martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Fillea Cgil, edilizia:
“In calo gli infortuni,
ma restano i rischi”
Pubblicato il 28-09-2015


E’ in calo il numero dei lavoratori migranti che denunciano infortuni nel settore dell’edilizia, ma i rischi restano. E’ quanto affiora dal report sui lavoratori stranieri presentato di recente dalla Fillea con la Fondazione Di Vittorio. “Per quanto riguarda gli infortuni subiti dai lavoratori stranieri, i dati messi a disposizione dall’Inail – spiegano i sindacati – evidenziano come il settore delle costruzioni continui ad essere tra i più rischiosi. Nel corso del 2013 gli infortuni denunciati nel comparto edile sono stati complessivamente oltre 45 mila. Di questi, circa 8.500 – emerge dal report – sono stati denunciati da lavoratori stranieri (circa il 19%). In termini di valore assoluto, sia il dato generale che quello relativo agli stranieri è chiaramente in calo nel corso degli ultimi anni anche in virtù del forte calo occupazionale che abbiamo appena visto. E’ comunque importante segnalare il rischio di sotto-denuncia presente in un contesto in cui è molto alto il peso dell’informalità”. Nel complesso, gli infortuni mortali denunciati nel settore sono stati 125 di cui 26 riguardanti lavoratori stranieri (circa il 21% degli infortuni mortali nel settore è occorso a uno straniero, nel 2009 questa percentuale era del 17%).

Fillea Cgil: 250 mila sottopagati e ricattati nelle costruzioni 

Giovani, sottopagati e sottoinquadrati, precari e ricattati: questa la fotografia dei lavoratori stranieri impiegati nel settore delle costruzioni, presentata oggi da Fillea Cgil e Fondazione Di Vittorio all’assemblea nazionale dei lavoratori stranieri, svoltasi recentemente al Centro Congressi Frentani di Roma. Nelle costruzioni, ha spiegato il sindacato guidato da Walter Schiavella, la presenza dei lavoratori stranieri è strutturale e storica, soprattutto nel comparto dell’edilizia: parla straniero il 17% dell’intera forza lavoro del settore, con punte che in alcuni territori superano il 50%, in tutto 250mila lavoratori (50mila in meno del dato pre-crisi, 3 punti percentuali). Lavoratori che, ha puntualizzato il sindacato, dati alla mano, insieme agli altri immigrati presenti in Italia – 5 milioni in totale – producono il 9% della ricchezza italiana, 123 mld di Pil, 20 circa solo le costruzioni.

Escludendo ovviamente il lavoro nero, stimato dalla Fillea in almeno 300mila ‘fantasmi’, che sfuggono a ogni statistica e a ogni tutela, ma non certo a quell’economia sommersa che vale il 12% del Pil nazionale. Nonostante una presenza così strutturata dei lavoratori stranieri, “quello delle costruzioni continua ad essere un mercato del lavoro duale, in cui gli immigrati sono vittime di segregazione occupazionale, discriminazione, ricatto.; e poi la dequalificazione e il sotto-inquadramento, come dimostrano i dati delle Casse edili”, ha raccontato il segretario generale della Fillea Walter Schiavella. Schiavella ha sottolineato che “il 55% dei lavoratori stranieri ha la qualifica di operaio comune, contro il 28% degli italiani; gli specializzati stranieri sono il 13%, a fronte del 36,5% italiano”. “E’ un andamento che di anno in anno – ha avvertito – continua a peggiorare, confermando il sotto-inquadramento come uno degli strumenti preferiti dalle imprese per comprimere i costi del lavoro senza eccessivi rischi. Tre lavoratori inquadrati al primo livello corrispondono più o meno al costo di due operai specializzati; se facciamo due conti, possiamo dire che ogni anno spariscono centinaia di milioni di euro di contributi”. “Otto anni di crisi, a cui si sono aggiunti gli interventi dei governi mirati solo alla deregolamentazione, hanno fatto proliferare – ha attaccato il leader degli edili di Corso d’Italia – meccanismi come questo, o come il finto part time o le false partite Iva o i distacchi comunitari”.

Fillea Cgil: Migranti, il ruolo del sindacato 

Sono 76mila, il 24% del totale, gli immigrati iscritti alla Fillea Cgil, il sindacato dei lavoratori delle costruzioni di Corso d’Italia. E’ quanto emerge da un report presentato recentemente dal sindacato, sul ruolo appunto dei migranti nell’organizzazione. Secondo i dati della Fillea, maggiore è la presenza degli immigrati tra gli iscritti nelle regioni del Centro-Nord, con punte che raggiungono il 40% nel Lazio e in Liguria, mentre tra le regioni meridionali svetta l’Abruzzo con il 26,6%. E parlano straniero anche tanti delegati e funzionari, provenienti soprattutto da Est Europa, Africa, Sud America. Tra loro c’è chi è arrivato vent’anni fa per caso o per studiare (ora con nazionalità italiana), quelli che in Italia ci sono arrivati da clandestini, su barconi o treni della speranza, e poi la fame, il lavoro nero, il ricatto e le violenze dei caporali, e poi quella prima busta paga e quel permesso di soggiorno costati sangue e fatica. E, infine, l’incontro con il sindacato, che ha cambiato la loro vita. E che sta cambiando, spiegano dalla Fillea, la vita del sindacato. Il profilo medio dei funzionari coinvolti nell’indagine, illustrata da Emanuele Galossi, della Fondazione DI Vittorio, dice che hanno un'”età media di 42 anni, sono in Italia da almeno tre lustri, hanno titoli di studio prevalenti alti e medio-alti”.

“Dalle interviste – precisa l’indagine – risulta che le maggiori difficoltà incontrate da questi funzionari nel rapporto con il sindacato e con i lavoratori sono state la poca conoscenza dei temi sindacali, la diffidenza da parte dei lavoratori italiani nei confronti del sindacalista straniero e la difficoltà nella comunicazioni per via della lingua, gap su cui però il sindacato è intervenuto con un forte impegno in progetti di formazione”. Da parte degli intervistati, si sottolinea, c’è soddisfazione del proprio percorso all’interno del sindacato, ma “per più della metà di loro occorre che il sindacato faccia di più, ci sia più coraggio: ad esempio, più funzionari immigrati, più coinvolgimento nelle scelte, più contatto diretto con i lavoratori e i disoccupati, anche sperimentando nuove forme di rappresentanza e di lotta”. Richieste che hanno trovato conferma e sostegno nelle parole del segretario generale della Fillea Cgil, Walter Schiavella: “Più giovani e migranti sono i lavoratori, più giovane e migrante deve essere il sindacato che li rappresenta ma su questo occorre un impegno di tutto il sindacato e servono scelte concrete e coerenti che accompagnino e favoriscano il ricambio generazionale, dobbiamo rinnovare le forme della nostra azione e quelle della nostra comunicazione con i lavoratori. Il contributo dei nuovi funzionari, penso ai migranti, ai giovani, alle donne, in questo sarà determinante”.

Tfr in busta paga è un flop

L’intervento sul Tfr in busta paga si conferma un flop a causa dell’imposizione ordinaria, troppo penalizzante per il lavoratore. E’ quanto emerge da una stima dei Consulenti del lavoro. Nei primi 5 mesi dall’avvio della norma solo lo 0,83% ha chiesto il Tfr in busta paga. Volano invece nei primi 8 mesi 2015 le richieste di anticipazione del Tfr già maturato (+27%). Su un campione di circa un milione di dipendenti – sottolineano i consulenti – ad agosto, passati quindi cinque mesi dall’entrata in vigore della norma (3 aprile), la scelta di liquidare il Tfr maturando in busta paga è stata effettuata solo da 8.420 lavoratori, ossia lo 0,83%. La grande maggioranza dei lavoratori che non hanno effettuato questa scelta ritiene che la tassazione ordinaria sia troppo penalizzante (il 62%). In direzione opposta va l’andamento delle anticipazioni, ovvero la possibilità di chiedere al datore di lavoro, in presenza di almeno 8 anni di anzianità, fino al 70% del Tfr maturato per l’acquisto, la ristrutturazione della casa o per spese sanitarie. Nei primi 8 mesi del 2015 – segnalano i consulenti – il numero delle richieste di anticipazione è cresciuto del 26,6% passando da 202.140 a 256.044 (comprensivo delle quote chieste in anticipo ai fondi pensione).

L’anticipazione viene erogata a tassazione separata, quindi più favorevole per il lavoratore. Il motivo di disinteresse dei lavoratori cresciuto rispetto alla rilevazione precedente dal 38% al 62% è legato sostanzialmente al regime fiscale penalizzante stabilito dalla legge. Diminuiscono invece gli incerti (dal 42% al 25%). E le preoccupazioni per un peggioramento del regime fiscale delle anticipazioni insieme al basso livello dei tassi di interesse che rendono più convenienti i mutui per l’acquisto di una casa dovrebbero essere alla base di un aumento significativo delle richieste di anticipazione del Tfr accantonato in azienda o nei fondi pensione. Questo strumento – spiegano i consulenti – consente da un lato di monetizzare comunque parte del Tfr, e dall’altro di conservare il regime fiscale più favorevole.

”I dati dimostrano – sottolineano – che le famiglie hanno comunque bisogno di liquidità derivante dalla crisi economica e dalle difficoltà di accedere al credito bancario. E’ evidente che in alternativa alla liquidazione del Tfr di un periodo futuro fino a giugno 2018 con forti penalizzazioni, il lavoratore preferisca richiedere una parte del Tfr accantonato in azienda o presso i fondi pensione”. Le motivazioni previste dalla legge per chiedere l’anticipo sono l’acquisto della casa per sé o per i figli, la ristrutturazione o le spese mediche ma il datore di lavoro può decidere di anticipare la liquidazione anche per altre ragioni. “L’aumento delle richieste – ha affermato il presidente della Fondazione Studi Rosario De Luca – deriva anche dal fatto che è comunque consentito, aldilà delle condizioni di legge, – al lavoratore e al datore di lavoro trovare un accordo tramite il quale superare i vincoli indicati e erogare quindi il Tfr in anticipo”.

Carlo Pareto 

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