mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

La cortina di ferro al contrario
Pubblicato il 15-09-2015


Per chi, come me, è nato negli anni Ottanta, l’immagine di quella sera del 9 novembre 1989, in cui il muro di Berlino cadde travolgendo la cortina di ferro e tutto ciò che rappresentava, costituisce uno dei primi contatti, seppur indiretti, con il concetto di libertà. Di intensità forse pari solamente ai carri armati di piazza Tienanmen del giugno dello stesso anno.

Il crollo del comunismo sovietico e la liberazione dei popoli delle ex repubbliche popolari dell’Europa dell’est fu il principale evento politico mondiale cui assistemmo, dinanzi alla tv e con lo stupore negli occhi dei nostri genitori, che mai avrebbero sperato in una dissoluzione così rapida del colosso sovietico ultrasettantenne.

A partire da quelle giornate epocali, i commentatori riposero in soffitta il termine “cortina di ferro”, ossia quel concetto, coniato da Churchill nel ’46 per descrivere la divisione dell’Europa tra due blocchi all’indomani del conflitto mondiale e l’assoggettamento dei popoli dell’est all’oppressione sovietica. Ma il pensionamento della “cortina” non sarebbe durato a lungo.

Eccolo infatti risorgere, come l’araba fenice, nell’Europa di oggi, dilaniata dal fenomeno dei migranti, e ancor di più paralizzata dai veti incrociati tra i propri membri con riguardo alle misure da adottare per affrontare tale secolare emergenza umanitaria.

Le notizie delle ultime ore ci narrano di un impasse delle istituzioni comunitarie circa la ripartizione di quote obbligatorie di migranti da accogliere tra i diversi Paesi, a causa soprattutto dell’ostracismo manifestato da Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Romania, refrattari a qualunque accordo che contempli l’ingresso nei propri territori di profughi e richiedenti asilo. La permanenza del loro ostruzionismo ha impedito, e impedisce, efficaci e condivise azioni dell’Ue, consegnando l’intero continente ad un’immagine di indolente impotenza e divisione, che riporta alla memoria la cortina di ferro del passato.

Come sappiamo, una delle caratteristiche delle tragedie è quella di ripresentarsi puntualmente sul tavolo della storia come farsa: anche in questo caso ci sembra che le cose stiano esattamente così. Infatti, tra i Paesi più ostili a misure di solidarietà verso popoli disperati vi sono proprio quelli che più di altri patirono gli effetti della privazione della libertà seguita alla cortina di ferro comunista. I carri armati di Budapest del ’56 o i cannoni di Praga del ’68 sono solo due dei molti esempi offerti da quel torno di storia.

Ebbene, proprio gli eredi di quei popoli, che tanto anelarono alla liberazione dal comunismo e tanto sostegno ricevettero dall’Occidente per la loro democratizzazione, si mostrano oggi chiusi a qualunque forma di aiuto verso chi scappa dalla guerra e dall’oppressione, come facevano i loro padri prima dell’89.

Sta pertanto calando sull’Europa un’ennesima cortina, ma questa volta una sorta di “cortina di ferro al contrario”, eretta proprio da chi è stato vittima della precedente; tornano i muri e le barriere nell’Europa della libera circolazione, e si violano principi e regole di convivenza nell’assoluta impotenza delle istituzioni dell’Unione. Senza che nessuno abbia il coraggio – o la forza – di spezzare questa spirale di egoismo, indifferenza e xenofobia che si aggira come uno spettro nel vecchio continente.

Affinché non si avveri la profezia vichiana dei “corsi e ricorsi storici”, sarebbe quindi necessario uno scatto di reni, che però non pare palesarsi all’orizzonte. C’è però da augurarselo, soprattutto da parte dei Paesi fondatori dell’Ue, in primis l’Italia. Perché cambiare verso a questo racconto vorrebbe dire abbattere una di volta di più ogni cortina, di ieri, di oggi e di domani.

 Vincenzo Iacovissi

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