venerdì, 2 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Dissesto idrogeologico. A rischio l’80% dei Comuni
Pubblicato il 09-09-2015


dissestoSecondo un recente rapporto del Corpo forestale dello Stato, sono oltre 6.600 i comuni – addirittura l’82 per cento del totale – in aree ad elevato rischio idrogeologico, corrispondenti al 10 per cento della superficie della penisola. Il che significa che 5,8 milioni di italiani vivono in una situazione di potenziale pericolo. Per la Forestale negli ultimi anni c’è stato un aumento straordinario dei Comuni a rischio idrogeologico, soprattutto al Sud, e specialmente tra quelli più piccoli. Tra le cause che condizionano e amplificano il “rischio meteo-idrogeologico ed idraulico” c’è anche “l’azione dell’uomo”, con abbandono e degrado, cementificazione, consumo di suolo, abusivismo, disboscamento e incendi. Ma per la Forestale, “la causa principale è sicuramente la mancanza di una seria manutenzione ordinaria che è sempre più affidata ad interventi ‘urgenti’, spesso emergenziali, e non ad una organica politica di prevenzione”.

Nella classifica delle regioni a maggior rischio idrogeologico, con il 100 per cento dei comuni esposti, in cima troviamo la Calabria, il Molise, la Basilicata, l’Umbria, la Valle d’Aosta, oltre alla provincia di Trento. Poi Marche, Liguria al 99%; Lazio, Toscana al 98%; Abruzzo (96%), Emilia-Romagna (95%), Campania e Friuli Venezia Giulia al 92%, Piemonte (87%), Sardegna (81%), Puglia (78%), Sicilia (71%), Lombardia (60%), provincia di Bolzano (59%), Veneto (56%). Nel 2013, la popolazione che viveva nelle aree di rischio era più numerosa nel nord est (1.629.473 cittadini), seguito dal sud (1.623.947), dal nord ovest (1.276.961), dal centro (1.081.596) e dalle isole (90.794). . Secondo un rapporto Ance-Cresme, una scuola su dieci è a potenziale rischio: 6.400 edifici scolastici, sui 64.800 totali presenti in Italia, sorge infatti in un’area a rischio frana o alluvione. Lo stesso discorso vale per gli ospedali: 550 strutture si trovano in una zona a rischio. Ma non siamo sicuri neanche nei luoghi di lavoro: sono 46mila le industrie che si trovano in territori a rischio idrogeologico e se contiamo anche gli uffici, i negozi e le altre attività saliamo a 460mila.  Secondo Legambiente, il costo complessivo dei danni provocati in Italia da terremoti, frane e alluvioni dal 1994 a oggi è di 242,5 miliardi di euro, circa 3,5 miliardi l’anno.

Anticipare i dissesti causati dai fenomeni naturali è in parte possibile con nuove tecnologie all’avanguardia che sono state oggetto di studio e ricerca per vari anni e che oggi sono diventate realtà mature, applicabili a prezzi abbordabili e quindi sfruttabili dai professionisti che ogni giorno si misurano con il nostro territorio . Noi  come  socialisti e veri riformisti  abbiamo il compito morale di iniziare una campagna di prevenzione e di sensibilizzazione premiando i progetti e gli studi all’avanguardia pressando il Governo ad investire concretamente sulle nuove tecnologie di prevenzione non fare solo la conta dei danni ma prevenirli risparmiando da cinque a sette volte il denaro pubblico utilizzato in seguito per affrontare le emergenze, è dunque un’opportunità tangibile, praticabile con metodi dell’ultima generazione come per esempio i droni provvisti di sensori e videocamere che riescono a vedere e rilevare dati in zone altrimenti inaccessibili (sperimentati di recente in Islanda dall’Università Milano-Bicocca). Oppure con l’interferometria satellitare Permanent Scatters (PS). Attraverso i satelliti che passano sopra le zone da monitorare, permette di seguire nel tempo lo spostamento di punti sul territorio (infrastrutture, edifici, affioramenti rocciosi).

Tra le tecniche più promettenti spiccano inoltre le reti di sensori wireless. Si tratta di reti di strumenti capaci di comunicare tra loro e con una centralina madre che tramettono in tempo reale dati come la posizione o la velocità di spostamento. Informazioni preziose che consentono di monitorare fenomeni deformativi di versante. Sono state per esempio applicate in alcune zone appenniniche per controllare grandi frane che potevano interagire con strade e altre infrastrutture. Un aiuto contro i dissesti viene anche dal radar interferometrico terrestre che, sfruttando le onde nella banda dei gigahertz, esegue scansioni da uno strumento posto a terra verso un oggetto, per esempio una parete rocciosa. A intervalli di tempo stabiliti, misurabili in minuti, è in grado di verificare se qualche punto si è mosso e l’entità del suo spostamento. Su tale problematica è intervenuto anche il presidente dell’Ance Paolo Buzzetti presentando uno studio degli interventi che servirebbero per prevenire future catastrofi nel nostro Paese. Quaranta miliardi di euro. Questa è la cifra che serve per mettere in sicurezza il suolo italiano dal rischio idrogeologico secondo la stima dei Piani di Assetto Idrogeologico, eppure dal 2002 al 2012 sono stati appena 2miliardi i fondi destinati alla prevenzione, e allo stesso modo solo un 5% dei bandi per le opere pubbliche riguarda proprio la prevenzione

Quando si interviene lo si fa continuamente in regime di emergenza per sanare i danni provocati, e l’intervento in tale regime ha costi mediamente superiori rispetto agli interventi preventivi. La storia e le casse dello Stato lo sanno bene: dal 1944 al 2012 i danni del dissesto idrogeologico sono costati 61,5 miliardi di euro di soldi pubblici.La prevenzione dal dissesto idrogeologico dovrebbe rappresentare, anche in termini meramente economici, la prima grande opera del Paese  e realmente farebbe rimettere in moto il settore edile del nostro Paese  invece è sempre rimasta sui documenti e nelle parole dei convegni. Intanto dal 1950 a oggi l’Italia ha dovuto piangere quasi 5.500 vittime in oltre 4000 eventi tra frane e alluvioni. Inoltre servirebbe  una legge sul consumo del suolo (in Germania, per esempio esiste dal ’96 con una direttiva emanata dall’allora ministro dell’Ambiente Angela Merkel messa poi a sistema dal governo del socialista Schroeder nel 2002). Perché anche questi numeri danno la cifra del problema: in Italia dal 1956 a oggi il consumo di suolo è aumentato del 156%, mentre la popolazione è aumentata del 24%. Insomma, secondo quanto stimato anche dai report di Ance, Protezione Civile e Ispra, ogni cinque mesi viene cementifcata un’area grande quanto la città di Napoli. Questo basterebbe per sancire che il fato quando ci sono catastrofi come quella recente di Genova c’entra ben poco.

Francesco Brancaccio

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