domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il nuovo inizio per i riformisti
Pubblicato il 12-09-2015


Il nuovo inizio per i riformisti

Un dibattito introdotto dal direttore di Mondoperaio Luigi Covatta e moderato da Carlo Correr dell’Avanti! a cui partecipano Andrea Olivero viceministro delle Politiche agricole, Carmelo Barbagallo segretario nazionale della UIL,  Luigi Incarnato segreteria nazionale del Psi e Marco Andreini direzione nazionale del Psi.

Luigi Covatta
L’ultimo numero di MondOperaio riporta la cronaca di  un convegno molto interessate svolto a giugno per ricordare il 30°  anniversario di un referendum che vinsero i riformisti: quello sulla scala mobile. Quel referendum venne vinto contro tutte le previsioni. E la parte riformista del sindacato ha ridato ruolo al sindacato. Nel 1955 quando si cominciava a parlare di apertura a sinistra, alla Fiat ci furono le elezioni della commissione interna, e la Cgil prese una pesante sconfitta perché non aveva colto la svolta che stava avvenendo in Italia . Si aprì una discussione nel Partito socialista. Questo è un altro episodio in cui una maggioranza riformista che sta nella socialità aprì la strada al governo nel paese. In questi anni si è fatto spreco della parola riformista. Il Pd si definisce casa comune dei riformisti: sarebbe più credibile se il Pd invece di riferirsi a un santino, ossia l’immagine di Moro riformista che non è mai esistita, si riferisse al riformismo di Nenni e Fanfani: ossia quello di un riformismo che c’è stato. Credo che noi dobbiamo ragionare su questa prospettiva in cui non son mancate le leadership forti: Fanfani, Craxi. Ma in cui si costruiva un consenso sociale e politico che era fatto da tante forme di partecipazione. Cosa complicata ma vincente dal punto di vista della storia. La domanda è: siamo in grado di ricostruire questo circolo virtuoso in cui si può realizzare una leadership forte e creare consenso? Oppure nell’epoca di internet serve la democrazia del web? Creare una sintesi tra leadership forte e capacità di cambiare è la scommessa che facciamo, che non è ostile a chi governa ora, ma che serve ad per evitare che la leadership forte finisca per essere travolta.

Andrea Olivero
Un tempo e riforme significavano cambiamento in meglio delle condizioni di vita. Nell’ultimo decennio invece nel pensiero comune la parola riforma è sempre collegata a tagli e a arretramenti sociali. Quando oggi parliamo di riforme prevale la paura del cambiamento. L’ansia per il coincidere delle riforme con i tagli. Bisogna cambiare il rapporto tra riforma e taglio. Quello che è mancato è la capacità di prospettare il futuro dopo le riforme, il riformismo che si interroga sulla ricaduta sociale delle riforme stesse. Oggi abbiamo la difficoltà a incarnare un riformismo che ha difficoltà a far capire la prospettiva del futuro. Un riformismo solo leaderista e destinano a non avere successo. Serve la necessità di una condivisione con  una parte consistente dei cittadini che vogliono volontà di cambiamento. Questo processo si è appena avviato.

Marco Andreini
Una delle riforme a costo zero che dobbiamo fare è quella della formazione. Dobbiamo affrontare questa questione altrimenti non possiamo affrontare le sfide della flexsecurity. Per farla si devono mettere in campo tutta una serie di questioni come, ad esempio,  la riforma delle relazioni industriali del nostro paese. Abbiamo delle relazioni industriale vecchie. Le colpe non sono solo del sindacato ma anche delle parti sociali e di Confindustria che ha interesse a mantenere alta la conflittualità nelle fabbriche. Confido molto nella gestione di Barbagallo. Ha la possibilità di dire che questa questione è centrale.

Carmelo Barbagallo
Nel nostro Paese ormai tutti sono riformisti. Almeno dicono. Ma il problema è cercare di comprendere cosa fare per il nostro futuro. Il riformismo basato solamente sul rimettere in ordine i conti non esiste, il riformismo non è a costo zero. La prima cosa da fare è la riforma fiscale altrimenti non si troveranno mai i soldi da investire. Pensioni: l’aspettativa di vita che aumenta e le nascite che diminuiscono. Insomma lo scenario è del tutto diverso per questo lavoro ai giovani e flessibilità in uscita per gli anziani che vanno in pensione. La pensione tutti alla stessa età non è possibile. Le riforme paritarie per tutti sono le più ingiuste. All’Italia servono subito le riforme del fisco e delle pensioni. La prima riforma deve essere quella fiscale. Una riduzione generalizzata della Tasi non sarebbe giusta. Bisogna tenere conto del valore dell’immobile”.  Sulle pensioni Barbagallo pensa che sia necessaria “flessibilità nell’uscita. Non tutti i lavori sono uguali. Non tutti i lavoratori devono andare in pensione alla stessa età. Serve un range di uscita tra i 62 e i 67 anni.   La riforma delle pensioni va fatta subito, perché serve dare stabilità ai giovani e flessibilità in uscita agli anziani. Oggi il problema principale è la crescita demografica che non c’è. La Merkel ha capito che serviranno in Europa 50 milioni di persone per lavorare e ha scelto i migliori, quelli con maggiore professionalità. Voglio dare un dato: negli ultimi 2 anni sono diminuiti i consumi domestici di energia elettrica, non perché si risparmia, ma  perché sono andati via dall’Italia un milione di immigrati. Abbiamo una situazione in cui, da quando è cominciato l’esodo dal Nord Africa, in Italia ci sono meno immigrati di prima perché hanno capito che qui non c’è lavoro.

Altro punto è il Sud. Diventato ormai un buco nero. Servono le infrastrutture e su questo chiederemo un confronto con il ministro Poletti. Qualche giorno fa è stata fatta una legge condivisibile: l’eliminazione delle dimissioni in bianco. Non c’è stato un grido di gioia. Strano? No, perché questa norma è stata fatta nel momento in cui con il job act si può licenziare comunque. Renzi è uomo forte che si guarda solo allo specchio la mattina e si dice di essere riformista. Oggi abbiamo la proposta di nuovo modello contrattuale che si basa sulla ridistribuzione della ricchezza che si crea. La produttività non va demonizzate  e su questo, da riformisti, voglio battermi

Luigi Incarnato
Io farei una rivoluzione. Proporrei una Assemblea Costituente per ridisegnare completamente il paese. Da quando abbiamo accettato di strare in Europa e quindi il patto di stabilità, viviamo problemi. Abbiamo 20 anni di blocco e di non riforme. Ho l’impressione che non ci si rende conto della situazione del paese. Bisogna uscire dalla crisi seguendo dei filone strategici. La  Giustizia, che cosa c’è dentro la riforma? Nulla. Le province? Credo che dovevano essere chiuse, avrei piuttosto ridotto le regioni. Riformismo è una cultura di governo, il paese che deve anticipare le scelte. Chiedo per esempio a Barbagallo di farsi promotore delle separazione tra previdenza e assistenza. Facciamola questa battaglia. Insieme. La prima riforma da fare è quella del welfare. Le riforme non si mettono in elenco secondo i bisogni: scuola, giustizia, costituzione eccetera.  Per questo ho parlato di Costituente   per dare al Paese una missione: strutturare questo Paese con occhi riformisti, e non me ne vogliano gli altri, di quello socialista.

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