sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

L’attrattività territoriale
come indice di benessere
Pubblicato il 18-09-2015


attrattivitàTradizionalmente, l’attrattività in economia è sempre stata considerata come indice esprimente la capacità dei territori di attirare verso di sé flussi di risorse esterne; ci si è accorti, però, che una valutazione strettamente economica dell’attrattività risulta essere parziale e limitata, in quanto manca di considerare una moltitudine di aspetti di natura sociale, demografica ed istituzionale, la cui ignoranza non consente di valutare il suo impatto sulle condizioni di vita di coloro che abitano stabilmente nei singoli territori; gli abitanti di ogni singola area, infatti, siano essi lavoratori o consumatori, sono strettamente legati al territorio nel quale vivono stabilmente o temporaneamente, per cui qualsiasi fenomeno che abbia una sia pure limitata influenza su di esso non può non riguardare anche l’esistenzialità di coloro che lo occupano.

Dal punto di vista economico, la dispersione produttiva e residenziale causa certamente una diminuzione dell’efficienza organizzativa delle condizioni di vita, per via del mancato sfruttamento delle economie di scala derivanti da una dimensione più ampia del mercato, l’istituzione economica che, in linea di principio, suggerisce le decisioni più convenienti nell’uso delle risorse; ma in mancanza della possibilità di disporre a priori di una distribuzione territoriale ottimale dei centri di residenza civile e produttiva, la soluzione del trade-off tra efficienza ed efficacia delle scelte suggerite dal mercato è divenuta importante per la creazione delle condizioni utili a generare benessere ed una crescita più “inclusiva” e meno “estrattiva”.

Partendo da questi presupposti, Livia De Giovanni e Francesca G.M. Sica hanno pubblicato sulla “Rivista di Politica Economica, X-XII/2014”, col titolo “Attrattività e competitività dei territori italiani”, i risultati di una ricerca condotta da “Confindustria-area Innovazione e Education”, in collaborazione con il Centro Studi Economici della Formazione e delle Professioni della LUISS Guido Carli, al fine di elaborare un “Indicatore di Attrattività Territoriale” atto a ”catturare il potenziale attrattivo in senso produttivo e residenziale, dei territori italiani, regioni e province”, per compensare i limiti degli indicatori tradizionali, in quanto “sbilanciati sulla sfera produttiva” e trascuranti “quasi del tutto la sfera socio-demografica”, omettendo la “multimensionalità, propria si un indicatore composito, qual è l’attrattività territoriale”.

L’Indicatore è stato ottenuto attraverso tecniche di analisi statistica multivariata, che hanno consentito di sintetizzare in un unico indice una pluralità di “pilastri” (11 esattamente), esprimenti questi fattori: qualità delle istituzioni, stabilità macroeconomica, infrastrutture, salute, qualità del capitale umano (espresso dalla qualità dell’istruzione primaria e secondaria), istruzione terziaria e formazione continua, efficienza del mercato del lavoro, mercato potenziale, capacità tecnologica, maturità del sistema produttivo e innovazione. L’insieme dei fattori espressi dai “pilastri” ha permesso, a differenza degli indicatori tradizionali, di tener conto sia delle cause che degli effetti dell’attrattività di un territorio.

Ciò ha reso possibile – affermano le autrici – di mettere a punto una procedura che ha consentito di identificare lo “stadio di sviluppo dei nostri territori non in base all’indicatore monetario tradizionale, ovvero il reddito pro capite relativo la cui base di riferimento è il reddito medio dell’Unione Europea a 28 Paesi, ma tramite macro-gruppi di fattori chiave di attrattività territoriale [espressi dagli 11 “pilastri” considerati], che identificano un percorso di sviluppo […] composto da tre strati sovrapposti l’uno all’altro”: basic il primo, efficiency il secondo e innovation il terzo. Quando i fattori basic (Qualità delle istituzioni, Infrastrutture, Qualità del capitale umano, Salute) prevalgono su quelli che connotano l’economia territoriale efficiente e innovativa, il territorio è valutato ad uno stadio di sviluppo intermediate. Viceversa, quando prevalgono i fattori che stimolano l’efficiency (Istruzione terziaria e formazione continua, Mercato potenziale, Efficienza del mercato del lavoro), il territorio è valutato ad uno stato superiore medium. Infine, quando prevalgono i fattori che stimolano l’innovazione e il cambiamento (Stabilità macroeconomica, Capacità tecnologica, Maturità del sistema produttivo, Innovazione), il territorio è valutato ad uno stadio high.

Sulla base della considerazione dei macro-gruppi di fattori, le autrici sono passate da una definizione dell’attrattività tradizionalmente intesa, riferita alla sola “sfera produttiva”, ad una definizione più comprensiva, includente anche la “sfera socio-demografica e residenziale”. In tal modo, secondo Livia De Giovanni e Francesca G.M. Sica, un territorio “risulta tanto più attrattivo quanto più esprime un vantaggio comparato di localizzazione rispetto ad altri territori, in termini di disponibilità, accessibilità costo di risorse uniche e/o specializzate, quali terra, capitale fisico e capitale umano, fattore lavoro, ma anche di elementi caratterizzanti la qualità di vita (istituzioni efficienti e efficaci, infrastrutture, salute, opportunità di lavoro, verde urbano, cultura, ecc)”.

Utilizzando la procedura illustrata, le autrici hanno stimato i valori dell’Indicatore di Attrattività Territoriale delle Regioni italiane in relazione allo stadio di sviluppo raggiunto da ognuna di esse; in base alle stime sono risultate in “stadio medium”, le Regioni Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia; in “stadio intermediate”, le Regioni Abruzzo, Molise, Sardegna, Umbria; in “stadio high”, le Regioni Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Toscana, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta.

Dal confronto dell’Italia con gli altri Paesi e delle regioni italiane con quelle europee sono emersi i punti di debolezza del nostro Paese e delle nostre Regioni, esprimenti le “distanze tra i pilastri da colmare” rispetto alla media europea. Tali distanze, ad esempio, dell’Italia rispetto all’Olanda (che ospita Utrecht, la regione più attrattiva in assoluto in ambito europeo) sono tutte negative; i ritardi in ordine decrescente riguardano: la Qualità delle istituzioni, la Capacità tecnologica, la Qualità del capitale umano, l’Istruzione terziaria e formazione continua, l’Efficienza del mercato del lavoro, le Infrastrutture la Stabilità macroeconomica, il Mercato potenziale, l’Innovazione, la Maturità del sistema produttivo e la Salute. Le stime regionali, pur coerenti con quelli nazionali, presentano, “ça va sans dire”, ritardi differenziati che connotano in negativo tutte le regioni meridionali rispetto alle altre, con i ritardi maggiori che riguardano le istituzioni, la qualità del capitale umano, la capacità tecnologica, l’efficienza nel mercato del lavoro, l’istruzione terziaria e la formazione continua e le infrastrutture.

Il merito di Livia De Giovanni e Francesca G.M. Sica sta nel fatto che, con il loro lavoro, oltre ad aver messo a punto un Indicatore di Attrattività Territoriale che meglio di quelli tradizionalmente usati consente di misurare in modo più esaustivo le debolezze del nostro sistema-Paese in fatto di attrattività di iniziative e di investimenti esterni, ha anche evidenziato una verità che in Italia stenta ad essere accolta: ovvero, che una valida e proficua politica in favore della promozione della crescita e dello sviluppo delle Regioni meridionali non deve essere più fondata unicamente sulla manipolazione delle grandezza macroeconomiche, ma deve essere anche aperta al riconoscimento che il suo successo è legato indissolubilmente anche al miglioramento della qualità delle istituzioni; fatto, questo, sinora prevalentemente ignorato, i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti, con il Mezzogiorno che, sul piano del reddito prodotto, è rimasto al punto di partenza.

Gianfranco Sabattini

 

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