giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Immigrazione. Due Europe,
nessuna Europa
Pubblicato il 14-09-2015


Due immagini, scattate lo stesso giorno e a non più di 200/300 chilometri di distanza. L’unità di tempo e anche di luogo della tragedia classica.

Da una parte ( siamo a Monaco di Baviera) una specie di grande mensa. Un ambiente, illuminato a giorno, in cui si muovono, in un modo completamente rilassato, varie persone. Per lo più profughi, ma magari anche cittadini tedeschi. Non li distingui l’uno dall’altro; perché senza retorica, appartengono alla stessa specie umana.

Dall’altra (alla frontiera ungherese), siamo in una specie di bolgia dantesca. L’ambiente è oscuro: si scorgono a malapena i poliziotti ungheresi, tutti intorno a un recinto in cui non vedi nessuno, a parte le mani che si alzano per impadronirsi dei panini lanciati dai poliziotti in una ressa confusa ed umiliante. E qui le specie umane sono due e la seconda è chiaramente considerata meno umana dell’altra.

Due immagini. Due mondi. Due mondi profondamente divisi. C’è, in primo luogo, l’accettazione del principio di accoglienza, elemento fondante di qualsiasi democrazia liberale, contrapposta qui alla xenofobia, propria del populismo fascistoide. Ma c’è anche la capacità di vedere – e, quindi di gestire- l’immigrazione come supporto ad una strategia di crescita del proprio sistema-paese, contrapposta alla totale passività di fronte al fenomeno, propria della maggior parte dei Paesi europei, Italia compresa.

A ben vedere, quest’ultimo è l’elemento decisivo. Detto in parole povere, se la Germania (come la Svezia) pratica, anzi teorizza l’accoglienza (“siamo pronti a dare asilo a 500000 siriani l’anno e per alcuni anni”; questo mentre altri Paesi europei litigano in modo scomposto su grandezze assolute al più di qualche decina di migliaia di persone) e se i suoi cittadini accorrono per dare una mano, non è per bontà d’animo (per inciso, i gruppi razzisti più violenti stanno proprio in Germania) ma per una corretta valutazione dei propri interessi. Insomma perché ha capito, e da tempo e molto prima di altri, che l’immigrazione è una ricchezza: perché crea nuovi lavori e nuove occasioni di lavoro; perché frena, nel contempo, la crescita del costo del lavoro; e, infine, fatto non trascurabile, perché crea una serie di legami, economicamente e politicamente importanti con aree del mondo essenziali per il posizionamento internazionale del Paese.

Insomma, i profughi siriani di oggi sono una sintesi dei tedeschi dell’Est Europa r dei turchi dei decenni postbellici. L’inserimento programmato di comunità strutturate in una collettività nazionale fortemente cementata intorno ad un insieme di valori, istituzioni e regole condivise.

Tutto bene allora? La via tedesca come premessa della via europea? Niente affatto. Perché la via tedesca rimane quella che è sempre stata, una via solitaria; e perché le virtù solitarie fanno spesso prosperare il disordine, e magari anche il vizio, intorno a loro.

Ed è ciò che puntualmente si sta verificando in questi giorni. Perché Bonn è disposta, qui ed ora, a inserire i profughi, opportunamente selezionati, come risorsa nel suo progetto nazionale 8 in questo assumendo una posizione di solitaria avanguardia. Ma condizione che i paesi di prima accoglienza facciano il lavoro sporco di riconoscimento, di selezione e magari anche di espulsione. Trovando anche, già che ci sono, le vie per limitare i flussi in entrata: in chiaro per risolvere le crisi che spingono centinaia di migliaia di persone verso l’Europa.

Insomma: “Io mi impegno ad essere molto virtuoso in futuro”; ma a condizione che tu lo sia, qui e ora.

Ma chi è questo “tu”? Non certo l’Europa. Una Cosa fondata su un insieme di Paesi ognuno dei quali ha sull’atteggiamento da tenere verso il resto del mondo (politica internazionale, politica migratoria) opinioni e, quello che è peggio, pratiche politiche diverse. E in cui le famose Regole valgono solo per l’economia; così che un Paese può essere richiamato all’ordine solo se sfora qualche parametro di Maastricht, ma non perché tratta in modo inumano la gente che si affolla alle sue frontiere.

Il risultato complessivo è il caos. Dalla rimessa in discussione unilaterale di Schengen fino alla rissa invereconda sulle quote.

Un caos in cui finisce col brillare anche la “formula Italia”. Si manda, vivaddio, la flotta a salvare la vita delle persone. E quindi a farle entrare nel nostro Paese. E, poi, le si lascia libere di andarsene dove vogliono. Non è politica. È l’antica sapienza italica.

Alberto Benzoni

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