venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Immigrazione. La questione
che incalza
Pubblicato il 28-09-2015


La Siria, prima del disastro, contava circa 21 milioni di abitanti. Di questi, oltre la metà – 11 milioni di persone –  hanno dovuto abbandonare la casa e il lavoro. Per andare dove? …


LA FUGA  DALLA  SIRIA, QUANTI  E VERSO DOVE – La Siria, prima del disastro, contava circa 21 milioni di abitanti. Di questi, oltre la metà – 11 milioni di persone –  hanno dovuto abbandonare la casa e il lavoro. Per andare dove? La quasi totalità è rimasta all’interno dell’area mediorientale: 7.6 sfollati in altre zone della Siria; 1.6 in Turchia; 1.1 in Libano; 0.6 in Giordania; 0.2 in Iraq; e 0.1 in Egitto. E, poi, ci sono le centomila e più persone partite quest’anno per l’Europa, attraverso la via balcanica.

Centomila persone. Meno dell’1% dei profughi siriani; meno del 10% di quelli che ha accolto il piccolo Libano con i suoi quattro milioni di abitanti. Ma quanto basta, evidentemente per far perdere il lume della ragione e della semplice umanità ad un’Europa ricca e prospera con i suoi 500 milioni di abitanti. Su questa pagina vergognosa, ci sarebbe moltissimo da dire. Ma nulla di più di quanto possa sentire, per conto suo, qualsiasi essere umano degno di questo nome.

Soffermiamoci, allora, sulla natura di questa immigrazione. Si tratta di gente che viene quasi tutta dalle aree tuttora controllate dal governo. E che appartiene a quella borghesia imprenditoriale e delle professioni che è stata – così come quella irachena – distrutta da guerre esterne e da guerre civili di tipo stragista. Si tratta di gente che è partita ora; e, a differenza delle ondate precedenti, verso terre relativamente lontane.

Un segno di disperazione: la sensazione che il regime sanguinario, ma laico e, relativamente, illuminato di Assad  sia alla canna del gas; e, soprattutto, che la Siria di una volta non tornerà mai più. E, allora, si va in Europa per fuggire alla catastrofe imminente ma anche per ricostruire la propria vita. A partire dalle capacità e dalle risorse già a propria disposizione. Una grande occasione per il paese di accoglienza e per la crescita del suo sistema. La Merkel l’ha capito. Ma è rimasta, almeno, per ora, la sola.

A PROPOSITO DEL DIRITTO DI ASILO – I dati pubblicati dall’’Economist’ sono poco significativi numericamente (si tratta del periodo aprile-aprile 2014-2015, per un totale di 190000 richieste di cui 114000 accettate), ma interessanti nella loro composizione. Le richieste  si rivolgono per poco meno della metà alla Germania (89.000) e per circa il 15% alla Svezia; non a caso, come vedremo tra poco, tra i paesi più solleciti nell’esaminarle e, in una certa misura, nell’accettarle. All’Italia poco più del 5%. Vediamo, ora, i criteri per il loro accoglimento e le modalità delle rispettive verifiche .

Ad essere accolte sono il 94% delle domande siriane, l’89% di quelle eritree e il 72% di quelle afgane; seguono, ma a distanza, quelle provenienti dal Pakistan (31%). Per tutte le altre, le percentuali di accoglimento sono inferiori al 10%. Il criterio è chiaro: chi proviene da zone di guerra o di totale assenza di uno stato di diritto (Eritrea) viene accolto, sino a prova contraria; gli altri vengono respinti, a meno di poter dimostrare la loro specifica condizione di pericolo. Fuori schema, in questo quadro, (oltre a quelli provenienti da altri paesi dell’Africa sub sahariana, su cui torneremo tra poco) i profughi dalla Serbia e dal Kosovo (la terza componente più importante dopo quella siriana ed eritrea). Stimolati a partire da antichi impegni tedeschi (derivanti dal ruolo della Germania ai tempi delle guerre interjugoslave); respinti dai vicini croati e ungheresi.

Determinante, in questo senso, l’azione di bloccaggio/sabotaggio svolta dall’Ungheria. Un Paese che ha, nell’arco di tutto il 2014 ha esaminato poco più del 10% delle richieste pervenute (a fronte del 50/60% della Germania e della Svezia; la Gran Bretagna supera l’80% ma perché gli immigrati vengono accolti in base alle professioni esercitate: medici, ingegneri, infermiere); e soprattutto mantiene i richiedenti nei centri; l’unico posto dove, nel caso, gli sarà consentito di lavorare. Sarebbe, allora, il caso, più che di sbattere qua e là gli immigrati con quote magari cervellotiche, di razionalizzare e unificare i criteri per l’accoglimento, assieme alle modalità di inserimento. E, beninteso, di farli rispettare.

LA SITUAZIONE ITALIANA – Le difficoltà strutturali del nostro Paese nel gestire il fenomeno migratorio non nascono dalla sua entità ma piuttosto dalla sua natura. Sotto il primo profilo basti considerare che la “via italiana”, nel 2015, è stata percorsa da poco più di 90 mila persone, su di un totale che si avvicina alle 350000. Una percentuale di poco superiore al 25%, destinata ad abbassarsi quando verranno resi noti i dati per l’intero 2015.

Il fatto è però che il nostro paese deve fare i conti con due elementi specifici, assenti invece in altre zone d’Europa. Il primo è l’impossibilità del respingimento. Il secondo è la natura estremamente composita del fenomeno migratorio: non ci sono, o ci sono molto poco, i profughi dall’Asia, c’è, ma conta solo per il 13%, l’Eritrea; mentre la grande maggioranza delle persone che arrivano da noi è composta da gente in fuga dall’Africa sub sahariana,  un’area disastrata in cui è praticamente impossibile- ammesso che la distinzione abbia un senso- separare i “veri profughi”dagli altri; se non addirittura attribuire un’identità a chi arriva da noi con il solo scopo di andarsene altrove.

Il respingimento è impossibile per le stesse ragioni per le quali è praticato con estrema brutalità nella vicina Spagna: 7 mila entrate in quella che è, geograficamente parlando, la via più facile per arrivare dall’Africa in Europa. Ma proprio per questo chi la blocca non corre rischi di effetti collaterali spiacevoli: spiana , all’occorrenza, le armi , e su di un fronte ristretto, per rimandare indietro le persone verso paesi, come l’Algeria o il Marocco, che hanno il pieno controllo del loro territorio, essendo relativamente rispettose delle regole di uno stato di diritto.

Noi siamo in una situazione opposta: perché sappiamo perfettamente che “rimandare indietro”i migranti significa condannarli ad una morte certa o ad un’esistenza miserabile Perciò li accogliamo. Una politica che ci fa onore.  Dove sbagliamo, come al solito, è nei rimedi che invochiamo. Nell’invocare quote, quando siamo molto parsimoniosi, per non dire peggio, nella concessione del diritto di asilo. E, soprattutto, nel dichiarare agli scafisti una guerra che non siamo in grado di condurre; per non parlare di vincere  A partire dal caos libico, fomentato dall’esterno (vedi Egitto) con il concorso della stessa Europa (vedi Francia).

Dovremo, allora, mirare più in alto. E chiedere all’Europa (sempre che esista) interventi strutturali nel caos sub sahariano, assieme ad una definizione comune dei criteri per la concessione del diritto di asilo. “Aiutiamoli a casa loro”, dicono i leghisti. Prendiamoli in parola. Evitiamo che gli abitanti dell’Africa sub sahariana rischino, ogni giorno, di morire per gli effetti della guerra e della fame; nella ragionevole convinzione che non saranno allora più disposti a rischiare, ancora una volta, la vita per venire da noi.

Alberto Benzoni 

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