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Opinioni e commenti
 

Bersani e Verdini, pari non sono
Pubblicato il 18-09-2015


Da una parte Pier Luigi Bersani e dall’altra Denis Verdini e Flavio Tosi. Matteo Renzi cerca di allargare i consensi alla riforma costituzionale del governo, sanando la rottura con la sinistra del Pd e raccogliendo al Senato anche i voti degli ex berlusconiani e degli ex leghisti.

La partita è difficile per il presidente del Consiglio e segretario del Pd. E’ in discussione anche la sorte dell’esecutivo. Roberto Calderoli, effervescente leghista che ha presentato oltre 500 mila emendamenti al disegno di legge Boschi e ne ha preannunciati ben altri 8 milioni, ha ripetuto l’analisi delle opposizioni: Renzi «non ha i numeri al Senato» per approvare la riforma costituzionale. Sia la minoranza del Pd sia le opposizioni chiedono il cambiamento della riforma introducendo l’elezione diretta dei nuovi senatori.

Lo scontro con il governo è frontale. Renzi difende l’impostazione “territoriale” del nuovo Senato, il superamento del bicameralismo paritario per velocizzare la macchina legislativa e l’elezione indiretta dei senatori da parte dei consiglieri regionali, ma cerca una mediazione da proporre nella riunione della direzione Pd di lunedì. Spunta l’ipotesi di “un intervento chirurgico” per scongiurare une pericolosa e definitiva spaccatura. La senatrice Doris Lo Moro, esponente della sinistra democratica, protagonista della rottura con la maggioranza renziana di qualche giorno fa, in un intervento a Palazzo Madama oggi si è detta a favore di un’intesa per difendere l’unità del partito, tuttavia ha messo in guardia su mediazioni tecniche avventate: «Non potrei mai votare una soluzione pasticciata».

L’aula del Senato ieri si è trasformata quasi in un’arena: urla, cori, sberleffi, contumelie, hanno dominato la scena. Calderoli ha attaccato la riforma indicando perfino il rischio di “un ritorno del fascismo”. Ma dalle opposizioni arrivano anche delle aperture al governo operate da Verdini, ex coordinatore di Forza Italia e del Pdl, e fondatore di Ala (Alleanza liberalpopolare autonomie) e da Flavio Tosi, sindaco di Verona, ex leghista, fondatore di Fare. Il senatore verdiniano Vincenzo D’Anna ha annunciato la disponibilità a votare sì alla riforma: «È una fetenzia», ma se ci sarà il rischio di una crisi di governo «mi turerò il naso…». Tosi ha smentito patti con Renzi ma ha precisato: “E’ da irresponsabili” far saltare la riforma.

La sinistra Pd ha giudicato “un orrore” il possibile sostegno di Verdini e ha paventato una virata “a destra” del partito. Bersani è pronto a dare battaglia: “Se arriva Verdini va fuori lui non io”. Ha contestato la riforma: «Capirei i senatori che votano contro». Per l’ex segretario del Pd sui temi costituzionali «non c’è disciplina di partito». Comunque oggi ha apprezzato «la disponibilità» di Renzi a varare dei cambiamenti «seppur chirurgicamente». Tuttavia ha ribadito: «In modo inequivocabile» devono essere «i cittadini-elettori a decidere e questo può essere solo affermato dentro l’articolo 2». Ha confermato il no a ogni ipotesi di scissione. Si è espresso anche con il suo linguaggio colorito: rimarrà nel partito «con tutti e tre i piedi» e non dirà addio come hanno fatto Fassina, Civati e Cofferati.

Anche nel partito di Angelino Alfano c’è forte fibrillazione. Si sommano i dissensi sulla riforma e le delusioni per gli ultimi risultati elettorali. Carlo Giovanardi ha annunciato il suo no all’elezione indiretta dei senatori e la pensano così, ha sottolineato, «almeno una decina di senatori» centristi. Gaetano Quagliariello, coordinatore del Ncd, ha insistito invano con Renzi per modificare l’Italicum ed attribuire il premio di maggioranza elettorale alla coalizione e non alla lista del partito che ottiene più voti.

I pericoli di un colpo al governo esistono, ma Renzi è fiducioso: «I numeri ci sono» al Senato. Il ddl Boschi ieri ha superato il primo scoglio a Palazzo Madama: le pregiudiziali di costituzionalità delle opposizioni sono state respinte con 171 voti contro, 86 a favore e 8 astenuti. Il presidente del Consiglio dovrebbe presentare la sua mediazione lunedì alla direzione democratica e punta a far approvare la riforma entro il 15 di ottobre. Cerca “un punto d’incontro” con i dissidenti democratici perché «una soluzione si può trovare».

Niente imbarazzo per gli eventuali voti di Verdini: «Il gruppo di Verdini ha già votato le riforme al primo giro» quando disse sì tutta Forza Italia all’epoca del Patto del Nazareno. C’è, però, un particolare non di poco conto. Bisognerà vedere se i voti dei verdiniani e di eventuali altre opposizioni saranno aggiuntivi o sostitutivi di quelli della sinistra Pd. Se i sì provenienti dalle file delle opposizioni fossero determinanti, cambierebbero i connotati della maggioranza politica di governo. Il filosofo ed economista britannico del 1800 John Stuart Mill sosteneva: «Io sono sempre un po’ del parere del mio avversario».

Dialoghi, scontri, incontri, proposte, mediazioni si intrecciano nella confusione. E’ anche circolato l’ipotesi di una abolizione del Senato, lasciando in piedi solo la Camera. Renzi ha smentito di pensare ad una simile possibilità. Pino Pisicchio vede a portata di mano «una dignitosa intesa». Il presidente del Gruppo Misto della Camera ha sottolineato: «Sono convinto che la ‘quadra’ sulla riforma si troverà. L’alternativa è solo l’abolizione del Senato. Senza se e senza ma».
Rodolfo Ruocco
dal blog di Rai News 24

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Commenti all'articolo
  1. Vorrei darti ragione: Bersani e verdini non sono la stessa cosa; ma Bersani ha fatto eleggere il segretario del partito da chi non è iscritto al pd. E’ stato eletto un sindaco di una media città, anche se ricca di beni culturali e di storia, il quale prima di candidarsi è andato a consiglio dal suo vero padre politico. Il signor B. che di danni a questo paese ne ha fatti non pochi. Poi per me questo Parlamento non ha i titoli per nessuna riforma, specialmente Costituzionale, essendo un Parlamento di nominati eletti con una legge dichiaratamente anticostituzionale.

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