lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Buttitta e la triade
della rivoluzione morale
Pubblicato il 07-09-2015


Ignazio Buttitta

Ignazio Buttitta

Parafrasando Gian Maria Volontè che in ”Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” dice ”Che cos’è questa democrazia… E diciamocelo: è l’anticamera del socialismo”, l’anticamera del socialismo è la cultura nella sua accezione più individualista. Con questo espediente linguistico-cinematografico si vuol fare un salto nel tempo, fino al 1916. Era infatti il 29 gennaio 1916 quando sulle pagine del periodico socialista di Torino ”Il Grido del Popolo” compariva ”Socialismo e Cultura, articolo firmato Antonio Gramsci. Scriveva il futuro leader comunista: ”La cultura […] È organizzazione, disciplina, del proprio Io interiore, è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri.”. Principio lapalissiano quello che emerge dalle parole del pensatore sardo; parole che potrebbero prefigurare una modello di ”traghettamento” dal socialismo e cultura gramsciano al liberalismo, e pertanto al socialismo liberale. Poiché nel ”proto” liberalismo piantato nel pensiero di Gramsci, di fatto mai stato fonte di mistero, vi si potrebbe anche ritrovare l’origine di quel fil rouge che porta a Carlo Rosselli.

D’altronde, il Gramsci ”liberale” – che vedeva nel liberalismo in quanto costume ”Un presupposto ideale e storico del socialismo” – si palesa proprio negli anni giovanili di ”socialismo e cultura”. Con lo scritto ”Bolscevismo Intellettuale” del 1918, infatti, comincia ad emergere fulgidamente quella originalità gramsciana che individua nel liberalismo ”’Un metodo, una filosofia dell’azione, un abito mentale che dà ragione di ogni atteggiamento politico”, anziché – come sottolinea Fabio Vander in ”Che cos’è il Socialismo Liberale?” (Piero Lacaita Editore, 2002) – ”Una specifica dottrina pratica, una politica determinata dal punto di vista economico e di classe ”. Questo ”filone” del pensiero del socialismo liberale, oggi come oggi potrebbe apparire anacronistico, intellettualmente onesto anche se ”consolatorio”, fuori tempo massimo, ma con il definitivo discernere resta la lezione ultima di Carlo Rosselli e del suo Socialismo Liberale: ”Il socialismo è in primo luogo rivoluzione morale, e in secondo luogo trasformazione materiale”. Vangelo.

In questo gioco di scatole cinesi con ”cultura-socialismo-liberalismo”, a questo punto la triade della rivoluzione morale, si inserisce a pieno titolo Ignazio Buttitta. Figura eminente della cultura nazionale, ma in particolar modo siciliana, oppositore del fascismo e per questo più volte arrestato, Ignazio Buttitta non delegherà solo alla sua poesia il compito di tuonare contro le storture della propria terra, ma in frequenti occasioni sarà egli stesso a scendere in piazza per raccontare ”cose” in prima persona, come un predicatore nel deserto che cerca di spargere qua e là il seme della ragione.

Una testimonianza significativa la si ritrova nel caso di un suo appassionato soliloquio del 1972 a Villabate (Pa), e che convenzionalmente verrà riportato qui in un italiano ”sicilianizzato” e non in dialetto come in origine. Buttitta comincia con queste parole di premessa al pubblico al levarsi di un rumorio di fondo e di qualche seppur isolato fischio: “Per cortesia un poco di silenzio sennò non c’è piacere né per voi altri, né per me”.

Dopo questo invito a prestare attenzione, appare quindi chiara quella indifferenza endemicamente patologica in certe frange della popolazione siciliana da scalfire con lo scalpello della conoscenza che il poeta sapeva di dover utilizzare quasi con accanimento. Il rivendicare l’orgoglio di essere nati, malgrado tutto, “in questa terra meravigliosa”, sarà il punto nevralgico che sempre ne animerà l’azione e che sarà motivo di assoluzione intrinseca della Sicilia in quanto terra, come si evince da un verso di un suo componimento: “E’ una madre – la Sicilia – che mi tradisce per costrizione”. È evidente che questa ”costrizione” sia la condizionante dell’asse politico-mafioso predominante a scapito dell’isola, e che Buttitta non mancherà di sottolineare nella serata di Villabate rilanciando con delle figure di intellettuali che al contrario le hanno dato lustro: “Questi sono i siciliani meravigliosi (parlando dei Sciascia, dei Guttuso, quest’ultimo di Bagheria, quindi compaesano di Buttitta); questa è la Sicilia, no ‘sti quattro mafiosi come diceva Cicciu Busacca; ‘sti quattro mafiosi comandati da Roma”.

Proprio per questo forte attaccamento alla madre, egli che ha avuto una vita lunghissima (è morto nel 1997 all’età di 98 anni) sarà ai figli più piccoli cui rivolgerà il pensiero di lasciarne in eredità la difesa: “Io parlo cui bambini… State attenti a quello che vi dico io. I vecchi non mi interessano più, i vecchi hanno perduto l’entusiasmo, la forza, il coraggio. Mi intessano i ragazzi, siete voi altri che dovete portare la Sicilia avanti”. Il poeta continuerà a parlare a ruota libera, con voce decisa e d’assalto, soffermandosi prevalentemente su due concetti di fondo: il primo potremmo definirlo del ”nessuno profeta in patria”, e come riscontro principale porta il caso di un autore siciliano conosciuto ovunque, Elio Vittorini, che stando alla percezione del tempo dello stesso Buttitta poco considerato in Sicilia. Il secondo potrebbe prefigurare le facce complessive di questa storia, e cioè quella mancanza di cultura che Buttitta, con fare schietto e senza tanti giri di parole, imputa alla “dittatura” democristiana instauratasi in Sicilia dal dopoguerra, rafforzando il concetto con un curioso dato statistico da egli riportato: sole 66 biblioteche a fronte dei 385 comuni dell’isola. Una terra, la Sicilia, in cui i socialisti, fino ad un certo punto, venivano ammazzati, la cultura non attecchiva, nessuna rivoluzione morale all’orizzonte e liberalismo non pervenuto. Con buona pace dei Gramsci, dei Rosselli e dei Buttitta.

Carmelo Sardo 

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