giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Una democrazia svuotata
Pubblicato il 04-09-2015


Stati Uniti, anni Trenta. La scena raffigurata nel quadro si svolge in qualche parte dell’America profonda. Una piccola sala riunioni. E un uomo che si alza e comincia a parlare. Non è un professionista della politica. E’un “quisquam de populo”: Una persona vestita in modo dimesso. Un “lavoratore del braccio”. Non sta chiedendo qualcosa. Sta esponendo un problema. Per capirlo meglio. Il suo eloquio è probabilmente incerto. Cerca le parole ma le dice con intensità. Un’intensità uguale all’attenzione con cui viene ascoltato. Da gente che sta dietro al tavolo degli oratori ma che appartiene al suo stesso mondo.
Il pittore si chiama Hopper. Uno dei tanti intellettuali mobilitati da Roosevelt a sostegno del “new deal”. E il tema del suo quadro è “la democrazia”.
La democrazia come diritto alla parola e all’ascolto. Per arrivare alla condivisione. Non un appuntamento che ricorre ogni tanti anni. Ma una pratica quotidiana; un metodo per arrivare a decisioni collettive e a comportamenti solidali; e che parte dal basso e dal piccolo per costruire una società solidale.

Gli americani degli anni Trenta – poveri ma ricchi di energie e di speranze – guardavano a quel quadro con emozione. Perché rappresentava, anche se in modo simbolico, un mondo per loro familiare. Nell’Italia di oggi (e non solo) quel quadro sarebbe visto come una roba da museo. Così come il dipinto di Pelizza da Volpedo, la parola “compagno” o, per dirla tutta, lo stesso richiamo ufficiale ai “cittadini”.
Oggi, la democrazia non è più rappresentabile. Si vedono ancora gli uomini sul palco, molto più numerosi, uomini in uniformi diverse, ma molto simili tra loro; persone che forse si accapigliano o magari si abbracciano, ma che non guardano verso la sala, perché nella sala non c’è più nessuno. Abbondano, e come, ricette e risposte; manca il confronto perché nessuno sembra più interessato a fare le domande.

Fuor di metafora, una democrazia che sta morendo. E non per la presenza di qualcuno intenzionato a distruggerla con l’uso della violenza ma, piuttosto, per la assenza di molti non più interessati ad avvalersi dei suoi strumenti: a partire dall’esercizio del diritto di voto.
In Italia il processo è in stato avanzato. E particolarmente nei grandi centri e nelle regioni del Mezzogiorno.
Tornando alla nostra metafora, oggi almeno in Italia un nuovo Hopper non avrebbe la minima possibilità di riproporci quel quadro. E per il semplice fatto che l’uomo che parla e la tribuna che l’ascolta non sono più presenti nella sala. O, detto in altro modo, non c’è più una sala in grado di rappresentarli.

Manca, innanzitutto, la tribuna. Perché non è più l’espressione di ci sta in sala: è la tendenza all’eliminazione delle strutture elettive, sostituite, in un disegno che non ha né capo né coda, da istituzioni che non sono né autorevoli né efficienti. Perché non è in grado di fornire risposte né di assumere decisioni. In un generale processo di centralizzazione delle medesime, la loro correttezza sarà garantita da un giudice, la loro efficacia da un tecnico, il loro contenuto dal privato committente. E, infine, perché la tribuna è oggi, accuratamente nascosta da una tenda. Così, in un ambiente protetto, politici di diverso orientamento potranno realizzare tranquillamente il vero consociativismo: quello costruito intorno agli affari e alla necessità di auto perpetuazione di sé medesimi.

Intendiamoci: al pubblico in sala è, teoricamente data la possibilità di farsi sentire e di capire quello che succede. Ma solo teoricamente: perché i partiti hanno completamente perso il ruolo di interpreti e di promotori di esigenze della collettività e perché la “trasparenza”, tanto strombazzata, si riduce, alla fin fine, alla possibilità di guardare dal buco della serratura. Quanto basta per conoscere il colore delle mutande o la dichiarazione dei redditi del politico, ma non per capire cosa sta avvenendo al di là della tenda. A partire dal grande assente: il controllo pubblico non dell’entità, ma della qualità della spesa.
Senza tribuna però, niente pubblico. I soddisfatti, che ci sono, voteranno per chi credono. Gli altri, che sono la maggioranza, si asterranno o si esprimeranno a favore di chi è sempre stato fuori dal sistema.
Come ricostruire, allora, il rapporto descritto da Hopper ? Con le liste civiche. Perché i diritti o si conquistano con le proprie forze o non si ottengono. E perché per riappropriarsi il diritto di parola sui destini della nostra piccola o grande collettività- formulando proposte ma con un altro modo di fare politica- occorre ripartire dal “pubblico in sala”. E da nessun altro.
Alberto Benzoni

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Commenti all'articolo
  1. Il pessimismo che trasuda da questo scritto è largamente condivisibile. Mi sfugge però la logica della soluzione proposta. Perché mai le ‘Liste civiche’ dovrebbero essere e comportarsi in modo diverso da ciò che hanno fatto, sovente ma non sempre, i partiti? A meno di non considerare le Liste civiche come rassemblemant di partiti e movimenti, insomma la stessa zuppa in una nuova scodella. Una soluzione questa possibile, all’insegna del pragmatismo, per aggirare i tanti ostacoli (della comunicazione soprattutto che privilegia stupidamente solo ciò che è ‘nuovo’), ma si tratta di forma e non di sostanza.
    D’altra parte non mancano gli esempi di innovatori che hanno presentato progetti innovativi, ma che si sono ben presto rivelati (Lega, Forza Italia, IdV, PD, e tra poco, anche l’M5s), ben poco dissimili dagli ‘altri’. Continuo a ritenere che l’individuo giochi un ruolo fondamentale e che debba essere il primo a cambiare se stesso se vuole cambiare gli altri e che è inutile perdere tempo a costruire nuovi contenitori di assai incerta destinazione, consumando tempo e risorse. Allora meglio dedicarsi a quello che c’è.

  2. caro Benzoni, da vecchio riformista che viene dal PCI condivido l’analisi ma per la sintesi direi qualcosa di più. Senza mitizzare, l’umanesimo socialista resta la risposta migliore anche alla crisi di anomia delle odierne società liquide. Certo le tendenze ‘goveranivistiche’ da Reagan a Renzi non aiutano né la democrazia parlamentare né il ruolo insostituibile dei corpi sociali intermedi. Per questo dobbiamo avere coraggio e lavorare anche qui per una linke allargata e un ulivo 2.0. Che comprenda sia le forze sociali (con le inevitabili contraddizioni ‘in seno al popolo’) sia le forze sparpagliate oltre il PD. Definire tre/quattro driver su cui innestare le strategie: rilancio keynesiano, cultura, made in Italy e green economy. Il PSI potrebbe fare molto ma per favore basta subalternità al renzismo (e andare oltre i residui di craxismo presenti). Respingere Italicum e il senaticchio dopolavoristico renzusconiano per cominciare..E se possibile votare subito col consultellum per una vera Costituente.

  3. Anche io sono del parere di lottare con quello che c’è; poi tutti quelli che abbandonano il pd sono Socialisti? Per me appartengono alla generazione o sono figli di quella generazione così bene descritta dab P.P.Pasolini durante il ’68 nostrano che non ha nulla a che vedere con il ’68 parigino. Credo che l’unica soluzione per uscire da questa impasse melmosa sia q

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