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Opinioni e commenti
 

Catalogna. Autonomia ‘indipendente’ dal risultato
Pubblicato il 25-09-2015


Elezioni Catalogna_Ap-Ansa

Artur Mas e gli indipendentisti catalani puntano tutto sul voto di domenica per il rinnovo del parlamento regionale della Catalogna per trasformare le loro vittoria in un plebiscito a favore dell’indipendenza della regione autonoma spagnola.

Secondo gli ultimi sondaggi le liste indipendentiste otterrebbero la maggioranza assoluta dei seggi e questo, secondo Mas permetterebbe alla Catalogna di proclamare l’indipendenza senza ricorrere al referendum. E se la costituzionalità della decisione è tutta da vedere, restano anche i dubbi su cosa accadrà alla Spagna, alla Catalogna e ai cittadini in caso di indipendenza sul fronte europeo, su quello finanziario e su quello prettamente politico istituzionale.

La coalizione “Insieme per il Si” – formata dal partito Cdc del capo dell’esecutivo catalano Mas, da Erc (sinistra repubblicana) e da delle associazioni indipendentiste – e la Cup (Candidatura di unità popolare, estrema sinistra indipendentista), potrebbero ottenere insieme da 74 a 75 seggi e il 47,8% dei voti, secondo un sondaggio dell’istituto Sigma Dos per il quotidiano El Mundo.

Un secondo rilevamento commissionato dalla radio privata Cadena Ser (vicina al centro sinistra) dà i separatisti vincenti con 70-77 seggi, sempre senza maggioranza dei voti (48,2%). Per raggiungere la maggioranza assoluta al Parlamento regionale sono necessari 68 seggi. Il leader degli indipendentisti catalani ha detto che se domenica prossima il suo fronte riceverà la maggioranza dei voti dagli elettori catalani, non ci sarà più bisogno di un referendum sull’indipendenza dalla Spagna.

Se invece, al contrario dei sondaggi, il “listone” indipendentista ottenesse la maggioranza dei seggi, ma non quella dei voti, si potrebbe configurare uno scenario per così dire “scozzese”, ovvero in cui l’indipendenza non vince, ma si guadagna il diritto a riprovarci, a breve o medio termine chiedendo nuovamente a Madrid il referendum che il premier Mariano Rajoy ha fino ad ora rifiutato con durezza. La formazione di centro-destra Ciudadanos, creata nel 2006 in questa regione e che milita per il mantenimento della Catalogna in Spagna, avrebbe il 14-15% dei voti. La lista di “Catalogna, è possibile” di cui fa parte il partito della sinistra radicale Podemos, creato nel gennaio 2014, davanti al Partito socialista, con l’11-12%. Il Partido popular del governo conservatore di Mariano Rajoy otterebbe dall’8 al 9% dei suffragi.

Il 28 settembre, il giorno dopo il voto, dunque il messaggio potrebbe essere: se non ora, presto. Questo, se all’interno del fronte indipendentista non vi saranno fratture su come proseguire nel frattempo, vista la discordanza di non poco conto sui criteri necessari per lanciare la cosiddetta Dui, ovvero “dichiarazione unilaterale di indipendenza”.

“E’ evidente che se avremo la maggioranza dei deputati e dei voti il 27 settembre, il referendum sarà come già fatto!”, ha dichiarato Mas. In ogni caso la Catalogna, che rappresenta il 16% della popolazione spagnola e il 19% del pil spagnolo, non proclamerà l’indipendenza all’indomani del voto. Il processo, ha spiegato Mas, prenderà complessivamente “tra i 18 mesi e i due anni” per arrivare all’adozione di una nuova costituzione. Nel frattempo Mas intende negoziare con la Spagna una separazione amichevole e con l’Unione europea la permanenza della Catalogna.

In caso però di disaccordo con Madrid sulla separazione, Mas ha detto che laCatalogna non si assumerà alcuna parte del debito della Spagna (come invece farebbe in caso di separazione consensuale): “Se non ci sarà accordo, noi non abbiamo alcun obbligo sul debito spagnolo”. “E allora – ha continuato Mas – come potrà la Spagna a rimborsare il suo debito che ammonta al 120% del pil, se perderà la parte più produttiva della sua economia?”.

Mas, presidente di questa ricca regione del Nord-est della Spagna, ha reclamato invano da 2012 il diritto di organizzare un referendum sull’indipendenza come ad esempio aveva fatto la Scozia l’anno scorso.

Se dovesse vincere il fronte indipendentista non è chiaro, quindi, cosa accadrà realmente. Il governo conservatore del Pp fino ad ora ha fatto orecchie da mercante, limitandosi a delle iniziative giudiziarie per impedire la possibilità di un referendum e proponendo nei giorni scorsi una riforma della Corte Costituzionale che desse ai supremi giudici gli strumenti per punire direttamente chi viola le sue sentenze. Una pistola amministrativa puntata contro i dirigenti indipendentisti.
Ma il partito del premier Mariano Rajoy non ha avanzato alcuna proposta per una soluzione politica alla crisi. Il primo ministro spagnolo negli ultimi giorni ha lanciato nuovamente un avvertimento ai sostenitori dell’indipendenza della Catalogna. Secondo il premier sarebbero a rischio le pensioni, i depositi bancari e i diritti dei cittadini spagnoli. “Alcuni dicono che l’indipendenza della Catalogna è la panacea di tutti i mali, che creerà nuovi posti di lavoro. E’ tutto falso”, ha dichiarato Rajoy . “Significherà l’uscita dall’Ue. Cosa accadrà alle pensioni? Ci sono più pensionati che contribuenti, cosa succederà alle istituzioni finanziarie, ai depositi bancari, alla moneta?”, ha chiesto Rajoy.

Il premier si è anche chiesto sei i catalani potranno mantenere la cittadinanza spagnola se la regione, che conta per un quinto del Pil spagnolo, diventerà indipendente. Il primo ministro spagnolo ha ricordato che qualsiasi rottura da parte dei nazionalisti catalani dopo il voto “non avrà valore legale, andremo ovviamente davanti alla Corte Costituzionale. Cosa è la Spagna spetta agli spagnoli non solo ad alcuni”.

Anche economisti, associazioni patronali e think tank hanno espresso le loro riserve sulla dichiarazione unilaterale di indipendenza. Le grandi banche e casse di risparmio spagnole e europee hanno avanzato il rischio per la stabilità finanziaria della Catalogna sottolineando che la secessione “porta a un’esclusione dall’Ue e dall’euro”. Le due più grandi banche catalane, Caixabank e Sabadell, hanno lasciato intendere d’altro canto di essere pronte a ritirarsi dalla regione.

Stando a zero le controproposte del governo per il raggiungimento di un accordo più indolore della dichiarazione di indipendenza unilaterale della Catalogna, si potrebbe arrivare ad una situazione alla quale entrambe le parti non sono affatto preparate: due mesi di limbo – almeno cioè fino a che le elezioni politiche spagnole di dicembre non avranno chiarito quale sia la maggioranza a Madrid con cui Barcellona dovrà effettivamente fare i conti – che potrebbero rilanciare un’opzione di tipo federalista, difesa per esempio dai socialisti. Una possibilità che seppure appaia di buon senso fino ad ora non ha ricevuto un solido appoggio popolare in Catalogna, dal momento che tutte le precedenti promesse in questo senso – a partire appunto dallo Statuto di Autonomia – sono andate disattese. Una sfida elettorale quella di domenica che tirerà la volata per elezioni politiche di novembre.

Laura Agostini

 

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