mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Attività d’impresa,
una nuova teoria contabile
Pubblicato il 11-09-2015


Da tempo gli economisti aziendali dibattono sull’appropriatezza dei principi contabili adottati a livello europeo per una corretta valutazione del risultato dell’attività d’impresa; alcuni ritengono che tali principi siano valsi ad immettere nel contesto della normativa contabile europea una sorta di “corpo estraneo”, altri sostengono, invece, la necessità che la teoria economica e la teoria dell’impresa siano rese coerenti con tale contesto. Il dibattito sembra vertere su un argomento estraneo agli interessi dei cittadini; però, non è così.

A parere di Angela Magistro, docente di Economia aziendale nell’Università di Roma “La Sapienza” e autrice di un “Quaderno monografico Rirea”, dal titolo “Teorie economiche, teorie dell’impresa, teorie contabili: una riflessione sui loro collegamenti”, uno degli effetti della crisi iniziata nel 2007 è stato quello di favorire l’allargamento della platea delle persone interessate al dibattito economico. Ciò sarebbe accaduto per via del manifestarsi di due fatti nuovi: il primo costituito dall’affermazione di un “forte elemento di autocritica” all’interno della teoria economica tradizionale; il secondo dovuto al diffondersi di “un dibattito abbastanza vivace” tra quanti sono interessati all’accounting, cioè alle procedure e metodologie contabili adottate per il controllo dell’attività d’impresa.

Vi sarebbe, però, una differenza tra quanto sta accadendo nel campo della teoria economica e in quello degli studi di accounting: mentre il dibattito concernente la teoria economica coinvolgerebbe, oltre gli addetti ai lavori, anche il grande pubblico, il dibattito sulle procedure contabili rimarrebbe ristretto all’ambito dei soli operatori interessati alla stesura e alla lettura dei bilanci d’impresa. Il motivo di questa differenza, secondo la Magistro, deriverebbe dalla circostanza che il dibattito che si svolge nel campo della teoria economica è motivato dai diversi valori, teorici oltre che ideologici, ai quali i componenti del sistema sociale si ispirano, mentre il dibattito sulle procedure contabili è percepito come riferito a un fenomeno puramente tecnico, non connotabile in termini ideologici.

L’autrice del “Quaderno”, comunque, è convinta che i problemi di cui si discute, sia nel campo della teoria economica che in quello delle procedure contabili, siano tutti della stessa natura, escludendo che alcuni abbiano un carattere teorico ed altri un carattere tecnico; in entrambi i casi, secondo la Magistro, il dibattito avverrebbe in merito a diverse visioni valoriali del funzionamento del sistema economico. A suo parere, infatti, “l’Accounting, e in particolare la contabilità di bilancio, diversamente da quanto viene percepito dal grande pubblico […], non è una semplice tecnica. Le teorie contabili rappresentano, in un certo senso, l’ultimo anello di un processo logico che ha, consapevolmente o inconsapevolmente, la sua origine in una certa visione, o interpretazione del mondo economico”. Partendo da questo assunto, la Magistro si propone di dimostrare che “esiste una importante, anche se non univoca, relazione tra teorie contabili, teorie dell’impresa e teorie economiche generali, nel senso che è possibile risalire da una data teoria contabile a una certa teoria economica e viceversa”.

Questo assunto è corretto, anche se sarebbe stato meglio esprimere la relazione al singolare, cioè tra “teoria contabile”, teoria economica e teoria dell’impresa; prima di spiegarne la ragione, conviene esporre succintamente l’”hard core” del discorso sviluppato nel saggio in esame. Per evidenziare la relazione tra teoria dell’impresa e teoria contabile, la Magistro assume che l’impresa, alternativamente, possa rappresentare: o un “centro di operazioni economiche orientate al conseguimento di un dato risultato” (profitto), il cui soggetto economico è individuato in un singolo soggetto, oppure in “gruppo di controllo”; oppure una “comunità d’interessi”, il cui soggetto economico coincide con i portatori di interessi istituzionali nei confronti dell’impresa.

In una situazione ideale, per tutte le configurazioni dello scopo dell’impresa appena ricordate dovrebbe esistere una perfetta “coerenza”, da un lato, tra il concetto d’impresa e quello di soggetto economico e, dall’altro lato, tra il concetto di soggetto economico e quello di risultato perseguito. Accade, invece, che mentre nel caso dell’impresa intesa come “centro di operazioni economiche” esiste coerenza tra i concetti di impresa, di soggetto economico e di risultato, nel caso dell’impresa intesa come “comunità d’interessi”, invece, viene meno tale coerenza, nel senso essa permane solo tra i concetti d’impresa e di soggetto economico, ma non tra quelli di soggetto economico e di risultato perseguito.

Ciò accade a causa dei “principi” sottesi alle procedure contabili adottate, tutte orientate nel presupposto che il risultato dell’attività dell’impresa vada a rimunerare il rischio economico assunto dai portatori d’interesse. Ora, mentre nei casi dell’impresa intesa come “centro di operazioni economiche” i portatori di interessi sono univocamente individuabili nei soggetti proprietari del capitale di rischio (o, a seconda dei casi, in coloro che esercitano di fatto il controllo dell’impresa senza esserne i proprietari), nel caso dell’impresa intesa come “comunità d’interessi”, il soggetto economico coincide con una platea di soggetti molto più vasta. Così, se le regole contabili sono orientate a configurare il risultato finale in funzione dei proprietari o dei “controllori” dell’impresa, viene meno la coerenza tra soggetto economico e risultato perseguito.

La presenza di incoerenza tra soggetto economico e risultato, nel caso dell’impresa intesa come “centro di interessi”, è riconducibile al fatto che l’organizzazione di questa è quella propria del modello stakeholder value oriented; questo, a differenza del modello organizzativo shareholder value oriented, al quale è riconducibile l’organizzazione dell’altro tipo d’impresa, considera prevalenti gli interessi di tutti coloro che, non solo in quanto proprietari o controllori, ma anche in quanto lavoratori, fornitori e consumatori, possono avanzare la pretesa di ricevere qualche “vantaggio”, in cambio della delega del potere decisionale ai proprietari del capitale di rischio, oppure in cambio del trasferimento del controllo sulla gestione dell’attività dell’impresa al suo management.

Con il modello stakeholder value oriented si è passati da una visione degli stakeholder come soggetti “terzi passivi”, che subiscono le conseguenze dell’attività d’impresa, a una visione che li considera soggetti “attivi”, in quanto partecipanti al processo di creazione di valore. L’idea a fondamento del modello stakeholder value oriented è quindi quella secondo cui tutti i soggetti coinvolti nell’attività di una data impresa investono nella stessa, in termini di risorse, competenze professionali, conoscenze e propensione al consumo dei suoi prodotti, analogamente a quanto fanno gli shareholder o il management.

La presenza dell’incoerenza tra il soggetto economico e il risultato lamentata dalla Magistro, se l’impresa è intesa come “centro di interessi”, è dovuta al fatto che le procedure contabili in questo caso sono le stesse che sono applicate anche nell’altro modello organizzativo dell’impresa; infatti, le procedure contabili applicate sono tutte orientate in senso privatistico e, perciò, inadatte ad essere applicate alle imprese intese sul piano organizzativo come “centro d’interessi”.

Secondo la Magistro, una volta che si assuma l’esistenza di una relazione diretta tra teoria economica-teoria dell’impresa-teoria contabile, diverrebbe facile accettare la critica rivolta al sistema contabile adottato in Europa, come “critica ad una certa concezione d’impresa”, ma anche come “critica alla teoria economica generale in cui tale concezione d’impresa s’inquadra”. In realtà, la critica alla natura privatistica delle procedure contabili adottate a livello europeo non può essere, né una critica alla teoria economica tradizionale, né una critica ad una concezione dell’impresa compatibile con tale teoria; essa implica solo il riconoscimento del fatto che le procedure contabili ufficiali sono inadatte a rilevare il risultato delle imprese il cui soggetto economico trascenda quello proprio dell’impresa intesa come “centro di operazioni economiche”. Ciò significa che non vi è bisogno di una nuova teoria economica e di una nuova teoria dell’impresa coerenti con una “nuova teoria contabile”; vi è solo bisogno, come sottolinea la Magistro, di rafforzare il dialogo tra economisti generali ed economisti aziendali, perché le procedure contabili siano articolate ed arricchite al fine di rimuovere ogni possibile forma di incoerenza esistente, o che può venire a sussistere, tra soggetto economico cui fa capo l’impresa e la determinazione del suo risultato da distribuire tra tutti coloro che sono portatori di interessi.

Gianfranco Sabattini

 

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Commenti all'articolo
  1. Se vado indietro una cinquantina di anni.mi pare che questo contrasto fosse allora inteso come distinzione tra “impresa”, volta alla ricerca del profitto, ed “azienda”, volta al soddisfacimento di bisogni collettivi, pubblici o privati.
    Ora va di moda l’americano e si parla di Shareholders (azionisti) e stakeholders (portatori di interessi comuni o collettivi), ma la sostanza è sempre quella dei tempi dello Zappa.
    Fuori dai nominalismi, però, è vero che la teoria contabile deve tener conto di tutto ciò e deve riuscire ad esprimerlo in termini contabili. Per gli azionisti vale il profitto (ed i ricavi debbono avere un margine sui costi per distribuire gli utili) per i portatori di interessi diffusi quello che è importante è mantenere il saldo in pari o in attivo, poiché un conto in perdita, alla lunga, mette in dubbio la sopravvivenza della struttura.
    Ah, da non dimenticare: il capitalismo non è cambiato molto, dal punto di vista del profitto: è solo più avido.

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