mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

L’ipocrisia dell’Occidente
secondo Franco Cardini
Pubblicato il 15-09-2015


L’ipocrisia dell’OccidenteFranco Cardini, professore di Storia medievale, ha appena pubblicato “L’ipocrisia dell’Occidente”, nel quale sviluppa un discorso che individua nell’egemonia che l’Occidente ha instaurato nei riguardi del resto del mondo la causa prima delle crisi regionali che stanno mettendo a repentaglio la pace nelle relazioni tra i popoli; l’analisi di Cardini è scorrevole e convincente; il solo “neo” fastidioso che la caratterizza è la sua prevenzione di origine cattolico-conservatrice nei confronti degli USA, sebbene, contraddittoriamente, egli stesso riconosca che la “questione egemonica” non riguarda solo gli Stati Uniti d’America, ma in generale tutti i Paesi avanzati ad economia capitalistica.

Per capire, il senso dell’accusa di Cardini, è bene tener conto della prospettiva storica all’interno della quale si colloca l’intero suo discorso. Egli esclude che quello in atto tra Oriente e Occidente costituisca uno “scontro di civiltà” (“clash of civilizations” di huntingtiana memoria); ciò perché, esso non va inteso come pretesa di un paese o di un gruppo di paesi di affermare la supremazia della loro civiltà, ma solo come imposizione da parte dell’Occidente del suo modo di vivere, di produrre e di pensare a tutto il resto mondo. Quest’ultimo “nelle sue classi dirigenti ha accettato oramai questo sistema, questo modo di vivere e di pensare”. Tutto ciò, secondo lo storico medievista, ha originato il costante tentativo dei popoli subalterni di “modificare in qualche modo la situazione mondiale”, attraverso iniziative che, partendo da posizioni ideologiche, si sono lentamente trasformate in posizioni religiose.

L’Occidente, quindi, avendo imposto il suo modo di vivere e di produrre ha commesso, secondo Cardini, un “crimine” che ha finito col generare delle reazioni violente da parte dei popoli che l’hanno subito. Tra Quattrocento e Cinquecento è nata l’economia-mondo di braudeliana memoria, nella quale i Paesi occidentali si sono lentamente trasformati in colonizzatori che, operando sul piano istituzionale, hanno riprodotto all’interno delle comunità colonizzate la propria realtà organizzativa sul piano sociale e politico. Da un lato vi è stata l’occidentalizzazione del mondo, realizzata con l’esportazione da parte dell’Occidente delle sue forme di vita e di produzione e, dall’altro lato, attraverso le forme organizzative esportate, si è avuto il consolidamento di un’egemonia divenuta sempre più totalizzante, rispetto alla quale i popoli colonizzati, pur aspirando a compartecipare al processo di occidentalizzazione, non hanno tardato a volersi affrancare, per acquisire una loro propria visibilità.

Poi è sopraggiunta la prima guerra mondiale, dopo la quale i Paesi europei hanno perso la loro posizione di supremazia a vantaggio degli Stati Uniti d’America. Durante le svolgersi della prima guerra mondiale, Francia e Inghilterra, per conservare la loro posizione dominante all’interno del mondo arabo, hanno operato in modo che l’etnia più importante in esso presente accettasse l’appoggio dell’Occidente per diventare una grande potenza unita e libera e riconoscersi in una nazione araba. In realtà Francia e Inghilterra non hanno mai avuto interesse a far nascere una nazione araba; il loro “tradimento” è stato, secondo Cardini, l’elemento che ha spinto il mondo arabo, e quello musulmano in generale, a maturare verso l’Occidente un atteggiamento di sfiducia.

La reazione arabo-musulmana si è manifestata attraverso una pluralità di forme, ma nessuna di queste è risultata “vincente” sul piano dei risultati. Al fallimento ha fatto seguito il fondamentalismo o jihadismo, ovvero il principio secondo il quale il mondo arabo-musulmano non avrebbe mai potuto affermarsi, se non avesse trovato all’interno di se stesso la forza per reagire; le difficoltà che i movimenti fondamentalisti e jihadisti avrebbero vissuto nell’impostare la propria azione politica avrebbe poi dato luogo in molti casi alle forme di terrorismo oggi diffuse nel mondo.

Il discorso svolto da Cardini trova la sua più immediata comprensione e giustificazione in questa prospettiva storica; l’autore sostiene che nello scontro in atto tra il mondo arabo-musulmano e quello dell’Occidente non si tratta di stabilire chi ha torto o ragione, ma di interpretare il fenomeno come l’effetto della dinamica attivata dai fatti storici. Gli arabi-musulmani non lotterebbero contro l’Occidente per quello che è, non lo odierebbero in quanto culla della libertà e del diritto; lo odierebbero, invece, per quello che gli occidentali dicono di essere, senza esserlo mai stati.

Cardini prende spunto dai fatti tragici del massacro dei giornalisti di “Charlie Hebdo” occorso a Parigi all’inizio dei gennaio di quest’anno, ad opera di due fratelli di fede musulmana, d’origine nordafricana, ma cittadini francesi; fatti cui ha fatto seguito la grande manifestazione di solidarietà in favore della Francia, svoltasi in Place de la République, per rivendicare il diritto alla satira, come parte della libertà di stampa e d’espressione. Tuttavia, all’indomani della manifestazione – osserva Cardini – ha cominciato a profilarsi una disparità di vedute circa il modo in cui sarebbe stato opportuno reagire alla strage consumata nella “Ville Lunière” contro i diritti dell’uomo. Secondo molti intellettuali francesi occorreva prendere coscienza che l’Occidente era in guerra, non contro l’Islam, ma contro il terrorismo. Le reazioni a caldo con cui è stata manifestata la necessità di una guerra contro il terrorismo non sono condivise da Cardini, perché mancanti della considerazione che i movimenti jihadisti si alimentano “non solo di visioni religioso-politiche universali e apocalittiche, ma anche di istanze di giustizia sociale”.

In altre parole, secondo Cardini, riconoscere la necessità di una guerra per sconfiggere il terrorismo significa non riconoscere che ciò che “spinge molti musulmani […] a cercare l’arruolamento nelle formazioni jihadiste non è l’odio contro l’Occidente, inteso come cultura della libertà e dei diritti dell’uomo, bensì la costatazione che tale cultura, formalmente sostenuta e anzi ostentata, coincide nella realtà delle cose con quelle forme di repressione e sfruttamento che trovano la loro espressione nel viluppo di interessi tra stati occidentali, lobbies multinazionali, e forme varie di corruzione nelle stesse élites di governo dei paesi musulmani”; in conseguenza di ciò, le reazioni ad un mondo caratterizzato da una crescente concentrazione della ricchezza e dall’approfondirsi delle disparità ed ineguaglianze internazionali possono “bene assumere i connotati del jiād voluto da Dio”.

La sottovalutazione della grande disparità che affligge l’economia-mondo – afferma Cardini – è normale per coloro che amano pensare che chi si proclama terrorista è un fanatico, senza chiedersi se per caso il terrorismo trova la sua giustificazione negli effetti di un secolare sfruttamento, che ha avuto come contraltare un “sistematico drenaggio di ricchezze”, al quale le multinazionali dell’Occidente hanno sottoposto i Paesi sfruttati. Occorreva la sanguinosa manifestazione di violenza dei fratelli Kouachi perché – si chiede Cardini – l’opinione pubblica occidentale si rendesse conto del fenomeno?

Sono ancora pochi, secondo lo storico, quelli che hanno contezza di questo stato ingiustificabile del mondo, perché gli occidentali sono sempre stati abituati, e continuano ad esserlo, ad autoassolversi sui secoli di rapina, di schiavismo, di sistematica razzia di materie prime e di forza lavoro, nonché sui cumuli d’infamie che hanno sempre coperto “con la coltre benevola dei diritti dell’uomo” e di una libertà-fratellanza-uguaglianza che in realtà cominciava da loro e finiva con loro. E’ questo il motivo per cui Cardini, pur dichiarandosi profondamente commosso del sacrificio dei redattori di “Charlie Hebdo”, non si riconosce nella “loro visione del mondo”, in quanto portatori di una “libertà sadica”, ovvero di una libertà esercitata calpestando quella altrui; una “libertà che sa di non poter progredire senza la giustizia: il che, al giorno d’oggi e arrivati a questo punto nel processo di globalizzazione, non può non significare l’assunzione di una prospettiva di ridistribuzione delle ricchezza”.

La religione, conclude Cardini, può anche venire invocata per realizzare questa ridistribuzione, come fanno molti jihadisti; ma per capire le ragioni reali della lotta degli arabi-musulmani, ormai trasformatasi in conflitto mondiale, occorre mettere in conto che esse risiedono “nello scontro fra la brutale volontà di potenza di chi oggi detiene il controllo del pianeta versus la fame e la sete di giustizia che anima […] ‘la moltitudine’”, ovvero tutti coloro che Frantz Fanon chiamava i “dannati della terra”; di tali “dannati” l’Occidente non può più ignorare l’esistenza: non solo perché essi hanno imparato a conoscerne le responsabilità cumulatesi nel tempo, ma anche e soprattutto per il costo in termini di sofferenza e di miseria loro inflitto.

Il “j’accuse” di Cardini contro l’Occidente, sembra trovare conferma in quanto sta accadendo nelle acque del Mediterraneo, con la tragedia dei migranti, la cui propensione a venire a stabilirsi nei Paesi del ricco Occidente può essere realisticamente considerata come la pretesa tacita di una riparazione ai torti subiti. Ma per quanto rispondente al vero, il “j’accuse” si presta ad alcuni considerazioni critiche. E’ vero che il mondo arabo-islamico appare essere stato quello maggiormente sfruttato dalle multinazionali; è altrettanto vero, tuttavia, che nel passato, il mondo arabo-musulmano non è stato meno aggressivo e animato da spirito di conquista nei confronti dell’Occidente. In secondo luogo, è ugualmente vero che spesso l’Occidente ha trovato, e continua a trovare, nei gruppi arabi moderati il conservatorismo politico che si presta ad essere il “solido pilastro” sul quale continua a reggersi l’egemonia occidentale; motivo quest’ultimo che, almeno in parte, serve non tanto ad attenuare le responsabilità dell’Occidente, quanto a sottolineare le difficoltà di quei pochi occidentali che potrebbero manifestare la propria solidarietà attiva nei confronti di quei Paesi arabo-musulmani che si battono per una più equa ridistribuzione delle ricchezza. Quanto sia grave la responsabilità dei gruppi cosiddetti moderati dei Paesi arabo-musulmani, è dimostrato dalla “fine ingloriosa” delle “primavere” con cui i Paesi che ne hanno vissuto l’esperienza si erano illusi di porre rimedio all’arretratezza delle loro istituzioni e al conservatorismo delle loro classi politiche. Perdurando, perciò, un tale stato di cose è difficile evitare che lo scontro in atto con l’Occidente da parte dei gruppi jihadisti non sia recepito dall’immaginario collettivo dell’Occidente come scontro di civiltà.

Gianfranco Sabattini

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