lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Amburgo. Giallo sulla perizia
che scagiona i due marò
Pubblicato il 16-09-2015


Amburgo-perizia MaroUn piccolo mistero e una domanda sulla perizia consegnata ieri ad Amburgo che potrebbe – il condizionale è assolutamente d’obbligo – modificare la vicenda giudiziaria dei due marò italiani, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, dal 5 febbraio 2012 impigliati nelle maglie della giustizia indiana con l’accusa di aver ucciso al largo delle coste del Kerala, due pescatori scambiarti per pirati.

Intanto il documento, depositato alla cancelleria del Tribunale internazionale per il diritto marittimo ad Amburgo, pubblicato ieri da Dagospia con un articolo a firma di Maria Giovanna Maglie, è tutt’altro che nuovo. Come scriveva su Il Foglio, il 12 aprile di tre anni fa Daniele Raineri “…il professor Sisikala (Sasika, ndr), anatomopatologo del tribunale, ha sostenuto dopo l’autopsia – compiuta il giorno seguente la morte dei due pescatori, il 16 febbraio – di avere recuperato un proiettile di cui è stato indicato non il calibro e la lunghezza in millimetri, come si fa di solito, ma la circonferenza in centimetri …”. Insomma quelle affermazioni contenute nel documento appaiono poco attendibili e inoltre “la perizia importante e ignorata di Luigi Di Stefano” come scrive la Maglie, appare ancora meno credibile perché il Di Stefano, che aveva reso noto il documento in una conferenza stampa alla camera il 16 aprile del 2012, non è conosciuto per essere un perito. Al proposito il parlamentare radicale Maurizio Turco aveva rivolto un’interrogazione al ministro degli esteri in cui chiedeva di sapere “se e a quale titolo l’ingegner Luigi Di Stefano sia coinvolto nel presente caso; in quale modo il predetto ingegnere sia venuto eventualmente in possesso di informazioni riservate relative al presente caso e se l’autorità giudiziaria competente ne sia informata; quanti casi balistici il predetto ingegnerie abbia sinora trattato; quali siano i titoli, le pubblicazioni e gli accreditamenti dell’ingegner Luigi Di Stefano nel settore della balistica forense”.

Resta il fatto che se le affermazioni contenute nella perizia dovessero trovare conferma, i responsabili dell’uccisione dei due pescatori non potrebbero essere i nostri militari perché quel tipo di proiettile appartiene ad armi diverse da quelle in dotazione alla Marina, fucili di fabbricazione sovietica, diffusi nella regione e sicuramente in uso ai pirati.

A oggi però la vicenda è definita in base ai documenti prodotti ufficialmente – fino a ieri – dai periti del tribunale indiano che avevano ‘identificato con certezza’ i due fucili Beretta da cui erano stati esplosi i proiettili che avevano che avevano ucciso i due pescatori.

“Il laboratorio della polizia scientifica di Trivandrum (State Forensic Science Laboratory) – scriveva il Corriere della Sera del 10 aprile 2012 – ha concluso la perizia sugli otto fucili (sei mitragliatori Beretta Ax 160s e due mitragliatrici Minimi), sequestrati a bordo della petroliera Enrica Lexie, riscontrando che le «rigature» individuate sui proiettili recuperati nei corpi dei pescatori uccisi coincidono con quelle di due armi in dotazione ai marò del Reggimento San Marco”.

Certo, queste affermazioni valgono fino a un certo punto perché, come ricorda il sito Analisi Difesa, i nostri periti “non sono stati messi in condizione di avere la certezza che i proiettili al centro dell’accertamento balistico fossero stati davvero estratti dai cadaveri delle due vittime e non parteciparono ad alcun esame con il microscopio comparatore, l’unico che può stabilire quale arma ha sparato studiando le rigature”.

Rimane allora attorno a tutta la vicenda un alone di incertezze, imprecisioni, documenti che potrebbero rivelarsi ‘patacche’ e però anche una domanda: perché l’India consegna solo adesso un documento che sembra introdurre un elemento di dubbio nella ricostruzione ufficiale che fino a oggi è stata sostenuta dai magistrati del Kerala?

Comunque la questione resta tutta lì dove si trova oggi, nelle mani di avvocati e giudici del Tribunale internazionale per il diritto marittimo al quale l’Italia si è rivolta, per avere un arbitrato internazionale, dopo tre anni e sette mesi di trattative senza risultato alcuno e senza che da parte indiana venisse neppure prodotto un capo d’imputazione a carico dei due marò.

Redazione Avanti!

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