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Opinioni e commenti
 

Il dramma italiano secondo Paolo Savona
Pubblicato il 01-09-2015


Forse l’Europa non si disintegrerà, né l’euro scomparirà dalla scena europea e mondiale, ma se non verranno rimossi i gravi difetti strutturali su cui si regge l’intera organizzazione comunitaria, le conseguenze “si rifletteranno nell’arretramento di alcune aree territoriali, come i Mezzogiorni sparsi per l’Europa. Il costo verrà quindi pagato dalla popolazione in termini di disoccupazione e di benessere e ad esso si sommerà quello della disoccupazione tecnologica, con i pochi ricchi che diventeranno sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri”. Così sentenzia Paolo Savona nell’ultimo suo “J’accuse. Il dramma italiano di un’ennesima occasione perduta”.

Savona va oltre gli effetti negativi dei difetti di struttura dell’organizzazione economica e monetaria dell’Unione Europa (UE), per affermare che la loro mancata rimozione avrà conseguenze nefaste anche sui regimi liberal-democratici, dai quali ha avuto origine il quadro politico che ha consentito di realizzare, all’interno di gran parte degli Stati costitutivi dell’UE, le condizioni che sono alla base del livello di benessere del quale godono le loro popolazioni.

Ciò è accaduto – prosegue Savona – per via del fatto che la filosofia “pseudo liberale” che è prevalsa in Europa è di tipo “costruttivista”, illudendo le singole dirigenze politiche degli Stati membri di poter “costruire un mondo migliore attraverso l’imposizione di vincoli all’azione, invece di accrescere le libertà dell’individuo e, con esse, l’assunzione di responsabilità”. In altri termini, secondo Savona, i mali dell’Europa sarebbero riconducibili al fatto che in essa si sarebbe consolidato un “pensiero unico” dalle forti caratteristiche aristocratiche/dittatoriali, imposto a giustificazione dell’organizzazione economica, politica e sociale realizzata, la quale è del tutto inadatta a risolvere i problemi interni di quegli Stati membri che, come l’Italia, stentano ad uscire dalla stagnazione economica, che da anni ne sta bloccando la loro crescita. Secondo Savona, non c’è verso di incrinare la durezza monolitica del pensiero unico, divenuto dominante, soprattutto presso quei “gruppi dirigenti giovani”, impreparati all’esercizio di “un potere logoro, con l’entusiasmo di cambiarlo”; essi, non disponendo della competenza professionale necessaria e convinti che il passato sia ormai alle spalle, tendono ad intravedere, sbagliando, la possibilità di garantire al Paese, grazie alla loro azione politica, un futuro radioso.

Contro il monolitismo del pensiero unico, approfittando del fatto che le sue insidie ai danni della democrazia ancora non hanno del tutto spento la libertà di parola, Savona si è eretto a proporre “una politica economica diversa” e, a tal fine, ha “lanciato tre J’accuse sui temi di fondo del Paese: di aver tenuto acceso il motore delle esportazioni e spento quello dell’edilizia…; di aver accettato la spaccatura dell’unità d’Italia tra il Nord e il Sud, senza intenzioni di porvi rimedio….; di aver imposto maggiori tasse per fare maggiori spese invece di sanare il debito in essere, approfittando delle eccezionali condizioni monetarie internazionali”.

Savona ha anche scritto “Cinque lettere aperte dirette ai responsabili della politica europea e della sua trasposizione su quella italiana” (Juncker, Draghi, Visco, Padoan, governo e Banca d’Italia), accusandoli di attuare, per il rilancio dell’economia europea e di quella dei Paesi in crisi, come l’Italia, un modello di sviluppo fondato sulle esportazioni, “invece di sostituirlo con uno basato sui consumi interni, come imporrebbe la presenza di un eccesso di risparmio inutilizzato nelle forma di vergognosi avanzi di bilancia corrente con l’estero”. Alle lettere Savona ha inoltre associato un “Corollario”, nel quale accusa la classe politica italiana principalmente del fatto che continui ad insistere sul “vecchio modo di fare politica ridistribuendo un reddito che non esiste e tenendo lontani quelli che lo producono”, continuando, tra l’altro, a gestire il sistema pensionistico in modo permissivo, e promettendo una prossima introduzione di un salario di cittadinanza senza la minima cura di indicare in che modo trovare le risorse per finanziarne l’erogazione; mentre nessuno ha avuto sinora il “coraggio di dire agli italiani che non esistono pranzi gratis e che ogni beneficio che si ottiene per lenire le difficoltà dovrebbe accompagnarsi con una prestazione di servizio pubblico, tra i tanti di cui necessitiamo e che non abbiamo”.

I limiti della politica economica anti-crisi attuata dall’Italia sono, in particolare, rinvenuti da Savona nell’accanimento con cui la dirigenza politica nazionale mostra di volersi attenere all’”overdose di decisioni europee” per salvaguardare la stabilità della moneta unica, nonostante che le misure attuate siano inadatte a risolvere i problemi economici del Paese. A supporto della sua tesi, Savona ricorda che gran parte degli analisti esteri sostengono che l’euro “non può sopravvivere così com’è stato costruito”; per via delle sue malformazioni genetiche, invece di trascinare l’unificazione politica, l’allontana, rischiando di mettere in crisi ciò che sinora è stato realizzato. “Corollario di questa diagnosi estera – afferma Savona – è che l’Italia ‘non ce la può fare’ perché ha un debito pubblico sproporzionato, un’organizzazione statale inefficiente e costosa, un mercato del lavoro rigido e un sistema tributario scoraggiante”.

A fronte di questa situazione, l’overdose delle decisioni europee, prima ancora di rimuovere il “difetto di architettura [europea] che genera eccessi di risparmio [nella forma di avanzi di bilancia corrente con l’estero] ed impedisce di assorbirli con una politica di deficit spending che alimenti la domanda interna, si dovrebbe operare per fare rientrare il debito pubblico”; mancando di agire secondo queste linee di azione, l’Italia perde l’opportunità di avvalersi dei vantaggi resi possibili dalle condizioni dei mercati finanziari interni ed esterni all’Europa. “Mai come oggi, – conclude Savona – con un mercato della moneta abbondante e bassi tassi dell’interesse, si presenta l’opportunità di effettuare un’operazione di consolidamento volontario del debito pubblico. Essa incontrerebbe la domanda di investitori privati e istituzionali […] affamati di rendimenti per assolvere ai loro impegni con la clientela, contribuendo ad alleggerire le pressioni derivanti da politiche deflazionistiche praticate per rientrare in modo sbagliato nei parametri di finanza pubblica dell’UE”.

Se quest’occasione fosse colta dai responsabili della politica economica nazionale, si potrebbe non solo potenziare il “motore delle esportazioni” per rilanciare la crescita dell’Italia, ma diverrebbe anche possibile “riaccendere il motore parimenti importante delle costruzioni”, per affrontare il dimenticato fardello del Mezzogiorno, la cui mancata soluzione è causa di una “spaccatura” del Paese; problema, questo, secondo Savona, “ben più grave di quello del ritardo nella crescita complessiva”, in quanto si trascura di considerare che la crescita del Paese è strettamente correlata con l’assenza di crescita nel Mezzogiorno. L’effettivo rilancio del sistema economico nazionale e la conseguente crescita del PIL consentirebbero, da un lato, di orientare la tassazione verso un riordino della finanza pubblica in luogo del finanziamento di maggiori spese e, dall’altro, di realizzare “una seria verifica della giustizia sociale”.

La critica di Savona all’architettura istituzionale europea e la sua proposta per superare i limiti della politica economica nazionale sinora attuata non fanno, come si suole dire, “una grinza”; esse però mancano di realismo. Meraviglia che un conoscitore com’è Savona, delle modalità di funzionamento dei mercati finanziari e del loro potere egemonico, possa pensare che gli operatori che agiscono all’interno di tali mercati, dopo aver imposto il “pensiero unico”, che impedisce di considerare qualunque proposta venga avanzata per rimuovere i difetti di struttura dell’organizzazione comunitaria, possano accogliere la sua critica e la sua proposta.

In particolare, quest’ultima, fondata sulla necessità di un effettivo rilancio della crescita del Paese, attraverso l’impiego di risorse acquisibili principalmente dal consolidamento del debito estero, implicherebbe un peggiormente dell’indebitamento pubblico: proprio ciò che i mercati finanziari, fornitori delle risorse non vogliono; essi, al contrario, vogliono che i settori pubblici dei Paesi in crisi siano sempre e costantemente solvibili, ovvero sempre in grado di pagare le rate dei mutui ordinari in scadenza, pena il declassamento del Paese. Grecia docet!

Che fare allora? Occorre riconoscere che il rilancio dell’economia italiana non è un problema di natura tecnica, bensì di natura esclusivamente politica; la sua soluzione passa attraverso l’impegno delle giovani dirigenze politiche inesperte delle quali parla Savona. Tali dirigenze, proprio perché inesperte ed illuse, sono “condotte per mano” da alcuni destinatari delle “lettere di Savona” (Draghi, Visco, Governo…); sono essi, grazie agli esorcismi coi quali rassicurano il “popolo bue” che tutto va bene, i veri responsabili delle scelte politiche che l’Italia è costretta ad adottare, per conformare la propria organizzazione istituzionale, politica ed economica alla logica di funzionamento dei mercati finanziari internazionali.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. Ma Savona, se n’è accorto che, dopo la bocciatura del Trattato istituzionale nel 2005, l’Unione europea è rimasta solo un groviglio burocratico, senza la possibilità di concepire una politica di “governo” unitario e di conseguenza, senza una politica economica che abbia senso?
    Si va avanti alla cieca, dando risposte a casaccio. Talvolta servono, spesso fanno danni.
    Il consesso dei governi europei non è più l’Unione e la predominanza della destra ha vanificato le speranze di poter agire per garantire ai cittadini europei pace, benessere , giustizia e democrazia.
    Le sue non sono altro che “lettere al vento”.
    L’Italia, in finis, non ha nessuna politica, si naviga “bordesan, bordesan” spinti dal vento che fa cambiare verso ma che non conduce a nessun porto sicuro.

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