lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Borsa. Se la Cina piange, l’Europa non ride
Pubblicato il 01-09-2015


Cina-crollo borsaLa borsa della seconda economia mondiale torna a crollare, tirando con sé anche le borse europee.

Ieri, dopo il crollo della scorsa settimana, si era saputo che nel primo semestre la crescita dei profitti delle società quotate in Cina è stata solo dell’8,7 per cento, contro il 10 per cento dello stesso periodo dell’anno precedente. Il listino cinese di Shenzhen ha chiuso quindi a -4,3%, trascinando al ribasso anche i listini europei con la Borsa di Milano che ha chiuso con un -2,24%. Non è andata meglio oggi, quando è stato diffuso un altro dato negativo riguardante l’indice Purchasing manager, che riguarda l’attività manifatturiera nella Repubblica popolare e basato sulle aspettative dei manager responsabili degli acquisti, l’indice ha segnato in agosto un calo di 0,3 punti scendendo a 49,7.

Un tonfo che si registra già stamattina quando l’indice paneuropeo FTSEuroFirst 300 cede il 2,68% a quota 1.393,78 dopo aver registrato in agosto la sua peggiore performance mensile in quattro anni, tra i peggiori in “piazza” il DAX, che annovera aziende maggiormente esposte in Cina che perde quasi il 3%. Nonostante registri i dati sulla manifattura tedesca ai massimi degli ultimi 16 mesi e cifre a minimi record sulla disoccupazione.

Ma a far tremare, più della discesa libera di Pechino, sono le conseguenze del rallentamento del dragone rosso sul Vecchio Continente. Se l’uragano investe l’economia cinese i primi a pagare dazio saranno i Paesi del Nord Europa, Germania in testa. La Repubblica popolare asiatica è il quarto Paese verso cui Berlino esporta, tanto che nel 2014 la Germania era arrivata persino a vendere alla Cina prodotti per una somma quasi pari a quanto comprava dalla Cina, ben 74,5 miliardi di euro, azzerando la bilancia commerciale. Ora però Berlino batte i denti insieme a Pechino, a differenza dell’Italia, per la quale anche se la Cina rappresenta circa 12 miliardi di euro per la bilancia commerciale, resta comunque un colpo meno duro rispetto a quello tedesco. Le grandi industrie manifatturiere italiane poi “sono scappate” e hanno cominciato a produrre in Cina, evitando l’esportazione.

In Germania i contributi alla crescita del Pil quest’anno sono arrivati soprattutto dall’aumento delle esportazioni, pari a +2,2% nei tre mesi fino a giugno.

Arriva così anche per la Germania il momento di rivedere la propria politica economica, anche perché la differenza tra le esportazioni e le importazioni tedesche supera il 7% del suo PIL; dal 2007, ovvero da ben 8 anni, questa pratica è portata avanti in chiaro contrasto con la normativa comunitaria che prevede che il saldo positivo generato nella media di tre anni non possa essere superiore al 6% del PIL di un Paese.

Liberato Ricciardi

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