sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

“Laudato si’, mi’ Signore
per sora nostra madre Terra”
Pubblicato il 29-09-2015


L’ultima Enciclica di Papa Francesco, “Laudato si’. Lettera enciclica sulla cura della casa comune”, ha ad oggetto la cura dell’ambiente. Lo fa secondo la cultura ed il linguaggio che sono propri della tradizione della Chiesa, della quale Francesco è il massimo rappresentante. Di fronte al deterioramento crescente e globale dell’ambiente, Egli si rivolge ad ogni persona che abita sul nostro pianeta, col proposito di “entrare in dialogo con tutti riguardo alla nostra casa comune”. Egli ricorda che anche molti suoi predecessori (Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) avevano, in momenti diversi, rivolto l’invito ai potenti della terra perché – come aveva avuto modo di affermare Papa Benedetto – provvedessero ad “eliminare le cause strutturali delle disfunzioni dell’economia mondiale” e fossero corretti i “modelli di crescita che sembrano incapaci di garantire il rispetto dell’ambiente”.

Le parole di Papa Benedetto riflettono quanto da tempo numerosi pensatori e studiosi, economisti, fisici, filosofi ed altri ancora, vanno evidenziando riguardo ai danni irreversibili inflitti all’ambiente, a causa del prevalere di modelli di crescita economica continua; invece, Papa Francesco, meno prosaicamente, prendendo ad esempio San Francesco, del quale nel momento della sua ascesa a Vescovo di Roma ha preso il nome come guida e come aspirazione, auspica che tutti, per la cura della “casa comune”, si aprano alla necessità di praticare un’”ecologia integrale, vissuta con gioia e autenticità”; a tal fine, Egli, richiamando l’attenzione sulle radici etiche e spirituali dei problemi ambientali, invita a cercare soluzioni “non solo nella tecnica, ma anche in un cambiamento dell’essere umano”, perché sia possibile “passare dal consumo al sacrificio, dall’avidità alla generosità, dallo spreco alla capacità di condividere, in un’ascesi che ‘significa imparare a dare, e non semplicemente a rinunciare’”.

Se si tiene conto della complessità della crisi ecologica e delle sue molte cause, occorre riconoscere, afferma Francesco, che “nessun ramo delle scienze e nessuna forma di saggezza può essere trascurata, nemmeno quella religiosa”; ciò perché, se il solo fatto di essere umani muove le persone a prendersi cura dell’ambiente del quale sono parte, i cristiani in particolare, seguendo il suggerimento di Giovanni Paolo II, “avvertono che i loro compiti all’interno del creato, i loro doveri nei confronti della natura e del Creatore sono parte della loro fede”. Insistere, perciò, “nel dire che l’essere umano è immagine di Dio” non deve far “dimenticare che ogni creatura ha una funzione e nessuna è superflua. Tutto l’universo materiale è un linguaggio dell’amore di Dio, del suo affetto smisurato per noi”.

Oggi – continua Papa Francesco – credenti e non credenti concordano sul fatto che la terra è un’eredità comune, i cui frutti devono andare a beneficio di tutti; di conseguenza, un’ecologia integrale “deve integrare” una prospettiva di azione sociale che tenga conto dei diritti fondamentali dei più svantaggiati”, mentre “il principio della subordinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni e, perciò, il diritto universale al loro uso” deve costituire la “regola d’oro” del comportamento sociale e il “primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale”.

La trasformazione della natura per scopi utilitari è una dimensione propria del genere umano, nel senso che il paradigma tecnologico esprime, come ha osservato Papa Benedetto XVI, “la tensione dell’animo umano verso il graduale superamento di certi condizionamenti materiali”. La tecnologia ha certamente posto rimedio a molti mali che affliggevano l’uomo; tuttavia, occorre riconoscere, come molti scienziati hanno dimostrato, che esistono delle alternative alla crescita economica, per uno sviluppo sostenibile dal punto di vista dell’ambiente. L’uomo, avvalendosi acriticamente del paradigma tecnologico, ha maturato il convincimento che, di fronte alla realtà informe, fosse totalmente libero di manipolarla; da qui, l’uomo è passato “all’idea di una crescita illimitata, che ha tanto entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia”.

In tal modo, è accaduto che l’economia assumesse “lo sviluppo tecnologico in funzione del profitto, senza prestare attenzione a eventuali conseguenze negative”. Occorre, quindi, optare per una crescita economica alternativa a quella che abusa senza vincoli dell’ambiente, che risulti una crescita compatibile con il “prudente sviluppo del creato”, costituente il modo più adeguato di prendersi cura dell’ambiente, implicando “il porsi come strumento di Dio per aiutare a far emergere le potenzialità che Egli stesso ha inscritto nelle cose”. Tra l’altro, il paradigma tecnologico ha favorito un tipo di crescita economica finalizzata a ridurre i costi di produzione, piuttosto che rendere possibile l’accesso costante dell’uomo al lavoro.

Perché sia possibile rendere sicuro per l’uomo l’accesso al lavoro è “indispensabile promuovere un’economia che favorisca la diversificazione produttiva e la creatività imprenditoriale”, favorendo la diffusione di sistemi alimentari agricoli di piccola scala, utilizzando porzioni ridotte del territorio e dell’acqua e producendo una minore quantità di rifiuti, “sia in piccoli appezzamenti agricoli e orti, sia nella caccia e nella raccolta di prodotti boschivi, sia nella pesca artigianale”. Le autorità hanno la responsabilità di appoggiare i piccoli produttori, perché “vi sia una libertà economica della quale tutti effettivamente beneficino […]. La semplice proclamazione della libertà economica, quando però le condizioni reali impediscono che molti possano accedervi realmente, e quando si riduce l’accesso al lavoro, diventa un discorso contraddittorio che disonora la politica”.

Tutto il discorso dell’Enciclica “Laudato si’” non è nuovo per quanti hanno seguito l’evolversi della letteratura critica nei confronti dell’impatto ambientale del modo di produzione capitalistico; non è nuovo soprattutto per coloro che conoscano le critiche di chi da tempo va proponendo la necessità di adottare sistemi economici alternativi al capitalismo, in particolare dei cosiddetti “teorici della decrescita” (Alain Caillé, Marcel Mauss, Karl Paul Polanyi, Ivan Illich e Serge Latouche). La realizzazione di una “società conviviale” rappresenta per molti di loro l’alternativa al capitalismo prefigurata nell’Enciclica, in quanto dimensione di un’economia di sussistenza comunitaria.

E’ del tutto improbabile, però, che una siffatta organizzazione della soddisfazione della vita materiale, possa essere resa possibile dall’adozione da un modello organizzativo virtuoso della base di sostentamento dell’uomo, compatibile con il funzionamento di un eco-capitalismo; ciò perché il livello di gratificazione assicurato dall’attuale prevalente modo di produzione rende improbabile il supporto di un consenso sociale spontaneo alla realizzazione di un sistema produttivo che nasca da una volontaria contrazione della crescita continua in funzione del rispetto ambientale; mettere al bando la logica sottostante il modo proprio di funzionare del capitalismo, farebbe sprofondare il sistema sociale nel caos. In alternativa, perciò, occorre trovare un’altra via d’uscita dalla crescita continua; occorre cioè una via di uscita che non significhi abbandonare le istituzioni sociali perfezionatesi di pari passo con il crescere dall’economia capitalistica. In altri termini, molto più realisticamente, occorre inserire le istituzioni economiche ereditate in una nuova cornice istituzionale; ciò al fine di finalizzarle ad operare secondo principi differenti da quelli ora prevalenti. Le istituzioni economiche del passato, alla lunga, hanno mostrato di non essere in grado di garantire la conservazione dell’integrità della nostra casa comune e la realizzazione di un’equità distributiva condivisa.

Gianfranco Sabattini

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