venerdì, 2 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Scrive Luigi Mainolfi: Prima di fare il cambiamento bisogna studiarlo
Pubblicato il 10-09-2015


Ho letto con interesse la dichiarazione di un ex-Rettore della Federico II di Napoli, che ha richiamato alla mia mente un concetto appreso quando studiavo Morfologia Economica. Nelle prime lezioni, il Professore Palomba parlava del Confucianesimo, del Tao, dell’Ebraismo, del Buddismo, della Cabala, del Cristianesimo, del Paganesimo e di argomenti, utili a farci capire le culture dei popoli e le relative evoluzioni. Solo negli anni successivi, capii che senza quelle lezioni avrei brancolato nel cercare di capire gli eventi politico-economici e le relazioni tra le zone del mondo. Pochi mesi fa, nel confrontare le condizioni del Sud Europa con quelle del Centro Nord, alcuni politologi hanno affermato che le origini delle differenze risiedono nell’azione di Lutero,dei Calvinisti e degli altri movimenti riottosi nei confronti della Chiesa di Roma. A metà corso, si passava all’economia politica in senso stretto. Nel corso degli anni, ogni qualvolta cercavo di richiamare l’attenzione dei miei interlocutori sulle cause religiose, storiche e sociologiche delle differenze economiche tra i paesi, dovevo fermarmi per evitare di passare per un alieno. L’ex-Rettore ha detto: “Oltre alla tecnica, per orientarci nella società attuale, ci vuole una conoscenza di antropologia giuridica, di storia comparata delle Religioni, di analisi economica del diritto, ecc”. Questa esigenza era stata avvertita e considerata importantissima quando esplose la globalizzazione.
Menti aperte (non fedeli a ideologie) capirono che bisognava “Governare il Cambiamento” (Rimini 1982) perché il mondo stava diventando “l’oggetto misterioso del film 2001-Odissea nello spazio”(Martelli). Uno degli errori che si commettono è il pensare che con la globalizzazione, il mondo sia diventato una sola nazione e che la finanza non risenta della “identità degli Stati”. Anche il problema dei migranti viene affrontato con la convinzione di agire in un mondo mono-culturale. Quando sento i dibattiti televisivi, mi rendo conto che il binomio mercato –borse (con i relativi Indici) rappresenta la bussola, quasi religiosa, per molti partecipanti, i quali non si rendono conto di confondere la causa con gli effetti. Pechino ha scatenato la repressione contro i trader e i blogger, ritenendoli responsabili di un attacco alla crescita economica.
Per una buona comprensione degli eventi, non si possono trascurare, nemmeno, le ragioni delle accuse indiane contro Google, che ricordano quelle mosse dall’Europa contro il numero uno dei motori di ricerca. Siamo in presenza di una guerra commerciale e, quindi, economica, fatta con armi sofisticate. I rapporti commerciali tra i Paesi vengono influenzati da attori che agiscono in modo parallelo agli Stati, senza essere preventivamente controllati. Oggi, molti esponenti della classe dirigente si trovano in un labirinto politico – economico e , senza il filo di Arianna, non sanno cosa dire, né cosa fare. Vengono chiamati a “coppe e rispondono a bastoni”. Nenni, nel 1968, affermava “Quello che avviene lontano da noi, ha conseguenze su di noi” e “Gli accordi tra Stati sono fragili, come lo stelo di un fiore”. Con quale faccia tosta, i nostri governanti banalizzano situazioni che derivano da cause profonde.
Mentre in Italia siamo tornati a “battiam, battiam le mani che arriva il Direttore”, in Gran Bretagna 30 economisti appoggiano un candidato alla leadership del Partito Laburista, perché, nel suo programma, c’è un ritorno alle nazionalizzazioni. Queste vengono considerate uno strumento efficace per resistere alle turbolenze della globalizzazione. Sono trenta pazzi o trenta teste pensanti, che hanno capito la pericolosità del Mercatismo (degenerazione del concetto di Mercato) . Noi, invece, abbiamo il terno 14-17-22, Salvini, Renzi e Grillo ( ‘O mbriaco, ‘A disgrazia e ‘O pazzo). Il 55, Berlusconi (‘A musica e Tocco Caudio) non suona più.

Luigi Mainolfi

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