domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Per chi suona la campana?
Pubblicato il 04-09-2015


C’era bisogno della foto di un bimbo morto per svegliare le coscienze? In questo caso dobbiamo complimentarci coi giornali che hanno deciso di pubblicarla. La verità è che ci sono state decine, centinaia, forse migliaia di Aylan che hanno perso la vita in Africa, nei paesi arabi e in Medioriente per causa di una guerra che sta insanguinando interi territori. E sono altrettanti, o forse più, i bambini che sono morti in mare, salpati con imbarcazioni fatiscenti da porti invasi dalla guerra. Ma perché continuiamo a far finta di niente? Aylan e il suo fratellino, sua madre, da dove fuggivano e perché? E perché, nello stesso tempo, forse nello stesso giorno, potevano partire indisturbati i trafficanti di morte da paesi insanguinati dal fanatismo islamico?

È’ vero, dei tre percorsi che i migranti intraprendono, e cioè quello orientale che attraversa la Grecia, quello del mare Mediterraneo che approda in Italia e quello dello stretto di Gibilterra, il nostro è caratterizzato più da popolazioni del centro Africa, in genere eritree e nigeriane, che non da siriani, iracheni, libici, ma anche laggiù, soprattutto in Nigeria, c’è una guerra cruenta scatenata da Boco Haram, la versione nigeriana dell’Isis. E poi anche i migranti economici, cioè i cosiddetti clandestini, che in base alle leggi noi dovremmo respingere, possono partire senza alcun controllo, come da tempo l’Italia vorrebbe, dalle sponde libiche, perché in Libia si è scatenata la guerra santa, oltre al conflitto di due governi che si odiano nonostante la mediazione del povero emissario Onu.

Non è da oggi che questo giornale lamenta l’assoluta impotenza dell’Occidente e dell’Europa, compresi gli organismi internazionali, di fronte alla guerra scatenata non all’Occidente, ma a tutto il mondo civile, dai nuovi barbari dell’integralismo islamico. Questa guerra non è la guerra dell’Islam alla cristianità, né tanto meno quella del terzo mondo al mondo industrializzato. No, questa guerra è tra la civiltà liberale e quella illiberale, tra il mondo della cultura e della tolleranza e quello della strage e della sopraffazione. Tra il mondo delle teste che pensano e quello delle teste tagliate. È il conflitto del duemila tra la libertà e la violenza. Noi piangiamo questo povero bambino, che potrebbe essere nostro figlio o nostro nipote, ma alziamo immobili le mani di fronte alla tragedia che questa morte e tante altre ha generato.

En attendand, non Godot, ma il nuovo presidente degli Stati Uniti. Perché ancora una volta dobbiamo prendere atto del paradosso dei nostri tempi. Con tutti gli errori che gli Stati Uniti hanno commesso, dall’Iraq alla Libia alla Siria, senza gli Stati Uniti il mondo non è oggi in grado di ingaggiare un conflitto militare vincente contro il terrorismo. Ne dobbiamo amaramente prendere atto e sperare che al più presto gli Stati Uniti, non da soli, ma con l’Europa e i paesi arabi e mediorientali, siano in condizione di lanciare un’offensiva che porti allo sradicamento dello stato islamico e dei gruppi terroristici. Per chi suona la campana? Sì, è il caso di ripeterlo senza retorica. Anche in questo nostro mondo la campana suona per tutti. E i problemi di laggiù sono drammaticamente problemi nostri. Lo sono quelli del sottosviluppo che da decenni facciamo finta di combattere, ma lo sono anche quelli di una guerra che in nome di una religione vorrebbe distruggere il mondo.

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Commenti all'articolo
  1. Vogliamo anche dire con chiarezza che sono stati gli USA a sovvenzionare l’ISIS in fuzione anti Assad e che poi è sfuggito loro di mano, causando immensi disastri, e che magari sono gli stessi occidentali a vendere loro armi e a comprare reperti archeologici? Sono arrivati a dichiararlo anche senatori e candidati alla presidenza della Repubblica negli USA, che aspettiamo a farlo anche noi? Obama sul piano internazionale è stato un disastro pauroso…e gli hanno dato pure il premio Nobel..

  2. Si, nulla da commentare tutto da condividere. L’unica cosa che si vorrebbe è un grido più forte e un lavoro diplomatico italiano per convincere l’America ad entrare in azione con noi.

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