sabato, 10 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Ma che c’entra Bruno Vespa?
Pubblicato il 10-09-2015


Il fuoco incrociato con il quale l’inedito terzetto Pd-Sel-M5S ha tentato di impallinare Bruno Vespa sul caso dei due membri dei Casamonica che hanno partecipato ad una puntata di ”Porta a Porta”, conferma di fatto i limiti di certa cultura di metodo che per convenienza di varia natura, o per indignazione disinteressata, ha mancato di un approccio laico al tema. Dando il beneficio della buonafede a tutti, in casi come questo la buonafede stucchevole può generare dei mostri inconsapevoli che neanche una malafede, poiché se la malafede la si combatte contestandole i fatti nel merito, la buonafede pretende un’unione al suo coro e senza appello per le sfumature sostanziali.

I fatti: la sera dell’8 settembre Vespa fa accomodare nel suo salotto televisivo due esponenti – figlia e nipote del defunto a cui hanno fatto ”quel” funerale – della famiglia Casamonica. Il conduttore nel corso della serata ha più volte sottolineato – insistendo coi due – vari passaggi, facendo emergere le contraddizioni non solo su quella funzione religiosa a dir poco sopra le righe, ma anche sulla condotta non proprio limpida della famiglia, tanto per usare un eufemismo. Da par loro, un po’ perché ”ci facevano” senza grandi risultati, un po’ perché di conseguenza non dotati di raffinatezza smaliziata, i due invitati ce la mettevano tutta nel mostrare la desolazione estetica e di contenuti del carrozzone che si portano dietro. E non è che la punta dell’iceberg. Solo il loro avvocato, ogni tanto, riusciva a metterci una pezza grazie alla sua proprietà di linguaggio e di ”aggiramento” del ragionamento, facendo finanche apparire i suoi clienti, funzionalmente con la tecnica dello ”sminuire”, come gente fondamentalmente sprovveduta e culturalmente poco evoluta.

Questo il quadro, Vespa non è stato accondiscendente – anzi – ed è questo che dovrebbe contare; apriti cielo: nel tempo di Internet tutto è istantaneo, quindi il polverone cominciava a sollevarsi in simultanea sui social: un’esponente locale del Pd calabrese cominciava a lanciare i suoi strali al conduttore, concludendo il suo post con: ”LA MAFIA È UNA MONTAGNA DI MERDA!”. Alè!, il pane quotidiano di certe frange di certa ”antimafia”: lo slogan emotivo ad effetto. Sono gli stessi che hanno in Giovanni Falcone un punto di riferimento (tutti quelli con un briciolo di buon senso lo hanno. Nessuno ha l’esclusiva solo perché ”urla” un po’ di più dal suo essere anti-mafioso in servizio attivo permanente). Ma chissà se avrebbero contestato con la stessa veemenza il giudice palermitano quando in un’intervista disse lo ”scandaloso” ”I mafiosi sono come noi, possono essere simpatici, antipatici”. Secondo capitolo.

Stavolta, la sera dopo (9 settembre), a sedersi sulla poltroncina che scotta per una sorta di riequilibrio (e questo ci sta) è Alfonso Sabella, Assessore alla Legalità della Giunta Marino e magistrato in aspettativa. Le argomentazioni di Sabella, com’era logico, sono risultate decisamente deboli a fronte di un Vespa che, nel metodo che legittima il merito della sua condotta, è stato inattaccabile. Ha fatto solo che il suo mestiere: approfondimento della cronaca attraverso il costume, e personalmente con tanto di affondi. Sabella, tra le altre, auspicando lo ”spegnimento dei riflettori” non faceva che ripercorrere le orme del Berlusconi dello ”stop alle fiction sulla mafia perché fanno cattiva pubblicità al Paese”. Il che è tutto dire. Questo quando si guarda al dito (e certa politica che chi le sta attorno talvolta anche tutta la mano) anziché la luna. Il resto è isterismo di contorno.

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