giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Economia francescana
e fuoriuscita dal capitalismo
Pubblicato il 25-09-2015


La crescita continua del capitalismo “sta distruggendo le condizioni di vita sul pianeta e portando alla distruzione dell’uomo da parte dell’uomo. […] Negli anni Ottanta, il neoliberismo, aiutato in questo da un intero arsenale di politiche pubbliche, ha imposto una strada completamente diversa, estendendo a tutta la società la logica concorrenziale specifica del mercato”. I leader politici ed economici, dall’interno della logica della competizione globale, si sono rivelati del tutto incapaci di evitare che la primazia del mercato prefiguri un futuro tragico per l’umanità, negando ad essa il “destino comune”; se ciò è divenuto oggi una questione tanto importante, è perché questo pericolo ha spazzato via “la fiducia e le speranze progressiste riposte nello Stato. Non si tratta ovviamente di fare da controcanto alla denuncia neoliberista degli interventi sociali, culturali o educativi dello Stato, ma di liberarli dai loro limiti burocratici e di sottometterli all’attività sociale e alla partecipazione politica dei molti”. Ciò di cui l’umanità ha bisogno è produrre delle alternative al capitalismo e pensare le “condizioni e le forme possibili dell’agire comune”, per connettere le diverse pratiche nella forma di “una nuova istituzione generale della società”. È questa la tesi che Pierre Dardot e Christian Laval sostengono e sviluppano in “Del comune, o della Rivoluzione nel XXI secolo”.

Ogni vera politica del comune, secondo gli autori, deve confrontarsi con le teorie e le pratiche che nel tempo “si sono richiamate al comunismo”; tre grandi concezioni del comunismo si sono succedute nel corso della storia: la prima incentrata sul valore supremo della comunità, il cui paradigma era l’unità realizzata tramite l’uguaglianza; la secondo è quella marxiana, incentrata invece sulla società, definita dalla capacità delle energie di tutti i suoi membri di auto-regolarsi per auto-realizzarsi; la terza è quella espressa dalle giustificazioni con cui gli Stati comunisti costituitisi nel XX secolo hanno preteso di governare la società mediante il terrore, esercitato dall’egemonia di un partito unico che si identificava con lo Stato. A quale modello di comunismo si rifanno gli autori nello svolgere la loro tesi?

Il comunismo essi affermano è un’utopia che mira alla costituzione di “una comunità di eguali”, che condividono la comunità dei beni e delle pratiche di consumo. Si tratta, però, di un comunismo non concepito solo su basi etiche per il rinnovamento morale dell’umanità, ma “come “un’organizzazione collettiva ed egualitaria del lavoro guidata dalla preoccupazione per la giustizia sociale e per il benessere materiale di tutti i membri della comunità nazionale”; la rinuncia alla proprietà individuale è il solo modo per realizzare l’uguaglianza all’interno di una comunità reale. Ciò non significa che la pretesa etica scompaia completamente, ma il richiamo al comunismo è connesso principalmente a questioni legate alla produzione, al consumo e al benessere economico dell’intera società. In questo modello di organizzazione comunista della società, “unità morale della comunità, amministrazione superiore incaricata di regolamentare la vita quotidiana e organizzazione razionale dell’attività economica non sono separate”; sebbene il modello presupponga una differenziazione sociale delle attività, esso si propone di coordinarle secondo un principio di giustizia e di merito attraverso un governo democratico.

L’individuazione dei caratteri specifici delle tre grandi concezioni di comunismo prima indicate consentono, secondo gli autori, di evidenziare le differenze esistenti tra le logiche che sottendono ai tre modelli (comunità dei beni, associazione dei produttori, Stato burocratico); il primo presuppone una unità originaria che vorrebbe ritrovarla “attraverso la perfetta uguaglianza e il rifiuto di ogni proprietà”; il secondo presuppone come data una certa differenziazione sociale delle attività e si propone di coordinarle secondo un principio di giustizia e di merito che solo un governo democratico può assicurare; il terzo si prefigge di organizzare “amministrativamente” la società, intesa come “materiale passivo” da modellare. La riflessione su questi tre modelli consente di determinare ciò che convenientemente può essere denominato col nome di “comune”, inteso come categoria dell’anticapitalismo contemporaneo, distinto perciò “dai suoi ingannevoli simulacri”, ricorrenti sia quando il termine comune è postulato come un’”origine da ripristinare”, sia quando è assunto come “dato” dal processo di produzione, oppure quando è imposto dall’alto.

Secondo Dardot e Laval, ciò che dà senso alla categoria del comune, rievocante l’espressione inglese “commons”, è il fatto che essa esprima sia l’insieme delle regole consuetudinarie che consentono ai componenti una data comunità l’uso collettivo dei beni, sia tutto ciò che può essere recintato, in analogia storica con le “enclosures” medievali dei terreni comuni, per essere privatizzato “in nome e per conto” del neoliberismo. I commons intesi in senso allargato (insieme delle regole e di tutto ciò che potenzialmente può essere privatizzato) esprimerebbero un nuovo paradigma di organizzazione sociale; questo sarebbe nello stesso tempo difensivo ed aggressivo: da un lato, esso rappresenterebbe un’istanza di difesa di tutte le “risorse comuni” esistenti da conservare a disposizione della società, mentre, da un altro lato, costituirebbe una pretesa aggressiva, espressa “attraverso la promozione di pratiche di messa in comune di risorse comuni già esistenti”, per sottoporle ad una nuova forma di gestione comunitaria e democratica più responsabile e più giusta. Il risvolto aggressivo del paradigma dei commons sarebbe volto, secondo Dardot e Laval, a “riprendere il filo di quella tradizione di lotta contro l’espansione a lungo termine della logica proprietaria”, la quale avrebbe fatto “da cornice giuridica al capitalismo”.

Inoltre, sempre secondo Dardot e Laval, la riflessione sui commons avrebbe consentito a Elinor Ostrom di formulare una teoria economica dei beni d’uso comune, sulla base dell’assunto che questi avrebbero come loro caratteristica quella di essere oggetto di “una regolazione collettiva auto-organizzata”; ciò in virtù del fatto che i componenti una data comunità utilizzerebbero le risorse in comune in “base a regole di condivisione e di coproduzione”. Il paradigma dei commons, perciò, non esprimerebbe tanto un particolare regime di proprietà, quanto un insieme di regole che consentirebbe di produrre e di riprodurre le risorse comuni; in altri termini, l’insieme gerarchizzato di queste regole esprimerebbe un “vero e proprio sistema politico” che garantirebbe la distribuzione dei diritti tra quanti partecipano alla gestione comune, finalizzata allo sfruttamento ordinato delle risorse, al fine di garantirne la riproduzione nel lungo periodo.

Di fatto – affermano Dardot e Laval – la diversità delle situazioni considerate dalla Ostrom, se valide a livello locale, non consentono però di costruire una “politica del comune come razionalità alternativa suscettibile di generalizzazione”. Ciò perché la premio Nobel avrebbe continuato a supporre nella struttura del suo discorso che “la scelta in favore di una gestione collettiva dipenda dal calcolo di individui razionali”; fatto, questo, che non le avrebbe consentito di tener conto che “il comune non è il frutto di un’imposizione esterna più di quanto non sia il risultato di una sommatoria di decisioni individuali prese isolatamente, e che deriva invece da un processo sociale dotato di una logica propria”. Quale sia questa logica, però, Dardot e Laval non la indicano, limitandosi ad osservare con la Ostrom che gran parte dei mali del mondo dipende dal fatto che molte risorse sono soggette alla possibilità della “tragedia dei beni comuni” (causata, in regime capitalistico, dall’assenza di regole sul loro uso ed esposti, perciò, al rischio di esaurimento); la tragedia, secondo Dardot e Laval, sarebbe causata dall’assenza di cooperazione, “che resta impossibile finché gli individui sono prigionieri del loro interesse personale”.

Per sfuggire all’insostenibile presente, al fine di difendere il comune, non è possibile tuttavia limitarsi a “fare appello alla spontaneità creatrice della società”, occorre anche un’”istituzione politica all’altezza dei pericoli che minacciano l’umanità; ciò perché il comune implica una risposta politica, nel senso che esso obbliga a concepire una nuova “istituzione dei poteri nella società”, nel senso che “la politica del comune è una riorganizzazione del sociale che fa del diritto d’uso, e non del principio di proprietà, l’asse giuridico della trasformazione sociale”. A tal fine – secondo Dardot e Laval – basta che l’intera società civile si mobiliti ed organizzi, in forme associative e cooperative, “fino a costituire una forza mondiale sufficiente a contrastare la potenza del capitalismo finanziario transnazionale, nella consapevolezza che “una nuova democrazia politica, economica e sociale ‘dal basso’ implica la scelta di una vita semplice, più autonoma e conviviale”. Accettare l’idea di una vita semplice e conviviale, però, non deve significare il ricupero di una regola di vita francescana per attendere una salvezza legata “a una conversione etica a favore di principi postcapitalistici”, ma deve significare l’accettazione dell’associazionismo e delle forme alternative di produzione, al fine di lottare per la definitiva affermazione del comune; tutto ciò, nel convincimento che “l’accumulazione di pratiche alternative ha effetti formativi e soggettivanti che possono a loro volta agevolarne la traduzione politica e l’estensione. Ciò che di più interessante vi è in queste pratiche, infatti, non è il loro sottrarsi al mondo, ma l’enorme forza propulsiva che sono in grado di esercitare sulle varie soggettività”. Così Dardot e Laval concepiscono la fuoriuscita dal capitalismo: è realistica la loro analisi e la loro proposta?.

Sono molte le osservazioni critiche che possono essere rivolte contro gli assunti, non sempre esplicitati, sui quali essi formulano la loro proposta; due in particolare: una di carattere metodologico ed un’altra di carattere prasseologico. Sul piano del metodo, l’assunto della capacità auto-organizzativa dell’insieme delle regole poste a base del comune, sarebbe di per sé sufficiente a garantire continuità nel processo di produzione, consumo e riproduzione delle risorse comuni; ciò avverrebbe perché le regole, gerarchizzate ed adottate volontariamente, garantirebbero la cooperazione tra tutti i componenti il sistema sociale. Le regole, perciò, nell’ipotesi di un’organizzazione sociale ed economica alternativa al capitalismo e fondata sul paradigma dei commons, non esprimerebbero tanto il corretto funzionamento del sistema economico diretto al soddisfacimento dell’interesse comune, quanto un efficace modello universale di trasmissione delle informazioni utili ad assicurare il razionale funzionamento del sistema stesso.

Ma fuori dall’idea che il sistema economico possa funzionare al sopra di ogni forma d’intenzionalità, cambierebbe radicalmente il rapporto tra l’organizzazione del sistema economico e i soggetti che compongono l’intera società; nel senso che questi sarebbero ridotti ad essere solo il recapito passivo degli esiti della logica di funzionamento del sistema economico, intrinseca alle regole gerarchizzate adotate per il governo del comune. L’essere solo recapito passivo, però, comporta la deresponsabilizzazione di tutti i componenti il sistema sociale; per cui è plausibile affermare che il paradigma dei commons proposto da Dardot e Laval implichi la rimozione di qualunque forma di impegno razionale, individuale o di gruppo, riguardo ad ogni possibile status indesiderabile del sistema economico. La razionalità intenzionale dei soggetti, che per Dardot e Laval è invece interna alle regole poste alla base del funzionamento del sistema economico, organizzato secondo il paradigma dei commons, costituisce l’unico modo per attuare eventuali politiche attive idonee a rimuovere tutte le possibili forme di “fallimento” rispetto al perseguimento dello scopo cui, anche il sistema delle regole gerarchizzate proposto da Dardot e Laval, è esposto; proprio come accade all’interno del mercato di concorrenza puro e perfetto, nonostante la sua supposta natura di organizzazione complessa dotata di capacità auto-organizzativa.

Sul piano prasseologico, Dardot e Laval pretendono di fuoriuscire dal capitalismo attraverso pratiche di consumo ridotto, senza alcuna indicazione delle pratiche che sarebbero necessarie per affrontare le criticità connesse all’ipotesi di una decrescita del livello di attività del sistema economico. Se si accetta l’ipotesi dei sostenitori delle teoria della decrescita, di sicuro si contrarrebbe il livello di produzione dei beni materiali d’uso corrente; ma l’organizzazione di un sistema economico così ridotto impone una domanda: è possibile che la contrazione del livello di attività sia di per sé sufficiente ad assicurare il livello di benessere al quale i soggetti sono stati abituati?

Non è possibile dare una risposta all’interrogativo, per il semplice fatto che sinora non è mai stato sperimentato il funzionamento di un’economia “francescana” e conviviale. Ciò non significa però che, in assoluto, non sia possibile realizzarla; un’organizzazione del sistema economico secondo la proposta di Dardot e Laval è ancora insufficiente; essa deve essere ulteriormente integrata e approfondita, perché il suo stadio attuale di formulazione prefigura solo situazioni che alcuni hanno rappresentato come forme di yurta economy: forme di economia, cioè, che i membri delle comunità che le adottano, hanno accettato di uniformare la loro esistenzialità ad un codice etico, al quale realisticamente è del tutto improbabile che si adatti gran parte dei popoli che hanno sperimentato i vantaggi cui li ha abituati il sistema capitalistico.

Gianfranco Sabattini

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