lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Pensioni. Riapre cantiere riforma
Pubblicato il 10-09-2015


L’ex ministro del Lavoro, Elsa Fornero condivide che sia arrivato il tempo per reintrodurre un po’ di flessibilità nell’età di pensionamento, ma mette in guardia dal trasferirne nuovamente il costo sulle generazioni giovani e future. L’uscita dal lavoro in anticipo rispetto all’età di vecchiaia – ipotizza – potrebbe costare al lavoratore il 3-3,5% per ogni anno di anticipo, una soluzione non neutrale per la finanza pubblica ma meno costosa delle ipotesi circolate finora, ad esclusione del ricalcolo contributivo dell’intero assegno. Secondo Fornero, autrice della riforma del 2011 contenuta nel decreto ”Salva Italia”, questa soluzione potrebbe rappresentare un punto di equilibrio tra le esigenze dei pensionandi e quelle del Governo che sulla materia non vorrebbe stanziare cifre molto alte.Più volte il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, infatti, ha affermato che non si può costruire altro debito e scaricare nuovi pesi sulle future generazioni. Gli interventi in direzione di una maggiore flessibilità sono stati annunciati per la prossima legge di stabilità, ma il tema principale resta quello delle risorse. Sembra archiviata la possibilità di utilizzare le proposte avanzate in Parlamento da Damiano-Baretta (2% di taglio per ogni anno di anticipo con un limite dell’8%) e quella sulla ”quota 100” tra età e contributi per i costi che potrebbero avere. Stando ai calcoli elaborati dall’Inps, ed esposti dal presidente Boeri in un’apposita audizione alla Camera a giugno, le due ipotesi costerebbero a regime rispettivamente, se tutti coloro che ne hanno diritto utilizzassero l’opzione, 8,5 e 10,6 miliardi l’anno. Boeri nella stessa audizione ha espresso il suo parere favorevole invece all’estensione della platea dell’opzione donna, ovvero alla possibilità che chi va in quiescenza in anticipo rispetto all’età di vecchiaia lo faccia utilizzando il sistema contributivo.Contro confusione dati sul lavoro Task Force Ministero, Inps e Istat

Contro la confusione sui dati relativi all’occupazione “una delle soluzioni” possibili “sicuramente è la diffusione unica dei dati relativi al mercato del lavoro, costituendo una task force tra Ministero, Inps e Istat sotto la guida dell’Istat a garantirne l’indipendenza”. Ad avanzare la proposta con Labitalia è stato Michele Tiraboschi, giuslavorista, più volte consulente di vari ministri del Lavoro. Su tema della chiarezza dei dati, Tiraboschi ha anche fornito altri suggerimenti, come quello di “fissare calendari precisi di diramazioni dei dati, come fa l’Istat, in modo da poter valutare e prevedere le uscite e non gestirle ad uso e consumo dei tempi e delle esigenze della politica”. O ancora: “Individuare una volta per tutte le tipologie di dati che si vogliono diffondere, in modo da evitare da un lato sovrapposizioni e dall’altro consentire, grazie alla costanza e all’uniformità, analisi e paragoni nel tempo”. Infatti, spiega Tiraboschi, il primo problema “anche per un giornalista”, “è la conoscenza dei dati e delle fonti”.”Spesso c’è confusione dei piani: si affrontano parallelamente dati, come quelli dell’Istat, basati su indagini statistiche e quelli delle Comunicazioni obbligatorie che sono dati amministrativi.

Entrambi sono importanti ma indicano cose differenti”, ha precisato. “Solo l’Istat è una fonte attendibile e riconosciuta a livello internazionale con un protocollo scientifico e controlli adeguati che evitano gli errori in cui è caduto il Ministero del lavoro – ci ha tenuto a rimarcare Tiraboschi -. Capire di cosa si parla è il primo passo e questo è il ruolo dei giornalisti che hanno oggi una responsabilità fondamentale”. Ma oltre alla sovrapposizione di piani di analisi, c’è anche un altro aspetto negativo. “Ossia che il governo utilizzi i suoi apparati come il Ministero del lavoro per diffondere dati a cui attribuisce una portata pari a quelli diffusi dall’Istituto statistico – ha sostenuto Tiraboschi – che per principio deve essere indipendente”. “L’indipendenza della fonte che diffonde i dati è il primo requisito per evitare polemiche o accuse di propaganda nella diffusione dei dati”, ha evidenziato. Infine, il terzo problema “è l’ansia da dati”, ha affermato il professore che è direttore del centro studi sul lavoro Adapt-Marco Biagi. “Comprensibile che un governo abbia l’urgenza di comunicare dati positivi non appena essi sono disponibili e in momenti in cui giungono parallelamente notizie negative ma, come si è visto nel recente caso, l’eterogenesi dei fini è sempre dietro l’angolo. E’ meglio attendere dati sicuri per poi non dover ritrattare le proprie affermazioni”, ha concluso.

Istat: retribuzioni luglio +1,2% su anno

Le retribuzioni contrattuali orarie a luglio sono aumentate dello 0,1% rispetto al mese precedente e dell’1,2% nei confronti di luglio 2014. L’Istat aggiunge che complessivamente nei primi sette mesi del 2015 la retribuzione oraria media è cresciuta dell’1,1% rispetto al corrispondente periodo del 2014. Sempre ferme nella Pubblica amministrazione per il blocco della contrattazione. Guardando i principali macrosettori, infatti, a luglio le retribuzioni contrattuali orarie registrano un incremento tendenziale dell’1,7% per i dipendenti del settore privato e una variazione nulla per quelli della Pubblica amministrazione. I settori che sempre a luglio, come emerge dai dati Istat, presentano gli incrementi tendenziali maggiori sono: agricoltura (4,0%); energia e petroli, estrazione minerali, gomma, plastica e lavorazione minerali non metalliferi (3,0%); metalmeccanica (2,7%). Si registrano variazioni nulle nei settori del credito e assicurazioni, degli alimentari, bevande e tabacco e in tutti i comparti della pubblica amministrazione.

I contratti di lavoro in attesa di rinnovo alla fine di luglio risultano 36 (di cui 15 appartenenti alla Pubblica amministrazione), relativi a circa 4,9 milioni di dipendenti (di cui circa 2,9 milioni nel pubblico impiego). Lo comunica l’Istat, indicando che comunque nel mese di luglio la quota di dipendenti in attesa di rinnovo per l’insieme dell’economia è scesa al 38,0%, in diminuzione rispetto al 40,3% del mese precedente. Al contrario i mesi di attesa per i lavoratori con il contratto scaduto sono in media 55,3, in deciso aumento – sottolinea l’Istituto di statistica – rispetto allo stesso mese del 2014 (31,0). L’attesa media calcolata sul totale dei dipendenti è di 21,0 mesi, in crescita rispetto ad un anno prima (18,3). Sempre alla fine di luglio risultano invece 39 i contratti collettivi nazionali di lavoro in vigore per la parte economica che riguardano il 62,0% degli occupati dipendenti (circa 8 milioni). Tra i contratti monitorati si è infatti registrato, alla fine dello stesso mese, il recepimento di tre nuovi accordi (trasporti marittimi personale navigante, trasporti marittimi amministrativi e imprese creditizie-Abi) mentre due sono scaduti (carta e cartotecnica e lavanderie industriali).

Carlo Pareto 

                                                                  

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