domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

“The Impossible”
con Naomi Watts:
uno tsunami su Rai Uno
Pubblicato il 02-09-2015


Naomi Watts nel film "The Impossible"

Naomi Watts nel film “The Impossible”

Un film che ha la stessa potenza esplosiva di uno tsunami, il tema di cui parla principalmente. La realizzazione dell’impossibile, un quasi miracolo che si avvera, grazie anche alla bravura dei due attori principali Naomi Watts e Ewan McGregor. E soprattutto del piccolo Tom Holland. I tre interpretano i protagonisti del film “The Impossibile”, per la regia di Juan Antonio Bayona, andato in onda su Rai Uno domenica 30 agosto. Del 2012, arrivò in Italia un anno dopo. Ispirato ad una storia vera, parla di una famiglia divisa dallo tsunami del 2004 nell’Oceano Indiano, che riesce a ritrovarsi. Per la sceneggiatura di Sergio G. Sánchez. Il film inizia proprio mostrando il momento in cui, il 26 dicembre 2004, uno tsunami, provocato da un terremoto di magnitudo 9,3 della scala Richter, si abbatté sulle spiagge della Thailandia causando migliaia di vittime. Con l’attendibilità di un documentario, riesce a trasferire più pathos e più drammaticità proprio grazie alla narratività melodrammatica della storia raccontata attraverso gli occhi del più grande dei tre figli della coppia formata da Maria (Naomi Watts) e da Henry (Ewan McGregor): Lucas (Tom Holland).

Nessun aspetto è trascurato. Dalla lotta per la sopravvivenza che si insatura nelle vittime colpite dalla foga con cui quest’onda gigantesca si è abbattuta su di loro, senza lasciare loro il tempo di reagire poiché è stata questione di pochi secondi. Al senso di solidarietà e di unione profondo che nasce, al contempo, spontaneo tra di esse; per cui è naturale anche la condivisone di quel poco che si ha, anche fosse una lattina d coca-cola o un telefonino per avvertire e fare una chiamata ai parenti lontani. Non manca certo il dramma, molto dignitoso, di forte spirito di sopportazione, di chi cerca i propri cari con disperazione per cui si grida più che il dolore il nome dei propri affetti; ma fa eco anche l’alacre attivismo degli ospedali da campo dove ognuno porta il proprio aiuto e contributo. Per cui Maria insegna al proprio figlio quanto sia importante il suo impegno nel soccorrere chi è più bisognoso: un piccolo bambino orfano, quanto aiutare un coetaneo che ha perso e sta cercando suo padre a ritrovarlo. E così un posto da sogno, meta turistica che ha da sempre affascinato molti visitatori, diventa un posto da incubo. Tuttavia, non viene meno l’umanità che si riesce a costruire nella disumanità della situazione scaturita dalla violenza della natura che si è scatenata in maniera improvvisa e vorticosa. Consapevoli della medesima sorte che ha afflitto e colpito tutti. Non è casuale che molti malati abbiano le stesse ferite simili, che li accomunano ancor di più nella sventura che è uguale per tutti.

Alla paura per lo spavento di tale potenza esplosiva dello tsunami, seguono la commozione e la tenerezza dei dialoghi ricchi di umanità dei personaggi. Si raccontano come il momento più brutto per un padre o un genitore sia stato non l’impatto con l’acqua che trascina e inghiotte, quanto rendersi conto di essere rimasto solo, di aver perso i suoi figli. E poi particolarmente forte il momento del riconoscimento dei corpi, delle barelle su cui vengono sistemati i malati e feriti, quasi a creare veri e propri cimiteri a cielo aperto fuori degli ospedali da campo, incutendo un senso di morte e di dolore incombenti che molta drammaticità ed intensità danno al film. E poi i trasferimenti nel più vicino ospedale di Singapore perché, nella lotta alla sopravvivenza ci si è arrangiati come meglio si poteva, ma non si dispone di tutti i mezzi e gli strumenti necessari per curare meglio e dare tutto il necessario ai feriti. L’ospedale specularmente rispecchia e richiama l’idea della vita nella giungla in cui occorre lottare per salvaguardare la propria esistenza.

I paesaggi circostanti ricordano questa “giungla” naturale e metaforica. E il trasferimento in aereo all’ospedale di Singapore significa nuova speranza di continuare la propria vita lasciandosi alle spalle questa brutta, tragica ed atroce esperienza, rimanendone però segnati per sempre. Ciascuno a suo modo. In senso opposto a cui si era volato verso una meta da sogno, allo stesso modo si vola verso un futuro nuovo e diverso, cambiati, maturati, cresciuti soprattutto emotivamente e moralmente con esperienze di vita che sanno di profonda umanità appunto: la forza e il sostegno di un abbraccio, di un pianto o di una gioia condivisi per portare speranza dove fino a poco prima c’era disperazione. Questo è il vero miracolo, il vero impossibile che diventa impossibile. Non tanto la ricostruzione dopo la distruzione della natura, ritenuta una missione o un’impresa impossibile. I beni materiali di fronte alle perdite umane diventano nulla.

Barbara Conti 

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