domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

ATENE, È GIÀ GOVERNO
Pubblicato il 21-09-2015


Tsipras vince ancora

Il premier uscente e leader di Syriza, Alexis Tsipras, ha rivinto le elezioni con uno straordinario 35,5% dei voti e 145 seggi. Gli ex alleati di governo, i nazionalisti di Anel, ‘Greci Indipendenti’, avrebbero il 3,7% e 10 seggi. Il risultato ha spianato la strada al nuovo esecutivo che dovrebbe giurare domattina nelle mani del presidente della repubblica, Prokopis Pavlopoulos, riproponendo la stessa coalizione di governo che era nata nel gennaio scorso,con una maggioranza parlamentare di 155 seggi su 300. Ambienti di Syriza spiegano che il nuovo esecutivo resterà aperto a collaborazioni con le opposizioni su determinati provvedimenti

Quanto ai dati della consultazione, l’affluenza al voto è scesa al 55,5% contro il 63% delle precedenti elezioni. I dati finali sono questi: Syriza 35,47 % (145 seggi) Nea Dimokratia 28,09 % (75) Alba Dorata 6,99 % (18) Pasok 6,28 % (17) KKE 5,55 % (15) Potami 4,09 % (11) Greci Indipendenti 3,69 % (10) Unione centristi 3,43 % (9).

Syriza raccoglie il 35,47 % dei voti, (145 seggi). Netto distacco di oltre 7 punti con il principale antagonista Nea Dimokratia, peraltro primo responsabile del distastro economico del Paese. Preoccupante il terzo posto della destra di Alba Dorata e incoraggiante la ripresa del Pasok con più del 6% dopo il tracollo delle ultime elezioni.

La lettura più o meno unanime dei media è che si tratta di una grande vittoria di Tsipras, che ora ha davanti un compito assai duro perché dovrà gestire l’applicazione del memorandum con i creditori internazionali.

Le reazioni internazionali

“Ci avrei scommesso. A tifare Tsipras – ha scritto sulla sua pagina Facebook il segretario del PSI, Riccardo Nencini – non è rimasto più nessuno. Nessuno di quella sinistra ‘kalimera’ approdata in massa ad Atene solo pochi mesi fa. Sempre alla ricerca di un papa straniero ma, come ti confronti con i nodi di governo, scompare e rinnega. Prima o poi il leader greco farà domanda di adesione al Pse”.
Il presidente russo Vladimir Putin ha inviato un telegramma congratulandosi per la vittoria di Syriza nel quale “ha espresso la speranza” di “un ulteriore rafforzamento” delle relazioni tra Russia e Grecia” in diversi settori, inclusi commercio ed economia, energia e sfera umanitaria.
Il Presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk ha scritto: “Molte delle sfide dell’Ue nel suo complesso sono le stesse che ha di fronte la Grecia, la crisi dei rifugiati e la creazione di una crescita sostenibile. Confido che il nuovo governo contribuirà in modo costruttivo nella ricerca di soluzioni a queste sfide”.
La vittoria elettorale di Tsipras è un “messaggio importante” per la sinistra europea. Il presidente francese François Hollande si è felicitato con il leader di Syriza e ha promesso di recarsi presto in visita ad Atene. “È un successo importante per Syriza, per Tsipras e per la Grecia, che potrà avere un periodo di stabilità”.


La vittoria di Tsipras. Il ritorno dei socialisti del Pasok.
di Emanuele Pecheux

Altro che testa a testa! Syriza ha stravinto le elezioni parlamentari greche con oltre 1l 35% dei voti con una lieve flessione (meno dell’1%) rispetto alle elezioni di gennaio.
Nea Demokratia di Vangelis Meimarakis,ha ottenuto pressapoco il medesimo risultato d’inizio anno. Entrambi i grandi partiti hanno comunque perduto qualcosa in termini di seggi al parlamento (Syriza – 3, ND – 1).
Ancora una volta dunque i sondaggisti ellenici hanno clamorosamente toppato.

La scusa che l’alto tasso di astensionismo e la grande percentuale di indecisi alzano i margini di errore non regge più. Se i sistemi di rilevazione di voto danno codesti esiti tanto vale evitare di  seguitare a proporli.

Discorso che vale anche per gli altri paesi, Italia compresa.
Sin dagli exit poll, riscontrati dai dati reali, infatti, ha trovato conferma il fatto che non c’è stato alcun testa a testa poiché la vittoria di Syriza è apparsa subito chiara, pur restando lontano il partito di Alexis Tsipras da quella maggioranza assoluta e di seggi (151) in parlamento che renderà necessaria la formazione di un governo di coalizione.
L’elettorato ha premiato il pragmatismo del giovane leader ateniese dandogli la possibilità di continuare a governare per i prossimi 4 anni che saranno decisivi per la rinascita economica e sociale della nazione ellenica.
Apparentemente l’esito del voto sembra la copia conforme della consultazione dello scorso 25 gennaio. Non è così. Vediamo perché:

1) Syriza non è più quella d’inizio anno. È sempre di più soltanto “il partito di Tsipras” che ha sbaragliato, anche a costo di una scissione i settori più radicali che tanto piacevano ( e piacciono) alla nostra brigata Kalimera di Vendola e C.
È, codesto, un fatto difficilmente confutabile;
2) Gli scissionisti di Syriza, quelli che il sindacalista socialista Bruno Buozzi avrebbe definito gli esponenti della “sinistra delle chiacchiere” ispirati dal divo Yanis Varoufakis, amico di Fassina & C,  e guidati da Panagiotis Lafazanis, sono  rimasti fuori dal parlamento;
3) Il partito Laïkì enòtita, Unità popolare, nato da una costola di Syriza ha fallito l’obiettivo di superare lo sbarramento del 3%. Tsipras ha vinto set, gioco e  partita;
4) I neonazi di Alba dorata rimangono purtroppo il terzo partito ma, fortunatamente, restano inchiodati alla percentuale ottenuta a gennaio. Idem dicasi per i veterostalinisti del KKE. Totale: 33 seggi in frigorifero. As usual;
5) Anel, Greci indipendenti, il partito di destra di Kammenos, che ha sostenuto il passato governo Tsipras, garantendogli la maggioranza parlamentare, perde un punto secco e ben 3 deputati;
5) To Potami, il partito di centro del giornalista Theodorakīs, grande sorpresa di gennaio, flette vistosamente di 2 punti e perde 6 deputati;
6) Il Pasok, infine,  guidato da Fofi Ghennimatà, non solo argina la frana di gennaio ma per poco non diventa il terzo partito di Grecia, recuperando quasi completamente i consensi in uscita dalla fallita scissione di Papandreou, guadagnando 4 seggi rispetto alla debacle dell’inizio dell’anno.

Come si vede il risultato delle urne pur sanzionando la netta vittoria di Alexis Tsipras è sensibilmente diverso dall’esito di otto mesi fa e offre al vincitore uno spettro di valutazioni che avrebbero potuto insurlo a non ripetere “sic et simpliciter” l’esperienza della coalizione della passata legislatura.

È vero che il gruppo parlamentare di Syriza, depurato dalle frange della sinistra radicale, sarà, presumibilmente, più coeso e compatto del precedente ma è altrettanto vero che il premier, inspiegabilmente, nell’apprestarsi a formare un governo che si presume di legislatura ha deciso di non tenere in alcun conto il successo dei socialisti del Pasok. Peraltro la contemporanea flessione di Anel rende la maggioranza parlamentare che lo sostiene davvero esigua (155 seggi).

Tsipras dunque ha deciso di confermare la coalizione di gennaio, affidando la propria sopravvivenza ad una formazione di centrodestra, non coinvolgendo la sinistra riformista dei socialisti del Pasok offrendo uno segnale non positivo soprattutto una potente giustificazione e pretesti a chi, in Europa, lo considera un leader ancora incline alla pratica del populismo, più vicino a Gysi che a Corbyn e blandamente riformista sol perché messo alle strette dalla congiuntura economica.

Non a caso Martin Schulz, il presidente socialdemocratico del PE non ha mancato, come lui stesso ha dichiarato, di far notare a Tsipras l’anomalia della sua coalizione, non ricevendo, così ha riferito, una risposta adeguata.

Peraltro la crisi greca è tutt’altro che superata. Se il nuovo governo di Atene non darà corso alle draconiane riforme contenute nel memorandum della UE, se, contestualmente non si procederà a ristrutturare un debito insostenibile, rischia di riemergere come un fiume carsico ed esondare definitivamente, con effetti devastanti.

Ad essa, da questa estate, si è aggiunta la drammatica vicenda dei migranti che investe in pieno le isole dell’Egeo e potrebbe riaprire le mai rimarginate ferite legate alla sedimentata reciproca ostilità con la vicina Turchia.

Problemi che il prossimo premier dovrebbe avere ben presenti e che dunque avrebbero potuto indurlo ad uscire subito da una quasi autosufficienza parlamentare retta da una stampella anomala come Anel, per intraprendere un cammino nel segno di una chiara ed in equivoca adesione ai principi ed alle prassi riformiste il cui naturale inizio avrebbe potuto essere un accordo che associasse il Pasok, forte di 17 deputati, alla sua maggioranza.

Sic stantibus rebus il serial thriller politico ellenico rischia di arricchirsi di nuove puntate.

Emanuele Pecheux

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