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Opinioni e commenti
 

Regge la tregua tra i due Pd
Pubblicato il 25-09-2015


L’espressione magica è “in conformità”. La maggioranza e la minoranza del Pd, dopo alcuni mesi di laceranti scontri e tre settimane di trattative sul filo del rasoio, sono riuscite a trovare l’intesa su come modificare la riforma costituzionale del governo all’esame del Senato. La corsa della macchina del Pd è stata bloccata ad un passo dal burrone. Così Matteo Renzi può affrontare da mercoledì prossimo la battaglia con le opposizioni nelle votazioni ad oltranza a Palazzo Madama con maggiore tranquillità.

Sono tre gli emendamenti frutto della riuscita mediazione arrivata l’altro ieri. Il primo, l’emendamento vincente chiave, stabilisce che i nuovi senatori saranno individuati “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri” quando si svolgeranno le elezioni regionali. Tradotto: i futuri senatori saranno eletti dai consigli regionali sulla base delle scelte degli elettori.

La mediazione ha risolto un problema quasi insolubile: la sinistra del Pd chiedeva l’elezione diretta dei senatori da parte dei cittadini, la maggioranza renziana insisteva su quella indiretta da parte dei consiglieri regionali. Altri due emendamenti al disegno di legge Boschi hanno sciolto anche i contrasti sulle competenze del futuro Senato e sull’elezione dei giudici costituzionali.

Quasi tutti sono soddisfatti. Il Senato, come voleva Renzi, sarà differenziato dalla Camera, avrà una missione “territoriale”, avrà una composizione e compiti ridotti (solo 100 senatori e solo Montecitorio potrà dare la fiducia al governo) e il processo legislativo sarà più snello e rapido. I dissidenti democratici cantano vittoria perché Palazzo Madama avrà comunque una base d’investitura popolare e avrà funzioni di controllo e di garanzia.

C’è una tregua nel duro braccio di ferro con Renzi. La sinistra Pd tira un sospiro di sollievo. Bersani è soddisfatto: «È un bel successo del Pd e spero che in questo clima nuovo tutti assieme e senza più strappi si possa lavorare ancora per perfezionare la riforma». I toni sono diversi rispetto al passato. L’ex segretario democratico prima, tra riforma elettorale e costituzionale, temeva rischi per “l’equilibrio democratico” perché vedeva troppo potere concentrarsi nelle mani del presidente del Consiglio. Il senatore Vannino Chiti, strenuo sostenitore delle “scelte affidate ai cittadini”, apprezza “una ritrovata unità nel partito”, mentre durante lo scontro frontale avvertiva Renzi: «La logica praticata di comando e obbedienza fa male al Paese e al Pd».

Anche Gianni Cuperlo, battuto dall’ex sindaco di Firenze nelle elezioni primarie per la segreteria democratica, promuove la mediazione sulla riforma costituzionale, ma i contrasti politici restano. Ha precisato a la Repubblica: «Io non cerco nessuna scissione, ma come non vedere il terremoto che scuote tutta la sinistra? Una sinistra che va reinventata». La minoranza del Pd accusa Renzi, in particolare, di spostare verso il centro la linea del partito, con scelte liberiste sul lavoro, la scuola, la sanità. Si tratta di accuse analoghe a quelle lanciate al presidente del Consiglio da Stefano Fassina, Pippo Civati e Sergio Cofferati che hanno lasciato il Partito democratico.

Tuttavia nella sinistra Pd c’è chi conferma il voto contrario alla riforma. Walter Tocci dirà no perché la mediazione  «non cancella la valutazione negativa». Corradino Mineo è netto: «La riforma del Senato non la voto assolutamente, non ci penso proprio».  A chi parla di cedimento a Renzi replica Massimo Mucchetti. In una intervista al Fatto Quotidiano l’invito del senatore del pacchetto di mischia della minoranza democratica è a fare i conti con la realtà: «Nessuna resa, volevamo l’elezione diretta del Senato e nella sostanza l’abbiamo ottenuta. La politica è anche l’arte del possibile».

Il giovane “rottamatore” di Firenze loda l’accordo e ha messo da parte le accuse alla minoranza democratica. In passato aveva attaccato “la sinistra masochista”, “i gufi”, “i frenatori” che fanno vincere la destra e bloccano le riforme strutturali del governo.  Nella direzione del Pd di lunedì, invece, aveva lanciato un appello al dialogo sulla riforma costituzionale evitando “diktat” da parte di tutti. Certo i contrasti politici probabilmente risorgeranno tra i due Pd, quello di Renzi e quello di Bersani. Il presidente del Consiglio “vuole cambiare” e “far ripartire” l’Italia con le riforme strutturali dopo vent’anni di immobilismo. La sinistra del Pd contesta “la subalternità” al modello liberista della destra. Per adesso, però, è stata siglata una tregua e regge.

 Renzi, superate le divisioni nel partito, si attrezza per ottenere il voto finale del Senato sul disegno di legge Boschi entro il 13 ottobre. Se ci saranno i sì dei senatori di Ala, il neonato gruppo verdiniano, e di altri parlamentari delle opposizioni tanto meglio, anche perché saranno voti aggiuntivi e non sostitutivi della maggioranza politica di governo.

Certo il presidente del Consiglio e segretario del Pd dovrà fare i conti con il no delle opposizioni e con il diluvio di emendamenti ridotti, si fa per dire, a 75 milioni dagli iniziali 85 milioni da Roberto Calderoli. L’imprevedibile senatore leghista li ha fabbricati al computer tramite un algoritmo che, ha spiegato, introduce “una quarta dimensione”. Tuttavia tutto è pronto nella maggioranza per battere l’ostruzionismo elettronico e quello tradizionale con il contingentamento dei tempi di discussione, le “ghigliottine”, i “canguri” e i “super canguri”, diretti a cancellare la marea di emendamenti elettronici ripetitivi.

Il presidente del Consiglio adesso potrà affrontare la “guerra” del Senato con alle spalle un Pd, tranne qualche voce discordante, di nuovo unito e un governo rafforzato. Ha accettato di discutere con i ribelli democratici e di modificare il disegno di legge Boschi che, in un anno di battaglie alle Camere, ha già ottenuto due voti, dal Senato e da Montecitorio, ed ora deve affrontare altre quattro difficili letture parlamentari, in quanto legge di revisione costituzionale. Ora fanno anche meno paura i possibili voti a scrutinio segreto nei quali potrebbero ricomparire i “franchi tiratori”. Vasco Rossi canta: «Non si può solo spingere l’acceleratore…Si può solo perdere». Renzi, in nome della flessibilità, ha frenato per non rischiare di andare a sbattere.

Rodolfo Ruocco

dal blog di Rai News 24

 

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