martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Immigrazione. Tra globalizzazione e glocalizzazione
Pubblicato il 14-09-2015


Il dramma degli uomini protagonisti di quelli che ormai sono veri e propri esodi biblici dai teatri di guerra del Medio Oriente verso l’Europa, si presta ad una riconsiderazione di un fenomeno, quello della globalizzazione, i cui effetti sembravano ormai stabili e di lungo e indefinito periodo.

Esso, infatti, non si caratterizza soltanto come un’evoluzione estrema del capitalismo, ma come un processo più rivoluzionario, le cui caratteristiche vengono alla luce chiaramente se si analizzano i mutamenti che induce nella sfera istituzionale, identificati nel processo di frantumazione della sovranità statale da un lato, e nei cambiamenti che investono l’ambito del diritto. Su quest’ultimo versante, il risultato di queste trasformazioni è lo spontaneo formarsi di una nuova civiltà giuridica, attraverso una riorganizzazione sia temporale che territoriale della sfera del diritto: esso si svincola anche dal proprio territorio, per assumere una dimensione transnazionale.

Questo scenario è gravido di conseguenze per la politica e il diritto a livello spazio-temporale, con la dialettica tra tempo oggettivo (“spazializzato”) e “durata reale”. del tempo soggettivo, secondo la celebre definizione di Henry Bergson.

E così, per un verso la Germania apre le proprie frontiere a masse enormi di migranti o, secondo un’altra visione, di rifugiati, forse non solo per motivi umanitari, ma anche perché spinta da esigenze produttive e, quindi, di nuova forza-lavoro a basso costo: si ricordi la denuncia dei ministri belgi dell’economia e del lavoro Johan Vande Lanotte e Monica De Coninck nel marzo 2013, dopo che alcune aziende del loro Paese furono costrette a chiudere per concorrenza sleale, a causa del comportamento delle concorrenti tedesche, che sfruttavano lavoratori immigrati pagandoli 3-4 euro l’ora senza contributi e in condizioni sanitarie disastrose. Senza dimenticare le voci di una candidatura della Merkel nel 2017, quale segretario generale dell’Onu, organizzazione in cui significativa è la sensibilità per i diritti umani.

Dall’altro, assistiamo ad un “ritorno delle frontiere”, non solo per il formarsi dal dopoguerra ad oggi di nuovi 62 Stati sovrani (che si sono aggiunti ai 92 esistenti), ma perché come ha analizzato il geografo francese Michael Foucher, e come dimostrano non solo il caso dell’Ungheria governata da una destra nazionalista e xenofoba o dell’Inghilterra in cui costantemente riaffiora l’isolazionismo, ma anche Paesi di convinta adesione al valore dei diritti umani come Danimarca e Austria, sia all’interno che all’esterno dei singoli Stati le frontiere che si credeva fossero “sbiadite” sono tornate alla ribalta, “aggressive, proliferanti e spesso trasformate in mura insuperabili”.

Ralf Dahrendorf, il grande sociologo anglo-tedesco, per descrivere questi processi (e queste contraddizioni) parlò di “glocalizzazione”, dicendo: “Noi sappiamo che la globalizzazione è intrinsecamente una tendenza ambigua, duale, nella quale la gente è attratta verso il più vasto mondo, ma anche verso il conforto del vicino più prossimo”.

Maurizio Ballistreri

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