sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Pensioni. Il governo valuta interventi, ma a costo zero
Pubblicato il 24-09-2015


Nuova conferma della volontà del governo di mettere mano all’ultima riforma delle pensioni targata Fornero, ma senza oneri aggiuntivi. Dopo le parole di Renzi, a ribadirlo è stato il sottosegretario al’Economia, Pier Paolo Baretta: quello di una riforma delle pensioni, ha detto, “è un tema che l’esecutivo ha in agenda ma per farlo serve la compatibilità finanziaria, cioè che non gravi sullo Stato”. Baretta ha precisato che i tempi e i modi saranno determinati dalla compatibilità economica: potrebbe entrare “nella legge di stabilità o in una legge ad hoc o in un provvedimento successivo”. Il sottosegretario ha aggiunto che “la discussione è se il provvedimento è a costo zero: se si intende sul lungo periodo allora il risparmio complessivo c’è, ma nei primi anni lo Stato dovrà anticipare una quota parte dell’uscita dei lavoratori”. Sulla questione è intervenuto anche il presidente dell’Inps, Tito Boeri, evidenziando che la proposta sulla flessibilità presentata al Governo non prevede né il taglio delle pensioni del 30%, né il ricalcolo con metodo contributivo ma una riduzione equa per chi sceglie di anticipare l’uscita dal lavoro. Il numero uno dell’Inps Tito Boeri, ha risposto ad una domanda durante un incontro organizzato dal think tank Bruegel. Secondo l’ex ministro del Lavoro, Tiziano Treu, “si possono fare interventi con costi minimi” per introdurre flessibilità, indispensabile per correggere l’eccessiva rigidità della legge Fornero sulle pensioni: così si è infatti espresso l’ex titolare del Welfare ed ex commissario dell’Inps, Tiziano Treu, dopo le dichiarazioni del premier Renzi che ha parlato di un meccanismo che deve essere “a somma zero”. Treu ha più in dettaglio indicato alcune possibilità di intervento: estensione dell’opzione donna, che però “sembra di non facile attuazione” perché contiene una notevole penalizzazione dell’assegno, prestito pensionistico e part-time.

L’esecutivo sta valutando quindi la possibilità di intervenire sulla riforma Fornero delle pensioni entro l’anno ma ha avvertito che le modifiche dovranno essere ”a costo zero”. Lo stesso premier Matteo Renzi ha chiarito che l’introduzione di maggiore flessibilità non dovrà prefigurare oneri aggiuntivi per lo Stato e questo annulla definitivamente le proposte avanzate in questi anni senza una stretta connessione con l’utilizzo del sistema contributivo. In pratica chi volesse uscire dal lavoro in anticipo rispetto all’età di vecchiaia dovrebbe avere una decurtazione significativa sul proprio trattamento di quiescenza. Nessuna possibilità di passare neanche per le proposte Damiano Baretta (2% di taglio per ogni anno di anticipo con un costo secondo l’Inps di 8,5 miliardi di euro a regime) e per quella su quota 100 tra dato anagrafico (età) e contribuzione accreditata (10,6 miliardi di costo a regime sempre secondo l’Inps se tutti dovessero usare l’opzione). Potrebbe invece essere presa in esame l’estensione dell’opzione donna (chi va prima ha l’assegno conteggiato tutto con il sistema contributivo) e il prestito pensionistico (ti do la pensione prima ma quello che pago in anticipo viene scalato dalla prestazione previdenziale futura). “Dobbiamo trovare un meccanismo – ha spiegato Renzi – per cui chi vuole andare in quiescenza un pò prima rinunciando a un pò di soldi possa farlo, il problema è quanto prima e quanti soldi. Spererei di farlo nelle prossime settimane e mesi. Sono ottimista ma per lo stato deve essere a somma zero”. Appare comunque difficile che le modifiche arrivino con la legge di stabilità. Nel 2016 intanto si alzerà nuovamente l’asticella dei requisiti per le donne del settore privato con il rialzo dell’età di vecchiaia nel complesso tra ‘scalino’ e aspettativa di vita di un anno e 10 mesi. Le lavoratrici del privato dal 2016 dovranno attendere i 65 anni e 7 mesi a fronte dei 63,9 fissati fino a quest’anno. Senza modifiche alla legge Fornero per le donne in Italia tra il 2014 e il 2020 – secondo quanto si legge nell’indagine della Commissione europea, ”The 2015 Ageing Report” – si avrà lo ‘scalino’ più alto tra i paesi Ue per quanto attiene l’età effettiva di uscita che passerà da 62,1 anni a 65,5 superando di quasi due anni l’età effettiva media nell’Ue (63,6, in ascesa di appena un anno). Se si osserva l’età legale, il requisito anagrafico richiesto per di vecchiaia dovrebbe salire tra il 2013 e il 2020 di 4 anni e mezzo (da 62,3 a 66,8). Pure per gli uomini l’età effettiva di ritiro balza di oltre tre anni (da 62,4 a 65,9 superando di molto la media Ue (64,4 nel 2020). In sostanza in mancanza di nuove misure saremo a breve tra i paesi più virtuosi in Europa sull’età effettiva di uscita dal lavoro anche grazie alla stretta sulle pensioni anticipate (dal 2016 si andrà prima dell’età di vecchiaia solamente a fronte di 42 anni e 10 mesi di contributi se uomini e 41 anni e 10 mesi se donne). Il probabile differimento e la mancanza di risorse preoccupano i sindacati che più volte hanno chiesto di rivedere la legge Fornero senza penalizzare in modo insopportabile coloro che dovessero decidere di anticipare l’uscita. Proprio su questa questione, recentemente c’è stata una audizione dei sindacati davanti alla Commissione lavoro della Camera. “È necessario che la legge di stabilità – ha riferito il segretario confederale Cgil Vera Lamonica – affronti il tema delle pensioni, introducendo quella flessibilità indispensabile da un lato a dare risposte più eque a chi è in procinto di uscire dal mondo del lavoro e dall’altro in grado di consentire l’accesso allo stesso per i giovani. Le risorse, quando vi è l’intenzione, si cercano e si trovano”. “Rinviare ulteriormente” il tema ”perché mancano le coperture finanziarie atte a sostenerlo” – ha affermato il segretario confederale Cisl, Maurizio Petriccioli – sarebbe sbagliato perché le conseguenze dell’aumento repentino dell’età pensionabile, realizzato con la legge Fornero, sono sotto gli occhi di tutti”. “Sarebbe letteralmente incredibile – ha chiosato il segretario confederale Uil Domenico Proietti – se il Governo rinviasse l’introduzione della flessibilità di accesso alla pensione ripetutamente annunciata negli ultimi mesi dal Presidente del Consiglio e dal Ministro del Lavoro”.

Inps. Pubblicati i dati per il periodo gennaio/luglio 2015

Nei primi sette mesi del 2015 aumenta, rispetto al corrispondente periodo del 2014, il numero di nuovi rapporti di lavoro a tempo indeterminato nel settore privato (+286.126) e crescono, anche se di poco, i contratti a termine (+1.925), mentre si riducono le assunzioni in apprendistato (-11.521). In aumento anche le cessazioni (+41.006). La variazione netta tra i nuovi rapporti di lavoro e le cessazioni, pari rispettivamente a 3.298.361 e 2.592.233, è di 706.128; nello stesso periodo dell’anno precedente è invece stata di 470.604. Le nuove assunzioni a tempo indeterminato nel settore privato stipulate in Italia, rilevate da Inps, sono state 1.093.584, il 35,4% in più rispetto all’analogo periodo del 2014. Le trasformazioni a tempo indeterminato di rapporti di lavoro a termine, comprese le “trasformazioni” degli apprendisti, sono state 388.194 (l’incremento rispetto al 2014 è del 41,6%). Pertanto, la quota di assunzioni con rapporti stabili sul totale dei rapporti di lavoro attivati/variati è passata dal 32,8% dei primi sette mesi del 2014 al 40,2% dello stesso periodo del 2015. L’incremento delle assunzioni a tempo indeterminato 2015 su 2014 risulta superiore alla media nazionale (+35,4%) in Friuli-Venezia Giulia (+85,3%), in Umbria (+66,5%), nelle Marche (+55,4%), nel Trentino-Alto-Adige (+53,3%), in Piemonte (+53,1%), in Emilia-Romagna (+51,1%), in Liguria (+48,3%), in Veneto (+47,4%), nel Lazio (+41,9%), in Lombardia (+40,6%), in Toscana (+37,4%) e in Sardegna (+36,4%). I risultati peggiori si registrano nelle regioni del Sud: Sicilia (+11,2%), Puglia (+17,3%) e Calabria (+18,6%). La distribuzione dei nuovi rapporti di lavoro per qualifica presenta, nel periodo 2015 in esame rispetto al 2014, una sostanziale stabilità della quota di operai, che passa dal 71,9% del 2014 al 71,8% del 2015, mentre si registra un leggero incremento della quota di impiegati, dal 22,6% del 2014 al 23,4% del 2015. In leggero aumento anche il lavoro full time rispetto al part time: i nuovi rapporti di lavoro a tempo pieno rappresentano il 63,1% del totale delle nuove assunzioni nei primi sette mesi del 2015, in aumento di 0,9 punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2014. Rispetto al 2014, il peso dei nuovi rapporti di lavoro con retribuzioni mensili inferiori a 1.000 euro diminuisce di 1 punto percentuale, passando dal 6,3% al 5,3%; una diminuzione si riscontra anche nella fascia retributiva immediatamente superiore (1.001-1.250 euro), la cui incidenza passa dall’8,8% del 2014 all’8,1% del 2015. Risulta stabile (22,7%) il peso dei nuovi rapporti di lavoro con retribuzioni comprese nella fascia tra 1.251 e 1.500 euro, mentre aumenta dello 0,9% il numero dei rapporti che si collocano nella fascia retributiva da 1.501 a 1.750 euro; per le fasce superiori gli aumenti oscillano tra +0,3% e +0,1%, mentre si registra una lieve diminuzione soltanto per le fasce da 3.001 euro in su. Per quanto riguarda i buoni lavoro, nei primi sette mesi del 2015 risultano venduti 61.933.279 voucher destinati al pagamento delle prestazioni di lavoro accessorio, del valore nominale di 10 euro, con un incremento, rispetto al corrispondente periodo del 2014, pari al 73%, con punte del 93,9% e dell’83,5% rispettivamente nelle regioni insulari e in quelle meridionali del Paese. I dati completi sono consultabili sulla home page del sito istituzionale dell’Inps (www.inps.it) nella sezione Banche Dati/Osservatori Statistici, report dal titolo “Osservatorio sul precariato”, dove il giorno 10 di ogni mese vengono pubblicati gli aggiornamenti tabellari dei nuovi rapporti di lavoro e delle retribuzioni medie. A partire dall’aggiornamento di giugno 2015 il campo di osservazione è riferito esclusivamente ai lavoratori dipendenti del settore privato (esclusi i lavoratori domestici e gli operai agricoli) e degli Enti pubblici economici. Pertanto, dal report di giugno 2015 appena pubblicato, i dati non sono comparabili con quelli pubblicati nei report dei mesi precedenti. Per una maggiore e più puntuale comprensione della rilevazione effettuata, in allegato sono state opportunamente accluse le tabelle e la guida alla lettura dei dati che sono state resi disponibili anche sul portale.

Cavallaro (Cisal), pensioni: Sì a flessibilità in uscita 

Parlare oggi di flessibilità a costo zero è solo l’ennesima dichiarazione di resa di uno stato che si vede sottrarre miliardi dall’evasione fiscale e che, incapace di contrastarla, scarica sui lavoratori e sui pensionati  il prezzo della propria inefficienza. A chi oggi ha maturato 35 anni di contributi, per lo più si dovrebbe applicare il sistema “misto” per il calcolo della pensione. Ciò vuol dire che di penalizzazioni, derivanti dal calcolo contributivo, già ne subirà in abbondanza.  Se poi si considera che le retribuzioni medie viaggiano al di sotto della fatidica soglia dei 1.500 euro mensili, che consentono di beneficiare dei famosi 80 euro del bonus Renzi, è del tutto evidente che la stragrande maggioranza di chi potrebbe andare in pensione anticipata, se si accede alla ipotesi di una maggiore flessibilità in uscita con penalizzazzione,  riceverà pensioni molto più basse del reddito da lavoro e non avrà diritto neanche agli 80 euro in quanto pensionato. In sintesi, l’esperienza offerta dall’applicazione della Legge Fornero, le pesanti critiche espresse nei suoi confronti dalla maggioranza delle forze politiche e sociali – declinate in infiniti, articolati e per ora vani tentativi di porvi riparo – e il progressivo concretizzarsi degli scenari drammatici evocati a suo tempo dalla Cisal, dimostrano che è necessario avere il coraggio di abrogare la Legge stessa, ritornando al sistema precedente. Fatta tabula rasa della Riforma Fornero, sarà più semplice tracciare un percorso condiviso e lungimirante che porti all’individuazione delle misure necessarie all’aggiornamento delle prestazioni previdenziali rispetto all’evoluzione delle condizioni economiche e sociali del Paese, sanando nel contempo le sofferenze causate dalla disciplina introdotta con il Salva-Italia. E’ quanto ha recentemente dichiarato Francesco Cavallaro, Segretario Generale Cisal, nel merito del dibattito in materia previdenziale.

Carlo Pareto 

                                                                        

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