lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il caso Meloni è sintomo
di una deriva autoritaria
Pubblicato il 04-09-2015


Normalmente i burocrati vengono descritti come impiegati senza capacità di duttilità e comprensione dei problemi della gente. Specie di robot programmati a far applicare fino alla paranoia le norme di legge e, pertanto, insensibili alle più elementari esigenze dei cittadini con i quali si dimostrano inflessibili affermando così il loro potere nella macchina dello Stato ai vari livelli. Ma ci sono burocrati e burocrati. E la differenza sta nel rapporto che essi hanno con quanti stanno sotto (i cittadini) e quanti stanno sopra (chi li dirige).

I primi si accontentano di martirizzare chi si presenta allo sportello del proprio ufficio, i secondi sono sempre alla ricerca del come, quando e quanto possono servire coloro dai quali dipende la loro posizione, il proprio mantenimento nel ruolo e addirittura la loro promozione a incarichi di maggiore prestigio. E’ quanto viene alla mente riflettendo sull’episodio denunciato da Giorgia Meloni destinataria di una volgare censura stile MinCulPop (Il Ministero della Cultura Popolare tristemente noto, durante il fascismo, per gli interventi censori).

Qualcuno può dire che si sta esagerando a paragonare l’attuale situazione italiana al fascismo del ventennio, ma quando si determinano situazioni che in Calabria vengono descritte con un efficace detto popolare “attacca ‘u sceccu undi voli ‘u patroni” (lega l’asino dove vuole il padrone) siamo già alla deriva autoritaria. E il caso dell’UNAR (Ufficio nazionale antidiscriminazione razziale) che intima alla Meloni di ‘cambiare toni’ pur avendo la stessa espresso correttamente il suo pensiero. Un caso, comunque, che è un segnale inequivocabile su cosa vuole Renzi ‘delicatamente’ descritto come ‘l’uomo solo al comando”, e volgarmente sottolineato dal dirigente dell’UNAR in questione (con sede a palazzo Chigi), tal De Giorgi, che ne è stato l’interprete fedele.

Del resto non scopriamo l’acqua calda a parlare di deriva e di tentativi autoritari. L’Italicum  e l’abolizione del Senato andavano in questa direzione. Con l’Italicum (non a caso paragonato alla funesta legge Acerbo che consolidò il potere fascista), il premio di maggioranza andrebbe alla lista maggiormente votata che significa che il placet alle candidature sarebbe appannaggio di chi controlla il partito vincente sia esso Renzi, Grillo o chiunque altro. Gli ‘infedeli’ o presunti tali (per usare un sostantivo maomettano) sarebbero inesorabilmente esclusi. Mentre gli inclusi sarebbero (povera Italia) servi ‘fedelissimi’, ma sciocchi, di chi li promuove.

Con l’abolizione del Senato, si liquida uno degli equilibri previsti dai padri costituenti (pesi e contrappesi) per difendere il regime democratico e con la sua eliminazione si facilita il controllo ferreo della maggioranza da parte di chi vince le elezioni. Il signor De Giorgi lo ha capito chiaramente e si è regolato di conseguenza legando l’asino dove fa piacere al padrone. Ma quanti De Giorgi ci sono in Parlamento, e a quanti aumenterebbero dopo l’eventuale selezione renziana?

Difendere oggi la Meloni dall’incredibile attacco censorio ricevuto significa difendere essenzialmente la democrazia traendo lezione dell’accaduto e riuscendo a capire quale regime ci attenderebbe se la deriva autoritaria, già oggi in nuce, non si dovesse riuscire ad arginarla definitivamente. Renzi e Mattarella devono intervenire senza alcun indugio anche perché l’UNAR non è nuova a iniziative incredibili che in passato le son costate una nota formale di demerito. Adesso è stata attentata l’autonomia e l’indipendenza di un rappresentante del popolo italiano e la nota non basta più. E’ necessario l’allontanamento immediato del solerte dirigente (sic!).

Giovanni Alvaro

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