sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

‘Anna e Yusef’:
il sogno di libertà
e giustizia dei migranti
Pubblicato il 16-09-2015


Anna e Yusef

Adel Bencherif e Vanessa Incontrada nella fiction ‘Anna e Yusef’

Il 7 e l’8 settembre scorsi è andata in onda “Anna e Yusef, un amore senza confini”, la nuova fiction di Cinzia TH Torrini, la regista di “Un’altra vita” che torna di nuovo sullo schermo insieme a Vanessa Incontrada, che veste i panni della fisioterapista Anna. Alla coppia si unisce Adel Bencherif, che interpreta Yusef, il fidanzato tunisino di Anna. I due vivono in Italia con la loro figlia Nadira. Ma Yusef viene espulso dall’Italia per un errore giudiziario.

Molti i temi affrontati con semplicità e grande umanità dalla regista e dagli attori, che non hanno mai peccato di banalità o retorica. Tra questi: immigrazione clandestina, caporalato, Primavera araba, rivolte giovanili, guadagno illecito col traffico “sommerso” di clandestini sfruttati nei campi dove lavorano quasi in condizioni di schiavitù e che disperati fuggono dalla guerra (per cui pagano i cosiddetti viaggi della “fortuna” e della speranza anche fino a mille euro), la lotta per il rispetto, la libertà, la dignità e la democrazia di questa gente. Una lotta continua contro i pregiudizi sociali, nella discriminazione e nell’emarginazione sociale di chi li vede diversi  con le differenze enormi di considerazione tra uomini e donne (in un Paese come la Turchia in cui vige il capofamiglia, figura maschile di padre padrone, come quella dei mariti che sottomettono le donne che devono dipendere dal proprio coniuge), con differenze di religione e di cultura che vanno ad aggravare la non facile convivenza pacifica.

Anna e yusef-barcone

Ma quello tra Anna e Yusef è un amore vero, “un amore senza confini”, come cita il titolo della fiction. Il sentimento tra Anna e Yusef è così autentico e forte che lei sceglie di seguire lui in Turchia quando viene espulso, mettendo a rischio la sua vita e quella di Nadira. Anche lì, come in Italia, l’integrazione è difficile, ma Anna capisce che è l’unico modo per stare vicina al marito. Ed è disposta a tutto, tanto da finire su uno dei barconi di migranti clandestini. Anna è la donna coraggio che sostiene, come fa coi suoi pazienti nella riabilitazione quando temono di cadere. Centrale, fondamentale, pregnante e assolutamente decisiva la parte finale in cui assistiamo al culto delle nozze in Turchia.

La musica spicca sul recitato, ma colpisce particolarmente la scena in cui si vede in primo piano il disorientamento di Anna che si guarda intorno quasi persa. Palese il suo senso di smarrimento, di sentirsi un’estranea in un Paese che non è il suo, in cui tutti invece sembrano godersi la festa e la cerimonia, perfettamente inconsapevoli del suo stato di disagio.

“È stato bello vederti così sereno e tranquillo nel tuo mondo e volevo farne parte”, gli dice. Ma sembra quasi impossibile, perché prima lui deve liberarsi del senso di frustrazione e dal peso di una verità offuscata da una giustizia che ricerca disperatamente nella realtà dei fatti e nella libertà di provare che non ha colpe. E il suo è un anti eroe, che scrive un sogno di pace, libertà, democrazia, giustizia, senza armi, anzi combattendo con la forza dell’onestà, della trasparenza, della chiarezza e della sincerità, la stessa con cui si rapporta con Anna. E in questo il finale è eccellente; Yusef, da valido ingegnere quale è, arriva a costruire un ponte per unire due mondi apparentemente ai poli opposti: Italia e Turchia, ma simbolici di Oriente e Occidente. E il film è “dedicato a tutti quelli che hanno cercato di costruire un ‘ponte’ e non ce l’hanno fatta”. E un velo di romanticismo e commozione alleggeriscono la tensione, la pressione e il peso delle parole, delle azioni, dei fatti, delle scelte, mostrati fino a quel momento. Yusef dedica il “suo” ponte a sua moglie “senza la quale non ce l’avrebbe fatta” e a sua figlia Nadira, “la sua forza”.

Anna e yusef-ponte

Lacrime di gioia squarciano un sorriso di sollievo, come il sole caldo che illumina la Turchia e quelle terre che troppo spesso sono costrette a vivere nell’ombra ingiustamente. In questo esplicite le parole di Vanessa Incontrada (rilasciate in un’intervista a Vanity Fair), che ha parlato di “Un’esperienza bellissima, ma molto forte a partire dal luogo in cui abbiamo girato”, definendo “intensissimo” il momento in cui ha vissuto il rituale del matrimonio e dell’imbarcarsi sui barconi con gli altri migranti. “Attraverso una storia d’amore ho voluto raccontare i conflitti sociali, – ha sottolineato la regista – il tema dell’immigrazione e dell’integrazione. E lanciare un messaggio positivo sull’accoglienza e la condivisione. Anche noi italiani in passato siamo stati migranti no? Dobbiamo imparare ad accettare che l’immigrazione è un dato di fatto”, ha concluso Cinzia Th Torrini.

Non si può certo darle torto.

Barbara Conti

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