martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Berlusconi, Putin
e la sinistra italiana
Pubblicato il 25-09-2015


Poco tempo fa, Berlusconi si è recato in visita, privata e amicale, dal suo vecchio sodale, Vladimir. E, per giunta, in Crimea. Un evento che è apparso a tutti un non evento. Tanto da dedicarvi qualche frettoloso commento, per poi passare all’ordine del giorno. Appena quattro anni fa sarebbe, invece, scoppiato il finimondo. In particolare, in quell’area che unisce la “sinistra di governo” e l’articolato universo della “borghesia sensibile”. Ieri una vibrata protesta, sotto il segno dell’indignazione generalizzata. Oggi un silenzio sotto il segno della tolleranza ma anche dell’implicito e ancora inconfessato assenso.

Dal giorno alla notte (o, se preferite, dalla notte al giorno). E, in appena, quattro anni. Cos’è successo nel frattempo? E’ successo, si dirà, che il Cavaliere non è più presidente del consiglio. Di più che è, assieme al suo movimento,  sul viale del tramonto. Perché negare, allora, al nemico sconfitto il diritto di rilassarsi con i vecchi amici? Questo, però, spiega la tolleranza; non il tacito assenso. Dietro il quale. Invece, c,è molto di più.  Il riconoscimento che le contestazioni del passato avessero a che fare più con la forma che con la sostanza. In altre parole più con lo stile, ai limiti della volgarità (gli omaggi sbracati a Gheddafi e allo stesso Putin, le telefonate all’amico Erdogan e così via),  con cui si pubblicizzava una certa linea di politica internazionale che con  la linea in sé e per sé. Giusto, insomma, dialogare con il dittatore libico, promuovere l’ingresso della Turchia in Europa e, nel caso che abbiamo richiamato all’inizio, associare Putin alla comunità occidentale; sbagliata la personalizzazione di questa linea e l’esibizione pacchiana di un’amicizia/ammirazione per personaggi che, francamente, non la meritavano.

Un giudizio che, con il senno del poi, ci pare pienamente condivisibile. Ma che ci porta, a questo punto, al passaggio successivo: alla constatazione che, giratela come volete, la politica estera dei governi di centro-destra si inserisce in una linea di sostanziale continuità con quella praticata lungo tutto l’arco della prima repubblica. Parliamo, in estrema sintesi, della interpretazione dei legami atlantici nella loro forma difensiva e geograficamente limitata. E, più ancora, della nostra politica mediterranea e mediorientale, espressa dai Fanfani e dagli Andreotti e, nella forma politicamente più consapevole, da Craxi e sostenuta, insieme, dalla Chiesa cattolica, dall’Eni e da uno sperimentato apparato diplomatico. Per arrivare, via Berlusconi, a Renzi e alla Mogherini. Una politica che parte dai rapporti con l’Algeria nei primi anni sessanta, che passa dal forte impegno degli anni ottanta per la pace in Palestina, per arrivare, oggi, alla attiva promozione del dialogo con l’Iran.

L’Italia, naturalmente, non ha mai avuto  l’autorità e il peso necessari per impegnarsi, in prima persona, su questa linea. Per questo ha avuto sempre bisogno e di un clima internazionale favorevole e della, diciamo così, copertura dell’America e dell’Europa. Ora, il povero Silvio, di suo, di autorità ne aveva pochissima sia oltreoceano che in Europa; e operava, per di più in un contesto di forte conflittualità. Risultato: la mezza partecipazione italiana ai disastri iracheno e libico. Rimane però il fatto, e qui entra in gioco la sinistra italiana, che la disastrosa avventura libica fu, all’epoca, fortemente voluta dal Pd e da Napolitano ( così come, a suo tempo, l’intervento in Afghanistan ); mentre  non ci fu alcuna particolare spinta per il nostro ritiro dall’Iraq. E questo perché la sinistra di governo nel nostro paese, all’indomani della caduta del muro aveva fatto propria la dottrina dell’interventismo democratico e/o umanitario: ciò che equivaleva al dovere politico e morale dell’occidente di intervenire, anche e soprattutto militarmente, ovunque fossero messi in pericolo i diritti umani; e, nel contempo, almeno implicitamente, a valutare la natura della politica estera di un paese in base alla natura della sua politica interna. Di qui l’applauso di allora all’intervento in Libia così come l’ostilità al dialogo con Putin. Parliamo di pochi anni fa. Oggi l’atteggiamento è diverso. Ed è diverso proprio perché è andata in pezzi la linea e la cultura stessa dell’interventismo democratico. Per essere felicemente sostituita, in attesa che la sinistra, italiana ed europea, ne elabori un’altra, con l’usato sicuro della realpolitik.

Alberto Benzoni 

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