lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Scrive Alessio Caperna:
La cultura del garantismo
si sta spegnendo
Pubblicato il 17-09-2015


Salviamola noi socialisti

Il garantismo deve tornare al centro del dibattito e dell’agenda politica italiana, sì il garantismo e la sua cultura (siamo il paese di Beccaria), difatti è anche il garantismo che caratterizza il nostro giornale ed il Psi, per far sì che non accada(accaduto spesso, spessissimo in Italia) più che le piazze emettano le sentenze innalzando forche e manette, lanciando monetine, sostituendosi ai Tribunali, irrogando pene che non hanno mai fine, come di recente avvenuto per il caso Scattone, che ha dimostrato che in Italia le garanzie costituzionali, i diritti, le regole, sono sempre più a rischio estinzione, a causa di una visione forcaiola, illiberale, giacobina e populista della Giustizia, che sconfina poi nel senso di vendetta, di ordalia, insomma di barbarie, ovvero la negazione del Diritto e della Giustizia.

Non ripercorriamo in questa sede la nota vicenda di Giovanni Scattone, il quale ha completamente espiato la pena a lui irrogata, ma nonostante ciò imperversa ahimè un giustizialismo fondamentalista che sovente è quello stesso giacobinismo feticista che vede la Costituzione repubblicana come un feticcio immodificabile (eterno), mai perfettibile, però al contempo dimentica che la Costituzione contiene un articolo, il 27 che statuisce nel III comma: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Ovviamente a Scattone non era stata comminata la interdizione dai pubblici uffici, quindi nulla ostava allo ottenimento del posto di docente.

Ma la populistica ribellione dei social media, fomentata da certa stampa, si è sostituita ai Tribunali ed alle sentenze ed ha costretto Scattone a rinunziare alla cattedra scolastica.

Fine Pena mai.

Morte dello Stato di Diritto.

Un caso emblematico di populismo manettaro e demagogico che mostra l’antiumanità diffusa in Italia, sì scrivo di antiumanità perchè di questo si tratta, probabilmente, anche a causa di populismi vari, di antipolitica virale, l’Italia sta perdendo quel senso di umanità e di Giustizia che l’ha sempre caratterizzata, verso i lidi dell’anaffettività, stiamo diventando un popolo d’anaffettivi.

Poniamo quindi estrema attenzione al dilagare di fenomeni reazionari e populistici e da libertari e garantisti quali siamo gridiamo ad alta voce che la cultura del garantismo ci permea ed è quella cultura che ha come valore il rispetto delle garanzie per tutti gli esseri umani, che è per il diritto e non per la vendetta, per la giustizia giusta e non per l’arbitrio.

Anche il Vangelo, letto da un laico, ci dice che la folla sceglie sempre Barabba…”allora il Governatore domandò (alla folla) chi dei due volete che vi rilasci?. Quelli risposero Barabba! Disse loro Pilato: che farò, dunque, di Gesù chiamato il Cristo?Tutti gli risposero: Sia crocifisso. Ed egli aggiunse: ma che male ha fatto? Essi allora urlarono: Sia crocifisso.

Per questi motivi d’imbarbarimento collettivo vi è necessità di una cultura socialista liberale e libertaria, quindi garantista.

In conclusione riportiamo il pensiero di un mgistrato realmente garantista, ucciso barbaramente dalla mafia, Giovanni Falcone, il quale diceva che “ non si può investire della cultura del sospetto tutto e tutti, perché la cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, la cultura del sospetto è l’anticamera del khomeinismo”.

Alessio Andrej Caperna

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Commenti all'articolo
  1. La crisi del garantismo soffre del più generale abbassamento del livello di autoconsapevolezza della società italiana ed europea. Si è detto che il Sessantotto fu una crisi di crescita, derivante dall’ingresso nella scena pubblica della prima generazione dell’agiatezza post-bellica. La crisi in cui ci dibattiamo oggi è piuttosto una crisi di decrescita, in cui generazioni culturalmente ben attrezzate fronteggiano una diminuzione stabile dello stile di vita.
    Non è la stessa cosa gettare – sulla soglia della povertà – analfabeti oppure laureati. Chi ha come suo unico capitale i tre lustri di studio, è portato ad orientare i suoi comportamenti pubblici ed i suoi giudizi sociali anche sulla base dell’informazione che gli viene propinata.
    La qualità e correttezza di questa informazione è decisiva, soprattutto quando la tradizionale funzione delle élites è venuta meno: tramontata la classe o il ceto, la stampa ha dato in pasto a questa massa intellettualmente qualificata le mirabolanti cronache dell’antipolitica, come si darebbe la scatola del piccolo chimico ad un bimbo di cinque anni. La colpa di tutto è diventato la politica (o, come più ipocritamente si dice, la cattiva politica), spiegando il disastro del nostro Paese in termini di una gestione della cosa pubblica fatta di regole violate o assenti, di semantica giuridica contraria al buon senso, di veri e propri trucchi inventati per mantenere il potere: una narrazione che individua poche decina di migliaia di profittatori, alimentati dalle tasse estorte al cittadino, tasse ingiustificate dal nullo valore del pubblico servizio offerto dallo Stato e dagli altri enti territoriali; una narrazione non meno infondata di quella, con cui Benedetto Croce ridimensionava il fascismo come l’arrivo degli Hyksos, i popoli del mare che avevano invaso l’Egitto insediando una nuova classe e gettando in ischiavitù i sudditi del felice regno dei faraoni.
    Certo, senza la “disintermediazione dei corpi intermedi” – stigmatizzata da De Rita – tutto questo avrebbe soltanto alimentato la piccola setta degli antiparlamentarismi di destra e di sinistra che, nel nostro Paese, hanno avuto vita marginale (ma non rapsodica, percorrendo sotto traccia tutto il centocinquantennio di storia unitaria). Ma è un fatto che l’americanizzazione della composizione sociale del nostro Paese ha fatto tramontare una coscienza di classe o di ceto, e nessuno si è fatto avanti per individuare – nei nuovi interessi, pure presentissimi nella società postmoderna – una o più coalizioni sociali.
    Un ceto dirigente non c’è più e che la politica al tempo del web si sta risolvendo in una generale omologazione nel pensiero unico, anche a dispetto della propria appartenenza sociale. Se ognuno di noi è diventato un fascio di interessi plurimi – ognuno è lavoratore ma anche piccolo proprietario, è utente di servizi ma anche fruitore di beni indivisibili, è parte di relazioni solidali ma anche difensore della libertà individuale – non c’è più nessuno in grado di scomporre questo fascio, chiamarci ad un giudizio di prevalenza e riunirci intorno ad una credibile proposta di gestione dello Stato e di cambiamento della società.
    A farsi avanti sono giunti coloro che – sulla cultura media del lettore di blog prima ancora che dei giornali – hanno fatto fortuna nella divulgazione dello storytelling. Povera cosa, diremmo noi con sussiego cisposo? Eppure è su questa povera cosa che si è aggregato un movimento che oramai stabilmente esprime un quarto degli elettori del nostro Paese. Invece della lotta di classe, la proposta politica sta regredendo verso l’invidia di classe: alla fase infantile delle democrazie, quando tutto il problema di Babeuf o di Buonarroti era di identificare la classe agiata, individuarne i motivi di pubblica immoralità e scagliarvi contro il pubblico disprezzo e la pulsione populistica. Il cerchio con la classe degli Hyksos si chiude così: cinquantamila profittatori che vivono alla spalle di un paese buono e timoroso di dio. Lo si chiama ad una rivoluzione e invece – tra disobbedienze fiscali ed inviti a “deporre il casco” – si architetta una scimmiottatura delle sommosse del passato preborghese, destinata a ripetere le gesta di Cola di Rienzo, Savonarola o Masaniello. La “plenitudo temporum” risplenderà sul Belpaese solo quando la politica finirà e “le cose giuste” saranno fatte da un “buon governo”, in grado di capire “le cose che vanno fatte”: ma secondo me è qualcosa assomiglia tanto al “governo dei direttori generali” cui ogni tanto pensava la Buonanima.

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