lunedì, 5 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Una riforma senza maggioranza
Pubblicato il 24-09-2015


In una intervista al Corriere della Sera la senatrice Finocchiaro commenta l’iniziativa degli 85 milioni di emendamenti presentati da Calderoli definendola, come darle torto, “una caricatura della democrazia” che ridicolizza la ‘funzione emendativa’.
Giusto perché il senatore leghista porta alle estreme conseguenze la logica del ‘filibustering’, ovvero dell’intralcio organizzato e sistematico dei lavori parlamentari come forma estrema di opposizione democratica, ma amplificandola a dismisura con artifici tecnici. Una modernità bastarda detta legge: non sono più questi infatti i tempi degli interventi fiume costruiti sulla resistenza fisica dell’oratore, ma piuttosto quelli degli algoritmi, capaci di generare un fiume di parole con un click del computer.
Però anche il comportamento della maggioranza qualche dubbio sulla correttezza sostanziale della sua azione parlamentare sulla riforma del Senato lo solleva.

Si può intervenire così pesantemente sul testo della nostra Carta fondamentale basandosi unicamente, o quasi, sulla forza dei numeri, cioè facendo approvare il nuovo testo con una maggioranza parlamentare risicata che è il frutto di una legge elettorale emendata dalla Corte proprio per la sua irragionevolezza?
Non è un caso se lo scontro più duro è avvenuto al Senato dove il ‘porcellum’ assegna il premio di maggioranza a livello regionale e non nazionale e il Governo è di conseguenza assai più debole che non a Montecitorio.
Una debolezza che favorisce l’emergere di ardite acrobazie politiche, quali quelle compiute da spezzoni del vecchio Polo delle Libertà, attorno a statisti della levatura di Denis Verdini e Angelino Alfano, alla testa di manipoli di parlamentari che quasi sempre rappresentano solo se stessi o qualche ridotto coagulo di interessi.

Sembra secondario il fatto, ma non lo è per nulla, che alle ultime elezioni la coalizione ‘Bene Comune’, imperniata sul Partito Democratico, abbia ottenuto meno di un terzo dei voti su una platea che ha superato di un soffio i tre quarti degli aventi diritto e che anche raccogliendo attorno a sé ‘stampelle’ di vario genere e provenienza non arriva dunque a rappresentare neppure alla lontana il 50 per cento più uno degli elettori.

Va bene, obietterà qualcuno, ma poi c’è il referendum che dà la parola al popolo; la democrazia è salva!
Macchè, manco per niente perché un conto è esprimersi attraverso il mandato parlamentare nel processo di costruzione di norme così importanti, un altro essere costretti con un Sì o con un No al ‘giudizio finale’, a una sorta di ordalia per cui o tutto resta così com’è per chissà quanto oppure si fa un salto nel buio sperando che la riscrittura della Carta non ci conduca a stare peggio di prima.
E non solo, perché tutti sanno che il referendum sarà sulla vita o sulla morte (politica) dell’attuale presidente del consiglio Matteo Renzi e in subordine dell’intera legislatura. Dunque un referendum ‘truccato’ in partenza che non dirà affatto la verità sulle intenzioni degli italiani in merito alla riforma costituzionale, ma piuttosto sancirà solo la vittoria di una tifoseria sull’altra.
Non era meglio un’Assemblea Costituente?

Carlo Correr

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento