venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Nelo Risi, il poeta civile
del Novecento
Pubblicato il 23-09-2015


Nelo RisiA vent’anni ero redattore di una rivista letteraria bolognese (Daemon) e all’epoca, per la rubrica di recensioni, ne scrissi una sul penultimo volume mondadoriano di Nelo Risi: Ruggine (2004). Una sera Franco Buffoni mi chiamò a casa pregandomi di telefonare a Risi, che voleva ringraziarmi per l’articolo. Intimorito chiamai e subito mi colpì la voce: ferma e gentile, come la persona che conobbi da lì a poco. Ci incontrammo più di dieci anni fa a Gorizia, perché l’università aveva deciso di celebrare la sua attività di cineasta, di omaggiare l’autore di pellicole come Andremo in città (1966), dal romanzo della moglie Edith Bruck, con una splendida Geraldine Chaplin e Nino Castelnuovo, Diario di una schizofrenica (1968), che resta a tutt’oggi uno dei migliori studi sul tema, Una stagione all’inferno (1971), il più valido e interessante biopic su Rimbaud con Terence Stamp e  Florinda Bolkan.

E così all’arrivo nella città friulana mi trovai di fronte a un uomo elegante, aristocratico, fiero, generoso, che in mano teneva alcune prime edizioni dei suoi libri di cui mi fece dono. E ancora in me è impresso il ricordo dei suoi capelli lunghi e canuti, che alla mente mi riportarono l’integrità del Catone dantesco. Parlava dell’Italia con disincanto e disappunto, col piglio anarchico che mai lo abbandonò; e del documentario che aveva intenzione di girare, un film su Zanzotto, sulla vita più che sulla poesia, testimonianza del Novecento appena trascorso. Una pellicola, Possibili rapporti – Due poeti, due voci (2008), che riuscì a portare a termine pochi anni dopo e che risulta essere il suo ultimo atto politico e umano. Come atti politici e di impronta socialista furono i cortometraggi sul Delitto Matteotti (1956)  e sui Fratelli Rosselli (1959). Sempre in prima linea.

L’incontro fu l’unica occasione di parlare con il Maestro: di lui mi rimangono il sostegno, la stima e alcune lettere preziose, che serbo tra le cose più care della mia formazione culturale e umana. Nelo Risi se ne è andato giovedì scorso all’età di 95 anni, accudito nella sua casa romana dalla moglie Edith Bruck. L’avvenimento è il dato contingente, la notizia, ma non può essere- questo- un coccodrillo, un addio: oggi dovremmo celebrare il poeta, il traduttore, il cineasta (per nulla all’ombra del fratello maggiore Dino), l’antifascista, l’anarchico aristocratico. L’uomo.

Risi è stato il maggiore poeta-traduttore del Novecento, eccelse e insuperabili le sue versioni di Jouve (varie edizioni nel corso dei decenni e ora in Mondadori, 2001), di Laforgue (Moralità leggendarie, prima Guanda, poi Garzanti, 2008), Supervielle (In viaggio con Supervielle, All’insegna del pesce d’oro, 1956), e ancora la mitica antologia di Kavafis per Einaudi o l’Edipo re per SE. Spero che Franco Buffoni riesca a rieditare il Compito di francese e d’altre lingue 1943-1993 (Guerini e Associati, 1994), essenziale punto di partenza per conoscere il mondo di Risi: in tutta la sua produzione vige il dettato di Mallarmé secondo cui sussiste poesia lì dove vi è tensione allo stile, al respiro intrinseco della parola. E in tutto Risi è presente la necessità primigenia di dire, di enunciare, di testimoniare, di non tralasciare nulla, fin dalle primissime pubblicazioni (Le opere e i giorni, 1941 – L’esperienza, 1948 – Polso teso, 1956) e che lo attestano come maestro indiscusso della poesia civile italiana: si pensi a Dentro la sostanza (1966) e ancor più a Di certe cose che dette in versi suonano meglio che in prosa (1970), con cui vincerà il Viareggio.

Di cultura e matrice illuministica, appartenente a una famiglia dell’alta borghesia milanese, laureatosi medico, come il fratello Dino, Risi fu inserito, anche se in realtà non si riconosceva in tale tendenza, come uno degli alfieri della anceschiana linea lombarda con Erba, Orelli e naturalmente Sereni, soprattutto per l’impulso endemico del dire, di non arrendersi agli orrori del quotidiano occidentalizzato: “Scrivere è un atto politico”. Anche quando si parla d’amore (“è un trapano sottile / una brutta bestia / di insonnia / il naufragio d’amore.”) o si celebrano gli artisti e gli intellettuali che hanno plasmato e codificato la propria esistenza, come ne I fabbricanti del “bello” (Mondadori, 1983): Tasso, Chagall, Chopin, Cvetaeva, Clara Schumann, Leopardi, l’atto civile è in E, come per il conte, sub-stanziale diventa la ricerca della felicità, il percorso intrapreso per adempiere al compito di ogni essere umano: tendere alla bellezza, specillo per la guarigione e la sanità e strumento di indignazione contro gli impulsi di morte sempre in agguato.

I poeti, sosteneva Moravia ai funerali di Pasolini, nascono di rado e solitamente uno ogni secolo. Nelo Risi è uno di questi, anche perché sa: “che disarmato è il cuore / dove più la corazza è alta / tutta borchie e lastre, e come sotto / è tenero l’istrice”.

Andrea Breda Minello 

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