mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

“Non essere cattivo”, la toccante opera postuma di Claudio Caligari
Pubblicato il 21-09-2015


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Luca Marinelli e Alessandro Borghi protagonisti di ‘Non essere cattivo’

Presentato fuori concorso alla settantaduesima Mostra del Cinema di Venezia (dove ha ottenuto il premio Francesco Pasinetti per il Miglior Film 2015 ed il premio Film della Critica del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici) “Non essere cattivo” è opera postuma  del regista Claudio Caligari, scomparso il 26 maggio scorso a Roma. Il regista nato ad Arona nel ’48 aveva realizzato due opere filmiche a distanza di quindici anni una dall’altra: “Amore tossico” (1983) e “L’odore della notte”(1998).

Cabala o casualità? Vero è che “Amore Tossico” è l’indimenticabile ritratto della Roma primi anni Ottanta, con l’aria addosso svagata e sospesa, quasi a voler essere un neorealismo di fine secolo, dove l’umanità vede nella droga la fuga dalla realtà e il riscatto; i tossici sono violenti solo per difendere i più deboli, i propri compagni di viaggio, non sono ancora spietati killer “gomorriani” assoldati dalla mala. Il proletariato escluso da tutto sorvola le borgate, eroi tragici destinati a soccombere, disperata dignità ma anche feroce ironia, in una Roma sbandata, ma in qualche modo ancora intatta e  come fotografata prima della decadenza di fine millennio, della sconfitta degli ideali, delle ideologie.

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Alessandro Borghi

Questa  stessa dolorosa ritualità e impotenza si ritrova in “Non essere cattivo”: il film non è ambientato nel 2015, bensì in un “lontano” 1995, una scelta affatto casuale; come dire l’oggi non è rappresentabile, non è presentabile.

Molte scene sono girate nella stessa Ostia dell’83, come se Caligari volesse ri-fotografare quel tracciato di archeologia umana, riportandolo alla luce, facendoci respirare di nuovo le atmosfere di quelle strade ondivaghe. Rispetto ad “Amore tossico”, in qualche modo innocente, la strada è però deserta e insidiosa e nell’automobile non si ascoltano canzonette, ma la musica “house” assordante che copre tutto. Il muro di Berlino è caduto, arrivano i primi immigrati dall’est, quelli che forse ruberanno il lavoro ai disperati, ai disoccupati, come i due amici fraterni  Cesare e Vittorio (efficaci e commoventi Luca Marinelli e Alessandro Borghi). Com’è la borgata rispetto al 1983? Non sembra più la stessa, ha perduto la sua “aura poetica”; i giovani si drogano, sono violenti, ma qualcuno cerca di lavorare (in “Amore tossico” cercavano “solo” di smettere di drogarsi). Si intravedono scorci degradati senza identità. Vittorio ha le allucinazioni dovute alle “moderne” pasticche che loro stessi hanno smerciato nelle discoteche, crede di vedere un circo nella strada deserta: i suoi occhi sono spalancati, fuori dalle orbite, sembra guardare il mondo dal ciglio di un baratro. Sembra vedere che fra breve non vi sarà più nulla e poi ancora due dopo una lite, dopo i cazzotti, il sangue, i due amici si ritrovano stretti l’uno all’altro. Come dire, Caligari tratta i suoi personaggi, tutti, da sempre, come un padre tratta le sue creature, non può far molto per salvarli, ma cerca di consolarli.

Non sono mai soli. Il tempo retrocesso in quel 1995 significa riparo, protezione anche dalle disillusioni. Cesare e Vittorio sono disinteressati alla lotta di classe, cercano solo di vivere. I personaggi di “Non essere cattivo” sono la generazione nata dall’“Amore tossico” (voluta e inquietante la somiglianza tra Cesare e il protagonista di “Amore tossico”: stessi capelli lunghi, stesso naso importante). Ma se prima si faceva tutto insieme, il rito della droga e del “metadone”, ora ognuno è un nucleo, un’isola. Solo Cesare e Vittorio dividono tutto, non la siringa, quella è pericolosa perché trasmette l’Hiv. Non si ride più con la trans, che in “Amore tossico” prendeva il metadone, ma quasi la si uccide perché vuol smerciare la “coca” per conto suo. Vittorio  e Cesare incontrano gli amici ad un bar del litorale romano, come Accattone al Casilino. Cesare invece di essere preso in giro, perché va a fare il manovale con Vittorio, dice: ”Io lavoro, mica come quelli lì.” 

Quelli lì sono sempre sul punto di trascinare i due amici fraterni in qualche rapina.

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Luca Marinelli e Silvia D’Amico

Cesare cerca di rifarsi una vita con Viviana (Silvia D’Amico), occupa una casa diroccata sognando un futuro. Eppure su di lui pende l’ombra della morte che ha portato via la sorella, ammalata di Hiv, e il peso di una madre e di una nipote a carico. Lotta disperatamente per la sopravvivenza. Un ultimo azzardo. Poi il silenzio, la macchina da presa inquadra il destino di Cesare in una insegna di un locale qualunque. Quelle stesse strade oggi, sono svuotate da tutto quel pathos, che forse non è servito a cambiare la realtà. Caligari lo sapeva bene, da poeta civile qual era. Un’opera magnifica, commovente, di cuore, di stomaco. Un’opera corale; tutti bravissimi gli interpreti e coloro che l’hanno portata a compimento. Il sostegno dell’amico Valerio Mastrandrea (qui in veste di produttore e già attore nel film “L’odore della notte”) è stato fondamentale  per la realizzazione del film. Un’opera che non è  solo un epitaffio, ma un grido e lo sguardo di un bambino, flebile speranza. Un film nostalgico. Da non perdere, per non dimenticare chi siamo stati. Ora che in quelle piazze e in quelle strade da vedere non vi è rimasto granché, nemmeno il vuoto, nemmeno la solitudine. 

Buon viaggio Claudio.

Maria Chiara D’Apote

 
 
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