venerdì, 2 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

L’EUROPA RALLENTA
Pubblicato il 03-09-2015


Draghi-Fondo monetario int

Che noia la politica italiana. O meglio, che noia i politici Italiani. Il Fondo Monetario Internazionale, ha pubblicato un documento per il G20 in cui parla della ripresa economica globale che definisce “moderata”. Un ripresa messa a rischio da diversi elementi, tra i quali la transizione cinese. E aggiunge: “La crescita nella prima metà del 2015 è più bassa rispetto alla seconda metà del 2014, per il rallentamento delle economie emergenti e una ripresa più debole delle avanzate”. Ma che c’entra la politica italiana? C’entra, perché tra le varie elaborazione del Fondo ve ne è una che riguarda l’area euro e il nostro paese.  “La moderata ripresa dell’area euro – dice il Fondo – è prevista continuare nel 2015-2016, sostenuta da più bassi prezzi del petrolio, l’allentamento monetario e il deprezzamento dell’euro. La crescita è prevista accelerare in Germania, Francia, Italia e soprattutto Spagna”.  Parole che fanno dire ai soliti politici con la dichiarazione pronta già in tasca e da utilizzare alla bisogna, che, a seconda dello schieramento di appartenenza, va tutto bene grazie al governo o tutto male per colpa del governo. Uno scenario tedioso, trito e ritrito.

“Per Fmi in Italia la crescita è in salita. Si accelera la ripresa. Bene Governo, bene Ncd”, esulta Valentina Castaldini, portavoce nazionale del Nuovo  Centrodestra. “La moderata ripresa dell’area euro, che è prevista continuare nel 2015-2016, è sostenuta da più bassi prezzi del petrolio, dall’allentamento monetario e dal deprezzamento dell’euro. Sono tre fattori, quindi, del tutto estranei all’azione del governo italiano e sui quali il governo nulla può. La maggioranza ha quindi poco di cui vantarsi perché la modesta ripresa del Pil non è assolutamente merito suo” scrive la deputata e responsabile comunicazione di Forza Italia Deborah Bergamini.  Naturalmente opposto il parere del Pd che con Filippo Taddei, responsabile economico del partito, afferma che i meriti sono non solo della congiuntura economica globale “ma soprattutto all’incisiva azione riformatrice messa in atto dal governo Renzi. Si tratta di un riconoscimento importante per L’Italia e per l’operato dell’esecutivo. La strada è chiara ed è quella giusta, continuare speditamente sul cammino delle riforme.”  Il tutto per  uno zero virgola. Che noia.

Ma oggi è stato soprattutto il giorno in cui la Bce ha lasciato invariati i tassi di interesse allo 0,05%. La decisione, in linea con le attese, è stata comunicata al termine della riunione del direttivo della Banca Centrale.  Il tasso sui depositi marginali resta a -0,20%, quello sui prestiti ordinari a 0,30%. Il presidente Mario Draghi in conferenza stampa ha detto che la Bce è “pronta a usare tutti gli strumenti disponibili entro il suo mandato” per far fronte a cambiamenti sulle prospettive d’inflazione in quanto “le informazioni disponibili indicano un più lento aumento dell’inflazione rispetto alle precedenti stime” anche se è “ancora prematuro valutare se gli sviluppi” sul prezzo del petrolio “avranno un impatto duraturo sui prezzi”.  Draghi ha poi aggiunto che “il programma di quantitative easing sta proseguendo senza intoppi”. Gli acquisti di titoli del quantitative easing “sono previsti fino al settembre 2016 o anche oltre, se necessario”, perché “il programma di acquisti di titoli dispone della sufficiente flessibilità, in termini di aggiustamento di mole e durata”. Per Draghi, come per l’Fmi, la ripresa nell’Eurozona si è rivelata più deboli delle previsioni a causa dei crescenti rischi al ribasso, legati soprattutto al rallentamento dell’economia cinese.

Una prima iniziativa in senso ‘espansivo’ è già stata presa oggi: il tetto massimo dei titoli di Stato di un Paese dell’Eurozona acquistabili dalla Bce in ogni singola emissione è stato alzato dal 25% al 33% e il numero uno dell’Eurotower ha garantito che gli acquisti di bond mensili verranno attuati fino a raggiungere l’importo massimo di 60 miliardi mensili. Parole che trainano i mercati in una seduta non influenzata, per una volta, dalla volatilità delle piazze cinesi, chiuse sia oggi che domani. I numeri comunicati da Draghi, da soli, non avrebbero certo dato un impulso positivo ai mercati: le stime degli esperti dell’Eurosistema sulla crescita del Pil dell’Eurozona, rispetto alle previsioni dello scorso giungo, scendono dall’1,5% all’1,4% per il 2015, dall’1,7% all’1,9% per il 2016, dall’1,8% al 2% nel 2017. L’inflazione, invece, appare destinata a crescere di appena lo 0,1% quest’anno (+0,3% secondo le stime di giugno) e appare probabile che scenda in territorio negativo nei prossimi mesi prima di riprendersi (+1,1% nel 2016, +1,7% nel 2017).

Responsabili della frenata sono i mercati emergenti, come ha avvertito anche il Fondo Monetario Internazionale. “La ripresa continua a un ritmo più debole del previsto a fronte del rallentamento dei mercati emergenti, che pesa sulla crescita globale e sulle esportazioni dell’area euro”, ha spiegato Draghi, sottolineando come la revisione al ribasso delle previsioni sia strettamente legato alla “più debole domanda esterna”. E al centro della preoccupazione di tutti gli operatori c’e’ ovviamente Pechino.  Al momento, ha concluso il presidente della Bce, sebbene non si presentino ancora rischi per la stabilità finanziaria, la crisi cinese sta avendo effetti tangibili sulla fiducia e sui volumi del commercio internazionale.

Ginevra Matiz

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