mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Dalla ‘Terra dei Fuochi’
ai Distretti Agroenergetici
Pubblicato il 21-09-2015


terra dei fuochiDa quando la Campania da ‘Campaniafelix’ venne definita ‘Terra dei Fuochi’, nel 2003, iniziò una vera campagna mediatica che portò ad un quadro di circa 100 milioni di danni al comparto agroalimentare campano (dati presentati dall’ Ing. Mario Guidi di Confagricoltura). In quel periodo si creò un osmosi tra le istituzioni ed il mondo delle associazioni di categoria che chiesero con forza al Governo di intervenire rapidamente ed attuare subito l’articolo 1 del decreto, quello della Mappatura dei suoli coltivabili per acquisire una fotografia ufficiale della situazione delle aree interessate da fenomeni di inquinamento tali da rendere necessaria la limitazione della coltivazione.Inoltre venne istituito un Tavolo tecnico permanente  con la collaborazione di Confindustria Campania e l’Istituto Zooprofilattico sperimentale del Mezzogiorno che diede vita “QR-Code Campania Sicura”, un codice a barre di garanzia della qualità  dei prodotti agroalimentari sicuri e sulla tracciabilità del prodotto da comprato.

Ma solo dopo aver analizzato i dati presentati dalla mappatura dei siti presenti in Campania si evince che «su un totale di 1.076 km quadrati di terreni mappati in 57 comuni, le aree ritenute sospette rappresentano soltanto il 1%, per un totale di 10.75 km quadrati». Il dato è contenuto in un’indagine compiuta dal ministero delle Politiche agricole, una mappatura dei terreni disposta in seguito all’approvazione del Dl 136/2013 per fronteggiare l’emergenza ambientale in questa data zona della Campania. Sono 21,5 km quadrati, di cui 9,2 destinati all’agricoltura, su un totale di 1076 km quadrati. La Nostra proposta come, socialisti, è quella di utilizzare la natura per bonificare i siti contaminati piantando gli alberi. Sarà, infatti, grazie all’aiuto delle piante capaci di reagire ai contaminanti, che potremo riutilizzare e sfruttare i terreni contaminati come serbatoio energetico. Una procedura basata su criteri scientifici chiamata fitorimedio, messa punto negli Usa e sperimentata con ottimi risultati per la produzione di biomassa, a partire dal 2001.

E che ora, comincia a fare capolino come possibile soluzione anche nel nostro Paese . Ogni pianta utilizzata nel processo del fitorimedio, infatti, viene scelta per le sue caratteristiche naturali di metabolizzazione degli elementi inquinanti. La facoltà di Agraria dell’Università Federico II di Napoli, nella sontuosa Reggia di Portici, è stata la prima ad investire in questa ricerca ,da quasi due anni sta studiando la possibilità di bonificare un terreno piantando specie vegetali capaci di sottrarre gli elementi inquinanti presenti. Piante non destinate all’alimentazione ma che, è importante sottolinearlo, possono assicurare un reddito all’agricoltore e alla sua famiglia. Il progetto è quinquennale (scadenza 2017), è affidato e finanziato dall’Unione Europea e sarà esportato e replicato negli altri Paesi dove è irrisolto il problema dei terreni inquinati con conseguenze negative sulla salute e sull’ambiente. «Una iniziativa – spiega Paolo Masi, preside di Agraria – che si inserisce nella varietà di progetti europei finalizzati all’applicazione concreta della ricerca per risolvere i problemi: in pratica un dimostratore».

Dall’affinità con i metalli alla capacità di ripulire l’acqua dalle sostanze tossiche. Sono centinaia, per fortuna, le piante che si prestano a svolgere diverse operazioni. Tra queste, le più utilizzate sono le felci per la capacità di accumulo dei metalli, ma anche la comune canna di fiume, utilizzabile in un secondo tempo come biocombustibile». Altre regioni italiane dal Veneto al Trentino, dalle Marche all’alto Lazio hanno già sperimentato questa innovativa forma di bonifica dei siti .Tra gli esperimenti più produttivi, infatti, quelli che coinvolgono alberi, arbusti e piante a 360 gradi, dalla pulizia del terreno alla produzione di biomassa. Ossia quelle che travalicano la mera funzione di decontaminanti per diventare fonti di energia rinnovabile. Un esempio perfetto il pioppo, prodotto in diverse valli italiane, grazie a numerosi progetti di recupero ambientale. Tra cui, quello portato avanti in Umbria negli ultimi anni di nome ‘Remida’ (Remediation energy production and soil management).

Oltre al problema delle Bonifiche bisogna tutelare anche le aziende agricole e la loro produzione  partendo dal modello lombardo lanciando i Distretti Agroenergetici per la produzione di no food (nei siti contaminati) destinati alla realizzazione di biocarburanti, biodiesel, biocombustibili .Concludo con una riflessione personale, nel 21° secolo l’uomo è chiamato a sostenere la promozione dello sviluppo sostenibile degli ecosistemi nel pieno rispetto di tre esigenze: l’alimentazione, l’energia e la salvaguardia dell’ambiente, tenendo conto dei cambiamenti climatici e la degradazione dei vari habitat dovuti all’inquinamento. Le piante, con le loro caratteristiche peculiari, svolgono un ruolo fondamentale nella risoluzione di queste tre sfide “sostenibili” e noi come tutti , senza distinzione di colore o appartenenza politica, abbiamo il compito morale di sostenere tali iniziative.

Francesco Brancaccio

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