebbe ritornare idealmente. Sullo sfondo restano le contraddizioni della questione Ucraina e l’inevitabile assioma fra l’autoritarismo di Poroschenko e quello di Assad, e la conseguente richiesta simmetrica di azzeramento dei regimi siriano e ucraino, ma nell’insieme il dialogo fra le grandi potenze, la costruzione di un multilateralismo che non isoli Mosca e che contempli il gigante silenzioso Cinese, che ricostruisca una possibile solidarietà fra gli arabi è il risultato più tangibile della recente evoluzione.

Sullo sfondo rimane l’Europa, il protagonismo francese ed inglese già mallevadore della perniciosa questione libica, la maldestra leadership economica tedesca azzoppata dagli ultimi eventi motoristici ed una fragile,per non dire nulla di più offensivo, posizione italiana costretta a rivendicare una primazia dell’accoglienza dei migranti ma anche un ruolo nel Consiglio di Sicurezza preteso in virtù della propria inoffensività e neutralità sulle  questioni che dividono i grandi della Terra e verso le quali sarebbe necessario un pronunciamento convincente e chiaro perché del nostro paese non resti nell’immaginario collettivo solo il volto della sua bellezza e della sua gioventù.

Da Roma tuttavia si è mosso il vero protagonista dell’Assemblea Generale, Papa Francesco portatore di messaggi universali non generici né scontati. Ed è sulla falsariga della sua Agenda che intendono muoversi le Nazioni Unite che hanno trovato nel piccolo Stato Vaticano appena accolto nella Società delle Nazioni molto di più che un interlocutore spirituale ma un vero e proprio partner politico nel segno della pace, della tolleranza ma anche della lungimiranza di chi sa che pace, libertà e benessere non si ottengono soltanto con le preghiere.

Bobo Craxi 

‘Terra dei Fuochi’.
La ricetta di De Luca

Il governatore della Campania, Vincenzo De Luca

Il governatore della Campania, Vincenzo De Luca

Il Governatore della Regione Campania, Vincenzo De Luca, ha illustrato – durante la manifestazione della decima giornata del creato ad Acerra, le priorità  da eseguire nei prossimi mesi per affrontare seriamente la questione “Terra dei Fuochi”, sia sotto il piano organizzativo, per lo smaltimento delle ecoballe, sia sotto il piano sociale per la tutela dei cittadini campani. No a termovalorizzatori e discariche, ma un piano strutturato in tre capitoli di intervento per rimuovere dalla Campania 5 milioni e 600 mila tonnellate di ecoballe.

De Luca spiega il suo progetto per eliminare i rifiuti che ormai da 16 anni stazionano sul territorio e che costano all’Italia circa 120 mila euro al giorno in base alle sanzioni inflitte dall’Ue per la pessima gestione del ciclo della spazzatura campana. Sui termovalorizzatori De Luca ha spiegato di non avere posizioni ideologiche e che il “no” a nuovi impianti è dovuto ai tempi di realizzazione (almeno 4 anni, ndr) che sarebbero troppo lunghi vista l’emergenza. “L’operazione costerà 500 milioni di euro, soldi – ha detto De Luca – che dovrà necessariamente stanziare il governo. A Renzi ho detto che potrebbe rappresentare un titolo per la sua prossima campagna elettorale: dalla terra dei fuochi alla terra dei fiori – spiega De Luca il suo progetto nel corso della manifestazioni – “Un terzo delle ecoballe sarà trasportato fuori regione verso impianti di vario tipo; un alto terzo sarà trattato attraverso il potenziamento degli stir di Tufino e Giugliano, dedicando una nuova linea di tritovagliatura alla lavorazione delle ecoballe; il rimanente con il potenziamento dello stir di Caivano per le ecoballe di Villa Literno e Caivano”. Dopo l’illustrazione del suo piano di intervento per lo smaltimento dei rifiuti.

Il presidente De Luca interviene, davanti al cardinale di Napoli Sepe ed al Procuratore di Nola  Paolo Mancuso,dettando il modo in cui  intende affrontare socialmente il dramma “ Terra dei Fuochi”. Le prime priorità ,per tutelare i cittadini campani ,saranno quelle di Ripristinare il registro tumori, e raccontare tutta la verità. «La situazone campana è drammatica – ha detto De Luca – e noi dobbiamo raccontare tutta la verità. C’è violenza, ci sono problemi, ma c’è anche la speranza, perché ci sono persone perbene che fanno il proprio dovere e lavoro. Dobbiamo liberarci dall’abitudine di utilizzare le istituzioni per fare clientele di massa. Cominciamo a dare risposte per fare esclusivamente il bene della gente». De Luca, quindi, ha sostenuto che in tempi brevi sarà ripristinato il registro tumori, «e ci saranno screening di massa permanenti». «Finora – ha aggiunto – non sono state fatte bonifiche, ma ci sono a disposizione 50 milioni di euro che serviranno per un lavoro attento sulla Terra dei fuochi. Venti di questi milioni erano stati destinati alla promozione dei prodotti con concerti e concertini: chi vuole fare i concertini se li faccia di tasca propria. Per promuovere i prodotti servono certificazioni, analisi, far capire che i prodotti sono genuini, e noi saremo all’Expo per mostrare i dati di analisi commissionate all’Istituto zooprofilattico di Portici, per rassicurare tutti».

Francesco Brancaccio