giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Caro Bersani, la difesa
del suolo non è un’opzione
Pubblicato il 22-09-2015


Valli piacentineLettera aperta a Pierluigi Bersani 

Caro Bersani,
ho seguito con commozione quanto è accaduto nei giorni scorsi nelle Valli piacentine che ti sono care, sconvolte dalla furia del dissesto idrogeologico. Hai commentato il disastro con un accorato grido di dolore. Comprendo appieno la tua sofferenza. Negli anni scorsi, in Val Parma e Val d’Enza, le “Terre Alte” di casa mia, hanno subito un analogo sconvolgimento tellurico, ed ancor oggi bel lungi dal ripristino e dalla “messa in sicurezza”. Il mio paese, Tizzano, aspetta ancora che si provveda al consolidamento del capoluogo, dichiarato a rischio dall’Autorità di Bacino. La rete viaria, anche a causa della pasticciata abolizione della Provincia, è indecente: una vera violazione dei nostri diritti di cittadinanza. Chi ha perso la casa non è ancora stato indennizzato. La strada che da sempre collega la città con la stazione invernale di Schia è ancora interrotta da una voragine.

Come spesso accade, la montagna dimenticata è fonte di danno a valle. Infatti, lo scorso anno Parma è stata alluvionata.

Come sai meglio di me, la questione appartiene alla storia d’Italia. Giorgio Bocca, parafrasando una famosa frase di Giustino Fortunato, definiva il bel Paese uno “sfasciume pendulo in perenne frana”.

Il Parlamento e il Governo negli anni della vituperata Prima Repubblica hanno affrontato il problema sulla base del dossier della Commissione De Marchi, prima, e, subito dopo, del rapporto dei senatori Noè e Rossi Doria.

Verità vuole che si dica che, pur in presenza di alcuni interventi, non si è mai approdati alla realizzazione di un organico piano nazionale di difesa del suolo. Anzi, la situazione si è aggravata con l’attribuzione di competenze istituzionali in questo campo alle Regioni. Penso di non esagerare se affermo che le Regioni hanno operato in modo insoddisfacente e spesso inefficace, allegando a giustificazione la mancanza di un piano generale dello Stato. Per di più, la programmazione e l’azione delle Autorità di bacino sono state ostacolate dal primato esercitato dal potere politico (gli assessori regionali) rispetto alla governance tecnica.

Aggiungo che nel ventennio alle nostre spalle, caratterizzato dalla assorbente disfida pro e contro Berlusconi, è del tutto mancata una vera politica nazionale e regionale di messa in sicurezza del territorio, accompagnata da un programma di sviluppo economico della montagna. Si è così trascurato il monito di Manlio Rossi Doria: solo una montagna popolata, viva e dunque immune dal sottosviluppo, può essere difesa. Si è così obliterato che solo l’opera dell’agricoltore può realizzare la bonifica e il governo delle acque delle singole unità poderali e conseguentemente dell’intera pendice che le ospita. Forse esagero, ma sono le Regioni, competenti in materia agricola, forestale ed idraulico-forestale, che hanno mal gestito il loro compito di garanti del governo delle acque nei bacini montani.

È dunque necessario aprire un capitolo nuovo, se vogliamo interrompere la dissennata consuetudine di erogare a posteriori cospicui finanziamenti per rimediare male e tardi i danni che si sarebbero potuti evitare spendendo molto meno nell’opera di cura e manutenzione preventiva del territorio.

Finisco qui la geremiade sul passato. Accenno soltanto ad altri errori: le costruzioni a ridosso degli alvei di fiumi e torrenti, l’omessa cura e manutenzione dei corsi d’acqua minori, la mancata realizzazione delle casse di espansione e degli scolmatori delle piene.

Oggi è necessario voltare pagina: il piano nazionale per la difesa del suolo deve essere elevato a priorità delle priorità politico-istituzionali.

Noi della piccola comunità socialista che si chiama ancora PSI affronteremo e approfondiremo questa primaria emergenza della Nazione nella nostra conferenza programmatica che stiamo organizzando. Essa sarà accompagnata da convegni regionali e locali. Naturalmente saremo molto lieti se vorrai onorarci delle tua partecipazione, magari traversando l’Appennino da Bettola a Tizzano.
Ma questo è un aspetto secondario. La ragione di questa mia lettera è un’altra.

Per debellare finalmente il cancro dello sfasciume è necessario che il maggior partito del Paese, quello che esprime il Presidente del Consiglio e di cui sei autorevolissimo dirigente, decida di interrompere la dissennata politica dell’oblio e si attivi con fermezza per dotare il Paese di nuova legislazione in materia, accompagnata da un piano operativo provvisto dei necessari mezzi finanziari: una normativa volta anche a chiarire i rapporti fra lo Stato e le Regioni, e fra le Regioni e le Autorità di Bacino, avendo di mira la sicurezza idrogeologica dell’intera penisola.

Insomma, e venendo al sodo, voglio enfatizzare che quella che tu chiami affettuosamente “La Ditta”, avrebbe il dovere, magari affievolendo il pathos che caratterizza le vostre quotidiane lotte intestine, di porre al centro dell’agone politico-parlamentare l’obiettivo della messa in sicurezza del patrio suolo. Insomma: un colpo d’ala, ora e subito, con tutta l’urgenza che il caso impone: Valnure docet, anche con i suoi lutti.

A suo tempo ho apprezzato le tue “lenzuolate” liberalizzatrici. Ma la messa in sicurezza dell’intero Paese sarebbe davvero la lenzuolata-mappatura di valenza storica! Non dimentichiamo che questo piano nazionale sarebbe anche fonte di lavoro e occupazione, anche per le piccole e medie imprese presenti nelle zone montane.

Mi scuserai se mi sono permesso di usare il tu in questo dialogo. Cosi si interloquiva una volta fra socialisti e comunisti. E così abbiamo fatto quando ci siamo incontrati qualche volta a Parma dopo la grande slavina giudiziaria del 1992, che ha partorito la seconda Repubblica.

Con un cordiale saluto,

Fabio Fabbri

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