sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il PD ovvero l’esercito
di Brunswick
Pubblicato il 23-09-2015


È appena stato il 20 settembre. Anniversario, per noi, della breccia di Porta Pia. Ma anche, in linea più generale, della battaglia di Valmy; per Goethe l’inizio di una nuova fase nella storia dell’umanità.

Tutto questo non ha, naturalmente, nulla che fare con l’Italia di oggi. Mentre, invece, hanno moltissimo a che fare, in particolare con il Pd, l’atteggiamento psicolgico del duca di Brunswick, condottiero dell’esercito prussiano.

Il già prestigioso generale di Federico II, sta tranquillamente avanzando verso Parigi, quando si trova improvvisamente davanti a due armate francesi. Queste stanno occupando un’area dove non avrebbero dovuto stare (diciamo di fianco e non di fronte alle sue truppe); sembrano muoversi in direzioni diverse e difficilmente comprensibili secondo i canoni militari del tempo e, quando attaccate con successo, non si ritirano come dovrebbero, ma contrattaccano con energia. Di qui la decisione di ritirarsi; per assistere poi al dissolvimento dell’esercito prussiano, impantanato nel fango di un autunno particolarmente piovoso e decimato dalla dissenteria.

Diciamo, allora, fuor di metafora, che l’ottica militare del duca di Brunswick corrisponde perfettamente a quella politica del vecchio Pd mentre il “modo di essere”del nuovo esercito francese corrisponde esattamente a quello della falange renziana.

Il Pd degli ultimi decenni del novecento ha ereditato da Togliatti l’opzione per la guerra di posizione e, insieme, per la minimizzazione del rischio. Cautele, peraltro, largamente compensate, agli occhi del popolo di sinistra, dalle sicurezze ideologiche, da precise coordinate politico-culturali e dal relativo ancoraggio internazionale.

In questo quadro, sia il 1989 che il 1992 saranno, per il gruppo dirigente post-togliattiano, un dono avvelenato, l’inizio di una guerra di movimento che non è assolutamente in grado di condurre.

Allora abbraccia, al prezzo di vendersi l’anima, la rivoluzione del 1992, convinto che il nuovo sistema, con l’eliminazione dei “cattivi” (leggi, dei suoi avversari politici) lo porterà al potere senza dover sparare un colpo, così come il nostra duca era convinto che Parigi gli avrebbe aperto le porte senza combattere. Salvo a trovarsi di fronte un avversario che non aveva assolutamente previsto e che combatte senza le vecchie regole.

In questo scenario il Pd dovrà per forza combattere. Ma lo farà secondo le regole del minimo sindacale. La sua non sarà la battaglia della sinistra contro la destra o dello Stato sovrano contro il liberismo populista, ma piuttosto della rispettabilità – garantita dalla magistratura e dall’Europa – contro la ribalderia e della normalità contro l’irregolarità. Una battaglia che ha come obbiettivo il ritorno dello status quo e in cui il rischio, la provocazione e lo stesso conflitto sono visti come un pericolo da evitare ad ogni costo.

Ad esemplificare, e in modo addirittura caricaturale, questo atteggiamento le conduzione delle due ultime campagne elettorali politiche e lo psicodramma sull’adesione al Pse. Veltroni che propone la superiorità del Pd in termini di buoni sentimenti e Bersani che si diletta con lo smacchia mento di un giaguaro cui i giudici e l’Europa hanno, a buon bisogno, già limato le unghie e i denti. E, per altro verso, la sospensione sine die dell’entrata nel partito socialista europeo perché sgradita a due/tre esponenti della vecchia Dc.

Vittorie parziali, ma con generali (Prodi) presi a prestito. Sconfitte cocenti con i propri. L’uscita in campo del Nemico ma non per merito proprio. E, infine, una lunghissima tregua imposta dal “concerto europeo”durante la quale la truppa e i comandi perdono completamente la nozione delle cose: c’è, o meglio ci dovrebbe essere una guerra, ma al dunque, non si sa più bene contro chi e per che cosa.

È allora, in questa situazione che scoppia la rivolta nei ranghi. Guidata da uno che ha una nozione assai più concreta e moderna della guerra: scontro e non sapienti manovre, distruzione fisica dell’esercito nemico e non conquista di città o di territori, uso indiscriminato di tutte le armi a disposizione e non loro dispiegamento moderato e sapiente.

Costui spiega alla truppa che si può anzi si deve puntare alla vittoria: ma che precondizione per la medesima è la tabula rasa dell’esercito del passato. Una nuova patria, nuovi avversari, nuove regole di combattimenti, nuove armi, nuovi ideali per cui combattere.

Lasciato a sé stesso, l’esercito di Brunswick sarebbe tornato in patria, decimato dall’inazione e dalla dissenteria. Ma formalmente intatto. Costretto a misurarsi violentemente al suo interno ha ceduto di schianto, senza trovare ancora una “posizione prestabilita”su cui ritirarsi e ristabilirsi.
Non poteva andare altrimenti.

C’è naturalmente la possibilità che una parte del vecchio esercito, decida di continuare a combattere. In nome della patria perduta e dei suoi ideali, ma possibilmente, con nuove armi e con nuovi capi. Con tutte le mie simpatie. Ma senza speranze di rivincita a breve.

Alberto Benzoni

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