domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Catalogna. Mas davanti al giudice per ‘disobbedienza’
Pubblicato il 29-09-2015


Catalogna-MasSi sgonfia la ‘vittoria’ dei separatisti in Catalogna e la vittoria di domenica notte è meno solida di quanto è apparsa in un primo momento. Mas è in difficoltà nel formare il nuovo governo mentre il tribunale lo chiama a rispondere di disobbedienza, abuso di potere e appropriazione indebita di fondi pubblici per il referendum simbolico del 9 novembre scorso. L’elezione del nuovo presidente è prevista per il 9 novembre prossimo, ma se entro due mesi nessuno verrà eletto, si tornerà alle urne.


A due giorni dalle elezioni che hanno assegnato la maggioranza del parlamento locale ai due partiti indipendentisti, il leader del governo catalano, Arthur Mas, è stato ufficialmente incriminato per il referendum convocato per lo scorso 9 novembre, bloccato dalla Corte costituzionale.

Quel referendum infatti non si poteva svolgere e aver tentato comunque di indirlo costituisce, secondo l’accusa, un atto di disobbedienza, abuso di potere e appropriazione indebita di fondi pubblici. All’annuncio della convocazione in Tribunale, il Governo catalano ha definito l’iniziativa come una “anomalia democratica”, frutto di un “processo politico” delle Istituzioni spagnole contro il suo presidente. Mas finirà così il prossimo 15 ottobre davanti alla Suprema Corte di Giustizia di Barcellona assieme a due alti membri del suo governo: l’allora vice presidente Joana Ortega e la consigliera Irene Rigau.
In base alla Costituzione spagnola, solo l’esecutivo nazionale può convocare un referendum.

Nello stesso giorno in cui la Corte bloccava il ‘suo’ referendum, Mas annunciava una consultazione puramente simbolica, con le stesse domande del referendum cassato. La Corte costituzionale però bloccava anche questa iniziativa sempre su ricorso del Governo di Madrid, ma Mas decideva lo stesso di andare avanti aprendo le urne il 9 novembre scorso.
Alla votazione simbolica partecipavano oltre due milioni e trecentomila cittadini, e di questi quasi un milione e 900 mila si esprimevano per il Sì all’indipendenza. Ovviamente il tribunale ha dichiarato incostituzionali sia il referendum bloccato che la consultazione simbolica svolta senza regole.
Non contento però di quanto avvenuto, Mas annunciava a questo punto un referendum mascherato sotto le mentite spoglie delle elezioni regionali anticipate del 27 settembre, con la promessa di avviare comunque un processo di distacco della Catalogna nel caso in cui l’elettorato gli avesse dato la maggioranza nelle urne.

Dunque il braccio di ferro per ora non sembra destinato a concludersi tanto presto anche perché i due principali contendenti, Arthur Mas e Mariano Rajoy, sono politicamente deboli. Mas, nonostante una campagna martellante, a tratti isterica, non ha ottenuto neppure il via libera dalla maggioranza dei votanti, ma soltanto più seggi nel Parlamento locale e per di più solo grazie al sostegno di un secondo partito.

Catalogna-indipendenza

‘Uniti per il Sì’ – cioè l’unione di Convergencia Democratica de Catalunya (Cdc) e Esquerra Repubblicana de Catalunya (Erc) – ha ottenuto difatti il 40% circa dei voti, indubbiamente molti, ma meno percentualmente della somma dei due partiti nelle elezioni precedenti. Inoltre Cdc, il partito di Mas, è di centrodestra, mentre l’Erc (4,4% dei voti) è di centrosinistra, e sono uniti solo nella richiesta di indipendenza della regione. I 62 seggi che hanno conquistato assieme sono poi ben lontani dalla meta della maggioranza assoluta di 68 per il controllo del parlamento locale.
Neppure il terzo partito indipendentista e antisistema, il Cup di Antonio Banos, estrema sinistra (10 seggi), può salvare Mas perché anche se si astenesse – e pare non abbia nessuna intenzione di aiutarlo – i voti sarebbero 62 contro 63.
L’elezione del nuovo presidente è prevista per il 9 novembre, ma se entro due mesi nessuno verrà eletto, si tornerà alle urne.

Insomma la sbandierata vittoria di domenica notte è assai meno solida di quanto è apparsa in un primo momento, ma anche per Rajoy le cose non vanno bene perché il suo partito, il PP, localmente ha preso un briscola passando da 18 a 11 seggi, e a livello nazionale dà l’impressione di non essere in grado di governare le spinte secessioniste.
A oggi la controproposta del primo ministro è quella di un referendum ‘nazionale’ e non ‘locale’ perché la secessione riguarderebbe tutta la Spagna e non solo la Catalogna dove vive appena il 16 per cento della popolazione (con un quinto del PIL).

Due debolezze contrapposte che non inducono all’ottimismo. Mas non può più scendere dalla tigre secessionista su cui ha costruito la sua fortuna senza scomparire dalla scena politica e Rajoy non può accettare un golpe democratico che violerebbe la Carta e lo farebbe passare alla storia come quello che ha dato il via alla disintegrazione della Spagna (dopo la Catalogna sono già con un piede sull’uscio i Baschi) senza perdere la faccia. A farla da padrone potrebbe essere il ‘nazionalismo’, quello catalano contro quello spagnolo, un ritorno al passato in grado di ammazzare sul nascere, con la fuga degli investitori, anche la ‘ripresina’ economica dopo gli anni terribili della crisi; nulla di davvero utile per gli spagnoli che potrebbero essere tentati di riversare in massa il loro favore sui neonati movimenti Podemos e Ciudadanos vista l’incapacità dei partiti tradizionali – anche se la responsabilità del PSOE è assai inferiore a quella del PP – di governare la crisi politica e sociale prima che economica.

C. Co.

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