giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Ma Renzi dice anche la verità
Pubblicato il 09-09-2015


Ai suoi tempi, Palmiro Togliatti leggeva con attenzione “La civiltà cattolica”. Non per snobismo intellettuale. Ma al fine di capire sino in fondo i propri avversari, per potersi confrontare adeguatamente con loro. Analoga attenzione merita Renzi. Anche perché la sua narrazione è coerente e del tutto funzionale al suo progetto politico. Prendiamo, allora, in esame i tre più recenti appuntamenti pubblici del premier: l’incontro annuale di Cl a Rimini; il convegno della Confindustria a Cernobbio; e, infine, il comizio di chiusura della festa dell’unità a Milano.

Cominciamo col dire che l’ex sindaco di Firenze si presenta, e con il piglio del trionfatore, a due (e forse a tre…) appuntamenti che aveva volutamente snobbato l’anno precedente. Gli interlocutori sono naturalmente più o meno gli stessi. È lui ad essere cambiato. O meglio ad aver cambiato la propria posizione. Allora era, almeno psicologicamente, un outsider che ostentava il disprezzo per i riti della politica. Oggi è al centro del sistema: e si rivolge a persone che hanno avuto qualcosa da lui e se ne aspettano altre e che perciò, gli devono qualcosa. I ciellini che, per potere coltivare i loro sogni, devono essere garantiti dal potere; gli industriali che sotto l’attuale Governo sono diventati quella “classe generale” (che era, almeno a parole, il Movimento Operaio” ai tempi della “mai abbastanza deprecata” prima repubblica), ricavandone ogni possibile attenzione e beneficio (e senza fare nulla in cambio); e i “newborn” della politica arrivati nel Pd sull’onda della rivoluzione renziana.

Tre simboli importanti dell’Italia renziana. Quella ottimista. Quella che si attende qualcosa dalla politica e dal potere. Quella che, inebriata da un orizzonte di infinite possibilità individuali, non ha bisogno, per emergere e affermarsi, dei vecchi e oramai logori strumenti collettivi propri della democrazia. Quella che, totalmente priva di legami col passato e di condizionamenti ideologici, guarda con interesse alla rottamazione renziana.

Il messaggio che si vuole trasmettere è quello rievocato, per inciso, dalla nostra festa dell’Avanti !: è il “nuovo inizio”. È “l’Italia riparte con me”. Ed, conseguentemente, il discrimine del confronto politico è tra “chi sta con me e chi è contro di me”.

A Rimini, Renzi ha detto che “la contrapposizione tra berlusconismo e antiberlusconismo ha bloccato l’Italia per vent’anni”. Una affermazione che ha suscitato, tra l’altro, pochissime reazioni (a parte quelle dei cultori del giustizialismo). Perché i protagonisti di quell’epoca sono, nel loro intimo, consci di avere fallito; e di avere, perciò, una coda di paglia lunga vari metri. Insomma perché Renzi, partendo, come vedremo, da ragioni sbagliate, ha detto la pura verità.

Il veleno di quella proposizione sta, in realtà, nelle sue conseguenze. In sintesi, il Nostro contesta alla radice non solo i difetti del bipolarismo, ma anche la sue stesse ragioni. A Rimini dirà che berlusconiani e antiberlusconiani, tutti intenti al loro contrasto, si sono dimenticati di affrontare i problemi del Paese. Ma a Cernobbio e a Milano andrà ben oltre. Incarnando in sé stesso il futuro del Paese; e negando ogni dignità politica, individuale e collettiva a chi volesse ostacolare la sua azione salvifica: nel peggiore dei casi “bestie”, bene che vada “gufi” o patetici nostalgici del tempo che fu. E qui siamo completamente al di fuori di qualsiasi normale dialettica: non più due schieramenti che si contrappongono, ma Lui contro il Nulla. Fossimo un Paese serio potremmo parlare di cripto fascismo; per nostra fortuna (si fa per dire) siamo un Paese allo sfascio.

Un Paese in cui una minoranza di “ottimisti”, è corpo ed anima con la rivoluzione culturale renziana sia perché combacia con i propri orizzonti e/o interessi sia perché ritiene che sia l’unica praticabile. Mentre una larghissima maggioranza di “pessimisti”è, o comunque si ritiene, totalmente priva di rappresentanza e/o di tutela politica. Al punto di essere diventata totalmente invisibile. Non stiamo parlando, naturalmente, delle “categorie” (quotidianamente svillaneggiate dal premier) o delle Istituzioni destinate alla rottamazione, ma dei “non classificabili”: di quelli che vedono il futuro e il presente come costante minaccia; di quelli che, nel sistema Italia, non potranno svolgere alcun ruolo; di quelli totalmente disconnessi dalla politica e delle Istituzioni. In Italia, una larga maggioranza.

C’è chi raccoglie i suoi consensi, ma senza essere in grado, per diverse ragioni, di difendere i suoi interessi: una contraddizione clamorosa in Salvini, ma presente anche nel M5S. C’è chi rivendica un antico diritto di rappresentanza, ma avendo perso nel corso degli anni quasi tutta la sua credibilità al riguardo (a partire dal discredito delle istituzioni democratiche). E, almeno per ora, non c’è altro.

Questo, per la democrazia italiana, il pericolo mortale. Non quello di essere distrutta. Ma di morire per irrilevanza.

Alberto Benzoni

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