domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Nuovo Senato. Un nodo da sciogliere e una proposta
Pubblicato il 04-09-2015


L’estate volge al termine e riacquista fiato il dibattito sulla riforma costituzionale, che dalla prossima settimana riprende il proprio iter presso la prima Commissione di Palazzo Madama. Il caldo agostano ha portato con sé numerosi approfondimenti – taluni stravaganti – al tema, concentrando l’attenzione soprattutto sull’elettività diretta o diretta del nuovo Senato della Repubblica.

In ordine a tale questione, proprio da queste colonne si è avuto modo di evidenziare la ratio posta alla base del disegno di legge Boschi, e quindi si rimanda alle considerazioni già espresse.

Resta però aperto un nodo, che dovrà auspicabilmente essere sciolto nelle prossime settimane. Premessa la bontà dell’elezione di secondo grado dei nuovi senatori da parte dei Consigli regionali – seppur con le riserve già a suo tempo manifestate -, si rivela opportuno riconsiderare la sovrapposizione di ruoli tra consigliere regionale e senatore che la riforma contempla, al fine di individuare le misure più idonee ad assicurare, nel contempo, rappresentatività alle regioni e funzionalità alla Camera alta e ai Consigli regionali.

Detto in altri termini: è davvero indispensabile che i nuovi senatori conservino a pieno titolo la carica di consigliere regionale? A ben guardare, invero, l’intero impianto della riforma, e le funzioni di raccordo e garanzia assegnate al nuovo Senato, richiederebbero una maggiore “esclusività” nel ruolo di senatore, così da promuovere un’azione efficace del secondo ramo parlamentare rispetto al primo. Sarebbe quindi meglio un meccanismo che, nel rispetto dell’elezione di secondo grado, preveda che i consiglieri regionali eletti alla carica di senatori, pur conservando la carica di membri delle assemblee di provenienza, vengano sostituiti (tramite l’istituto della supplenza già presente in molti collegi elettivi) dal primo dei non eletti della rispettiva lista per l’intera durata del proprio mandato senatoriale. In caso di dimissioni dalla carica di senatore, ovviamente, la supplenza in Consiglio regionale cesserebbe con il ripristino della condizione originaria.

In tal modo, ciascuna regione vedrebbe rappresentate le proprie istanze in seno a Palazzo Madama da propri componenti, ma la funzionalità dei Consigli regionali, e del Senato medesimo, godrebbero di una maggiore ampiezza rispetto, invece, al caso di sovrapposizione di ruoli. È infatti di facile intuibilità come l’esercizio contestuale di più incarichi sovente non giovi né alla cosa pubblica, né agli stessi protagonisti, come purtroppo stiamo già sperimentando con le discrasie della legge Delrio basata sulla cumulabilità di cariche comunali e provinciali. Come agire? La risposta migliore si situerebbe in un chiarimento lessicale nel testo in discussione, magari tramite l’inserimento di un inciso nel modificato art. 122, secondo comma, che disciplina il regime delle incompatibilità dei consiglieri e assessori regionali, oppure nelle disposizioni finali della riforma.

Sappiamo però bene quanto siano ardue – per non dire impossibili – modifiche tra prima e seconda lettura in sede di revisione della Costituzione. A fronte di ciò, quindi, appare più logico promuovere un dibattito tra le forze politiche avente come fondamento le norme – già approvate in egual misura in prima lettura – che deferiscono alla legge ordinaria la disciplina delle modalità di elezione del nuovo Senato tra i consiglieri regionali, per trovare equilibrate soluzioni al problema. Un nodo che, qualora eluso in questa fase, non mancherà di produrre problemi nella fase di attuazione delle nuove norme costituzionali. In conclusione, un’azione socialista volta a migliorare una riforma che, giova ribadirlo, seppur imperfetta, è comunque preferibile al benaltrismo degli ultimi decenni.

Vincenzo Iacovissi

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