Conferenza programmatica – Enrico Buemi – Le istituzioni della democrazia: aprire una grande stagione costituent

Enrico BuemiLe istituzioni della democrazia: aprire una grande stagione costituente

(Gruppo di lavoro con Marino Bianco, Giampiero Buonomo, Luigi Capogrossi, Pio Marconi, Vincenzo Iacovissi, Giorgio Panizzi, Gianrico Ranaldi)

La seconda Repubblica non ha dato vita ad un sistema politico stabile. Fra le cause c’è sicuramente il deficit di cultura politica che ha caratterizzato entrambi gli schieramenti che, almeno fino al 2013, si sono fronteggiati. Ma c’è anche l’incoerenza dei meccanismi istituzionali, che resta tale anche dopo il superamento del bicameralismo paritario.
La creazione del Senato delle autonomie non appare collimante con le modalità con cui opera il modello tedesco del Bundesrat, che è l’organo attraverso il quale i Länder partecipano alla legislazione ed alla amministrazione federale (nonché agli affari dell’Unione europea) e che al suo interno contempla il mandato imperativo rispetto alle istruzioni provenienti dagli Esecutivi regionali.
Inoltre la sostanza dello status costituzionale della Camera alta deriva principalmente dal suo diritto di codecisione, che se correttamente valorizzato comporterebbe il subentro nelle funzioni della conferenza Stato-regioni e, in prospettiva, la parlamentarizzazione del contenzioso costituzionale tra Stato e regioni.
Restano poi da regolare:
• l’ampiezza della cessione di sovranità nei confronti dell’Unione europea, che non può essere  definita solo dall’articolo 11 o dall’articolo 81 riformato;
• la razionalità degli assetti del potere locale, che non si può determinare solo con l’abolizione delle province;
• l’omogeneità fra sistemi elettorali locali e sistema elettorale nazionale, senza la quale si incentiva il cacicchismo anche in seno ai partiti;
• l’esondazione del potere giudiziario, che probabilmente è contenibile con legislazione ordinaria in relazione alla carcerazione preventiva ed alle intercettazioni, ma che richiede la partenza di una revisione costituzionale che si estenda, stavolta, anche al titolo IV della parte seconda della Costituzione;
• la legislazione di sostegno a favore dei partiti, che non può ridursi al taglio del finanziamento pubblico e che va inserita in un contesto di progressiva attuazione dell’articolo 49 e di disciplina delle attività di lobby, incrementando anche le guarentigie della politica mediante un ripensamento dell’articolo 68 della Costituzione.
Ce n’è abbastanza per aprire una grande stagione costituente. E  ce n’è abbastanza anche per revocare in dubbio il ruolo svolto dall’ingegneria elettorale nel ventennio, se è vero che avere troppo privilegiato il criterio della governabilità rispetto a quello della rappresentanza ha fatto sì che nove milioni di elettori, insoddisfatti dell’offerta politica, abbiano votato per Grillo (per non parlare degli astenuti).
Perciò proponiamo:
la modifica della legge elettorale per la Camera dei deputati ripristinando il premio di maggioranza alle coalizioni;
la riforma delle leggi elettorali locali per omogeneizzarle alle legge elettorale nazionale;
la revisione della forma di governo delle Regioni e degli enti locali, oggi di fatto presidenziale;
la riforma della legge elettorale per il Csm;
la revisione della legge Bassanini per riequilibrare il rapporto tra dirigenti della pubblica amministrazione ed autorità politica;
l’abrogazione della legge Severino;
l’approvazione di una legge applicativa dell’articolo 49 della Costituzione;
l’accorpamento di tutti i comuni inferiori ai 5mila abitanti.
Aggiungere: costi standard obbligatori per le regioni; revisione (o abrogazione) degli Statuti regionali speciali; debat public obbligatorio per le grandi opere; regolamento delle lobby; piano per la digitalizzazione dei servizi pubblici.


I suggerimenti legislativi:

La prosecuzione della “sessione costituente” – intrapresa da questo Governo – deve avvenire mediante le seguenti misure di completamento dell’architrave riformistico:

I) DI RANGO COSTITUZIONALE:

a) riforma del titolo IV della Costituzione, mediante l’unificazione delle Giurisdizioni, la diversa organizzazione della carriera requirente da quella giudicante, con maggiore gerarchizzazione della prima (vedi Atto Senato n. 1179) e con criteri trasparenti per la non obbligatorietà dell’azione penale (vedi articolo 2 comma 1 lettera f) dell’Atto Senato n. 1155);

b) metodologia del sorteggio per la scelta del Csm (vedi Atto Senato n. 1547);

c) revisione (e/o abrogazione) degli Statuti regionali speciali, riportando a diritto regionale comune le previsioni non dettate dall’adempimento di trattati internazionali;

e) revisione della forma di governo delle Regioni e degli enti locali, oggi di fatto presidenziale;

f) accorpamento di tutti i comuni inferiori ai 5mila abitanti, con procedura alternativa al coordinamento di area vasta, non rimessa alla libera scelta degli enti interessati, ma derivante da una valutazione oggettiva degli ambiti ottimali di esercizio delle funzioni pubbliche promossa dalle Istituzioni centrali. Tale procedura coattiva, a partire dalla modifica dei confini comunali nei casi di eccessiva polverizzazione municipale, potrebbe estendersi alla revisione dei confini regionali (vedi ordine del giorno G30.200 testo 2 Ranucci accolto dal Governo all’Atto Senato n. 1429-B) valorizzando anche il ruolo del nuovo Senato come organo di concertazione politica (tra i diversi livelli di governo del territorio) e prevenzione del contenzioso costituzionale;

g) sottrazione di Roma capitale alla normativa dei comuni, con diretto impegno dello Stato nella gestione amministrativa.

II) CON LEGGI ORDINARIE:

·  modifica della legge elettorale per la Camera dei deputati ripristinando il premio di maggioranza alle coalizioni;

· riforma delle leggi elettorali locali per renderle omogenee alla legge elettorale nazionale;

· l’abrogazione del decreto Severino, riportando al sistema interdittivo le incandidabilità e le decadenze dagli organi elettivi (vedi Atto Senato n. 1054);

· approvazione di una legge applicativa dell’articolo 49 della Costituzione che, sul modello del ParteienGesetz tedesco, vincoli un nuovo sostegno finanziario pubblico ad un ordinamento interno democratico e ricorribile al giudice in caso di violazioni statutarie;

· regolamentazione delle lobbies (vedi Atto Senato n. 643) e del conflitto di interessi (vedi Atto Senato n. 1319);

· revisione della legge Bassanini, per riequilibrare il rapporto tra dirigenti della pubblica amministrazione ed autorità politica prevedendo una valutazione negativa, ai fini della retribuzione di risultato dei dirigenti di tutti gli organismi, amministrazioni o enti pubblici:

1) per gli atti illegittimi istruiti;

2) per la violazione dei costi-standard (che vanno resi obbligatori per le regioni: vedi emendamento 7.0.8 all’Atto Senato n. 1577);

3) per la mancata attuazione del debat public (che va reso obbligatorio per le grandi opere);

4) per la violazione delle regole sulla trasparenza degli atti e degli emolumenti (vedi Atto Senato n. 1447);

·        piano per la digitalizzazione dei servizi pubblici (vedi emendamento 1.18 e 1.0.1 all’Atto Senato n. 1577);

·        separazione tra attività bancaria ed attività di impresa destinataria del credito.

Conferenza programmatica Psi – Riccardo Nencini – Liberi nelle scelte

CONFERENZA PROGRAMMATICA PSI – Roma, 30-31 ottobre 2015

Abstract Relazione di Riccardo Nencini

Oggi parleremo agli italiani del futuro. Al congresso, imminente, parleremo di noi.

Siamo di fronte a un cambiamento di scenario planetario: il passaggio dalla società industriale alla società tecnologica. Papa Francesco ha addirittura parlato di ‘cambiamento d’epoca’.

Tra la Conferenza di Rimini e la Conferenza di Roma, l’Italia – con l’Europa e il mondo – ha subito una profonda mutazione.

Chi eravamo, chi siamo.

1982: crescita travolgente del terziario, fine dell’emergenza terroristica, superamento del compromesso storico e dell’egemonia Dc, ruolo centrale dei partiti, ripresa economica, speranza europea con Maastricht alle porte, Yalta scalfita ma in piedi, assenza problema migranti, desiderio di governi stabili, forte partecipazione al voto.

2015: rivoluzione tecnologica in corso, globalizzazione al galoppo, crisi UE, tramonto della repubblica dei partiti, ondate di populismo diffuse, in ombra la società civile, marcate diseguaglianze, crisi del ceto medio, leggero vento di ripresa, astensionismo radicato.

Si è passati da una società strutturata alla società della solitudine e della sopravvivenza, la società molecolare.

La sinistra italiana raramente ha anticipato e governato il cambiamento: non nel primo dopoguerra, non negli anni Novanta – solo il PSI, nel decennio precedente, intuì e propose. Rara eccezione alla fine degli anni Cinquanta, quando si prepara il governo di centrosinistra.

La società tecnologica è più veloce, più superficiale, più anonima. Sommata alla finanziarizzazione dei mercati e ai nuovi stati emergenti, provocherà sommovimenti radicali.

La svolta va affrontata innanzitutto da un’Europa rinnovata radicalmente. Poi viene l’Italia.

La Seconda repubblica è un naufrago, spiaggiato sulla frontiera Berlusconi/anti-Berlusconi è in questo periodo che si acuisce la crisi della politica e delle istituzioni che hanno intessuto un’idea di nazione. Poche le riforme di rilievo, molte le crisi. Tra il 1994 e il 2008 due schieramenti condizionati dalle forze estreme: nel 1994 la Lega provoca la caduta di Berlusconi; nel 1996 vince Prodi con la Lega fuori dai poli e Prodi cade a causa di Rifondazione Comunista; nel 2006 Prodi vince di nuovo ma cade di nuovo a causa di Rifondazione Comunista; dal 2013 Italia senza una maggioranza ‘di parte’ e senza una maggioranza scelta dagli elettori.

In Italia si sono accentuate tendenze tipiche delle società contemporanee. Ma altrove la politica tiene, qui è in letargo. Altrove vive un sistema di partiti, qui i partiti sono deboli.

– democrazia rappresentativa insufficiente

– verticalizzazione delle decisioni

– crisi della società di mezzo

– populismo

– eccesso di presentismo e mancanza di strabismo, di un’idea lunga di governo della complessità

– evoluzione destra e sinistra in dentro/ fuori: chi ha lavoro e chi no, chi ha garanzie sindacali e chi no, chi ha una famiglia e chi no, chi nasce nel posto giusto e chi no.

In pochi anni si è passati attraverso tre sistemi: proporzionale ‘condizionato’ dal fattore K, bipolarismo acerbo e infine tripolarismo anomalo.

Oggi si manifestano due tendenze in contrasto: partiti riformisti con un leader forte e due poli – Destra e Cinque Stelle – che estremizzano le loro posizioni.

Non va assolutamente escluso che alle prossime elezioni politiche vi sia uno scontro Renzi/Grillo: sistema e antisistema.

È palese, invece, la crisi del patto sociale attorno a cui l’Italia si è ricostruita dopo il secondo conflitto mondiale. Il patto venne siglato grazie a un welfare ricco che dagli anni Settanta viene alimentato con il debito di bilancio, grazie al raccordo tra città e campagna, grazie a una ramificata pubblica amministrazione, grazie a una crescita economica vertiginosa che generò una classe media diffusa. Nessuno di questi fattori ha la stabilità di un tempo: più povertà, più divario nord/sud, maggiore ricchezza apicale, dispersione dei corpi intermedi. Dominano paura e insicurezza, latita una missione condivisa. ‘Il permanente plebiscito dei mercati ha sostituito il plebiscito delle urne’ – ha sostenuto a ragione Hans Tietmeyer, presidente della Bundesbank) Una sinistra che pensasse a uno stato sociale alimentato dal debito pubblico e che non si occupasse di creare ricchezza da redistribuire sarebbe completamente in fuori gioco.

Priorità: recuperare il tempo perduto e tracciare una rotta durevole. Lo dico con Jean Monnet: ‘quello che conta non è essere ottimisti o pessimisti ma determinati’.

Da qui la necessità di convocare un Congresso straordinario del Pse. A problemi comuni, soluzioni condivise.

Il parlamento attuale è l’immagine della fine di un ciclo. Eppure, come sostiene Sabino Cassese, qualcosa si muove, soprattutto sotto la spinta del governo.

Il Presidente del Consiglio non gioca affidandosi a coordinate tradizionali. Ha coraggio e muove in campi considerati in passato scomodi da certa sinistra e da certo mondo cattolico. Su giustizia e diritti civili abbiamo incontrato sulla nostra strada prima Renzi di tronfi alfieri del progresso.

Ma se Renzi puntasse all’autosufficienza, incorrerebbe nell’errore fatto da Veltroni, se non altro perché il trasformismo parlamentare non diventerà trasformismo elettorale (i tanti gruppi in parlamento sono amebe nei territori. Parlamentari eletti in F.I. presenti in cinque gruppi tra Senato e Camera totalizzeranno un coriandolo dei voti raccolti dal loro vecchio partito).

Il 2016 sarà l’anno decisivo: vero test politico tra elezioni amministrative e referendum sulla riforma del senato. Il voto sarà politico perché nelle metropoli si fissa il livello di sviluppo di una nazione. Troppi Marino e troppi Nogarin eletti a sindaco dubito favoriscano l’Italia.

La risposta non è il Partito della Nazione, di cui tanto si parla ma di cui Renzi non ha mai parlato, ma una ‘missione Paese’ spinta da un riformismo sfrontato. La missione richiede passione, un ‘patto tra territori’ e un nuovo ‘patto generazionale’. Insomma, una strategia.

La domanda che dobbiamo farci – parlo ora dei socialisti – non è dove stare ma come stare nella sinistra riformista. Io dico: leali nell’alleanza, liberi nelle scelte. Non esiste un atto del governo che non abbia conosciuto nostri emendamenti: scuola, senato, legge elettorale. Alcuni promossi, altri no. Sulla legge di stabilità, le modifiche apportate a cancellazione della Tasi e in materia di gioco d’azzardo portano la nostra firma. Omicidio stradale e codice appalti, divorzio breve e misure sulla giustizia, provvedimenti sulla casa e sulla cultura vanno annoverati tra le iniziative intraprese dai socialisti in Parlamento.

Dobbiamo ‘rassettare’ il territorio fino dalle amministrative. Dobbiamo farlo in alleanza con i civici, con i cattolici democratici, con chi rappresenta la cultura laica. A partire da Roma. In alleanza col Pd. In alleanza, non nel Pd.

Un errore, infine, affiancare i socialisti alla sinistra radicale. Tradiremmo la storia dell’ultimo mezzo secolo e ci infileremmo, per il futuro, in un collo di bottiglia senza via d’uscita.

Obiettivo: tornare nelle grandi città dalle quali manchiamo dal 1990 ( con qualche eccezione dovuta alla presentazione di liste senza il nostro simbolo salvo Napoli).

Avanti! e Mondoperaio dovranno aprirsi ai senza patria del riformismo italiano e la Fondazione Socialismo diventare la scuola della sinistra del cambiamento.

Sottolineo alcune delle proposte avanzate dai gruppi di lavoro.

1. COMPLETARE LA RIFORMA DELLE ISTITUZIONI E CAMBIARE LA LEGGE ELETTORALE

Ricordate i casi Acerbo nel 1923 (535 deputati di cui 37 fascisti) e il Mattarellum nel 1994? Leggi elettorali pensate per favorire prima i liberali e nel secondo caso i Popolari e Segni. Sappiamo come è andata a finire. Né vale il monito di Parisi: ‘Se cambia il premio di maggioranza si torna al centrosinistra col trattino’. No, non torniamo ai dieci microfoni al Quirinale. Spalmare il premio di maggioranza sulla coalizione vincente non è solo giusto ma utile. La coalizione riformista sarebbe composta da pochissime forze e per di più senza la presenza di partiti massimalisti.

Per stare nella globalizzazione servono reti territoriali più larghe, quindi più autorevoli e in linea con le piattaforme di sviluppo economico: fusione piccoli comuni, via enti territoriali superflui, revisione specialità regionali, riforma titolo V. Ma soprattutto forme di democrazia diretta per rendere vitale il nostro sistema. Montesquieu temeva i pericoli autocratici ma nessuno aveva previsto un così forte allontanamento dei cittadini. Utili il voto ai sedicenni nei comuni, il referendum non solo abrogativo, le debat publique, le primarie regolate, il sorteggio per il CSM, l’elezione diretta dei vertici delle città metropolitane (dalle città transita il futuro: come nelle città medievali, una sorta di frontiera per la sperimentazione, la cultura, l’impresa ), la gestione in comune di progetti tra regioni (art.117 della Carta già lo consente).

2. LE MIGRAZIONI: migranti non sono gli emigranti. Si spostano con le loro tradizioni, i loro costumi, le loro identità. Il fenomeno sarà duraturo. Non lo si affronta né con gli Accordi di Dublino né con certa xenofobia dilagante e nemmeno con certo multiculturalismo etnico che ha contraddistinto una parte della sinistra. Dobbiamo fermarci al monito mazziniano della combinazione diritti/doveri: multiculturalismo si ma non lesivo dei diritti delle persone. né tribunale della sharia né matrimonio coatto né infibulazione né diversità uomo-donna. Favorire l’inserimento dei profughi anche attraverso il loro impiego in lavori utili per la comunità che li ospita.

3. LE LIBERTÀ: a Milano vive già una maggioranza di nuclei familiari cosiddetti atipici. La tendenza si manifesta ovunque. C’è troppa ansia di mediazione in tema di diritti. Da qui immobilismo. Corte Costituzionale e Cedu obbligano l’Italia a decidere in fretta. Riconosciuto il diritto fondamentale ‘a vivere liberamente una condizione di coppia ottenendone il riconoscimento giuridico’. Il parlamento italiano se ne occupi con carattere di priorità.

4. UN’ALTRA EUROPA: necessaria perché Maastricht è stato indebolito da quattro fenomeni: una lunga crisi, euro dissociato dall’oro e dalla sovranità, globalizzazione che ci ha trovati impreparati (Europa con 7% popolazione e 50% welfare), allargamento. Ironia della storia che l’unione monetaria pensata per fare l’Europa ora la stia demolendo. Siamo di fronte a due economie: quella mediterranea ( crescita legata alla domanda interna e stimolata da inflazione e sorretta da alto deficit pubblico. Da qui pace sociale ma perdita di competitività internazionale) e quella nordeuropea (più competitiva sui mercati esteri e con politiche monetarie più rigide). Il risultato: conflitti laceranti.

La via d’uscita è un’Europa federata, coesa in politica estera e nelle politiche economiche. L’alternativa è la fuoriuscita dallo scenario internazionale.

5. UN’ALTRA ITALIA: o l’Italia ce la fa tutta insieme o rischia di non farcela. Si confrontano due storie: quella del Grande Gatsby e la storia di 4 milioni di italiani in povertà assoluta. Fonte Inps: su 100 euro di spesa sociale solo 3 vanno ai più poveri; delle prestazioni assistenziali, il 30% va alla popolazione più ricca.

La proposta: maggiore eguaglianza e valutazione del merito al cancello di partenza, ( sostenere studenti poveri ma meritevoli, aiutare le famiglie indigenti per accrescere le opportunità) e sostegno successivo. Punto di riferimento è il ciclo di vita non il qui e ora: valutare non solo il reddito ma l’appartenenza di genere, l’etnia, la generazione; il welfare mantenga la sua universalità ma sia orientato soprattutto ai meno favoriti.

Non più solo pensioni e risarcimenti passivi ma lotta alla povertà e promozione mobilità sociale.

Urgono investimenti pubblici per sostenere l’innovazione tecnologica.

Lavorare al ‘sostegno di inclusione attiva’. Non si tratta del reddito di cittadinanza. Erogarlo solo a persone indigenti e prevedere un programma di attivazione. Un patto con lo Stato, non pasti gratis, che, se non rispettato, decade.

Prevedere un tetto agli stipendi dei manager: differenze alte giustificate solo se aumentano il reddito complessivo e se i frutti vanno a vantaggio dei più sfavoriti. Nel caso Atac di Roma, gli stipendi ai manager verrebbero ridotti al lumicino.

Investire nella conoscenza: in passato il progresso tecnico ha aumentato le capacità dell’uomo. La rivoluzione delle tecnologie digitali, con la macchina che sostituisce le capacità cognitive dell’uomo, rende superflue alcune funzioni, come il cavallo con la locomotiva. Da qui: estendere il raggio dei mestieri, valorizzare e investire sui ‘nuovi artigiani’, investire sulle idee, premialità a chi si connette e a chi si consorzia, all’export manifatturiero, alla green economy (30% imprese del settore innovano contro il 15% delle altre, il 44% esportano contro il 24% delle altre), incentivi fiscali a chi investe in cultura e arte.

I socialisti sono come la 500: affidabili e con una bella storia. E con l’ambizione di tracciare una strada.

Preservare la comunità integra.

Siamo gli unici ad aver attraversato il deserto, gli unici ad aver conservato ideali raccolti in una comunità, un un nome, in un simbolo, in una bandiera.

Tra reduci nostalgici e pionieri, preferisco i pionieri.

#CAMBIANDO. Conferenza programmatica del Psi

Conferenza

Un breve filmato con delle immagini tratte dal film su Facebook e il suo inventore Mark Zuckeberg, un’introduzione di Giada Fazzalari, capoufficio stampa del PSI che ha messo in rilievo proprio il valore delle novità nel mondo della comunicazione e poi l’avvio dei lavori della Conferenza programmatica affidato a Carlo Vizzini, che presiede i lavori.

Nelle parole di Vizzini – dopo i ringraziamenti agli ospiti e a chi ha dato il suo contributo per la riuscita della manifestazione – i punti da salienti dell’impegno dei socialisti, cominciando dalla difficile attualità e dalla partecipazione alla maggioranza – “siamo un partito leale che non ricatta il governo” – fino al tema della laicità dello Stato. Vizzini ha ricordato che oggi il PSI conduce tante delle battaglie che già erano state combattute negli anni ‘70 e ’80, quando imperava il “patto scellerato tra DC e PCI”, a cominciare proprio da quelle sui diritti civili che ci portano oggi a vedere papa Francesco come addirittura più laico di quanto non riescano ad essere i protagonisti principali dell’attualità politica.

Conferenza-Fazzalari

Una parte dell’intervento è stata dedicata alla questione delle riforme istituzionali e della legge elettorale. Mettendo l’accento sull’Italicum ha spiegato che “l’idea di trasformare un Paese oggi tribolare in un Paese bipartitico con una legge elettorale ad hoc, mi pare di difficile realizzazione”, fino ad arrivare alla cancellazione di partiti e formazioni politiche che hanno radici e una storia importante per il Paese alle spalle. “Non si può immaginare che la logica del ‘voto utile’ faccia scomparire i partiti più piccoli e nelle ultime due settimane prima del voto anche quelli di media grandezza” e per questo anche sarebbe utile invece ragionare attorno alla possibilità di un apparentamento tra le forze politiche dando il premio di maggioranza alla coalizione e non alla lista. D’altra parte con questa legge elettorale la vittoria nel 2013 sarebbe andata al Movimento 5 stelle, la lista che aveva preso più voti di tutti!

Quanto alla riforma delle Istituzioni, secondo Vizzini bisognerebbe tornare a chiedere agli elettori cosa vogliono. Bisognerebbe offrire la possibilità di scegliere tra il sistema attuale, più o meno mascherato e confuso che indica sulla scheda un nome, ma poi dà al Capo dello Stato il potere di scegliere il candidato alla Presidenza del Consiglio oppure votare direttamente per scegliere la persona a cui affidare le redini del Paese.

Una parentesi per le pessime condizioni del Mezzogiorno così come ce le ha ricordate l’ultimo rapporto della Svimez. “Tra Nord e Sud ci sono trenta anni di differenza!” “Non basta certo lo sforzo di un pezzo solo del Paese per farci uscire dalla crisi economica” e “non bisogna dimenticare che se deraglia un vagone, alla fine deraglia tutto il treno”. E dalla crisi un passaggio alla questione della moralità pubblica, con gli scandali di corruzione che si succedono incessantemente e che hanno coinvolto perfino quella parte della magistratura che si occupa della gestione dei beni sequestrati alla mafia. Una situazione pesante che ha visto coinvolta anche quella parte dell’organizzazione degli industriali che si occupa proprio del rispetto della legalità fino al paradosso che “in Sicilia negli ultimi anni nessuna impresa è stata espulsa perché collusa con la malavita organizzata” e così “secondo Confindustria in Sicilia la mafia non esiste più!”.

Sono questi i fatti che ci fanno pensare che si stia rubando il futuro ai giovani, ormai pronti anche a partire per l’estero senza neppure il pensiero che si possibile tornare indietro. Sono questi i fatti che portano gli elettori a disertare le urne e se qualcuno canta vittoria perché nei sondaggi ha il 35% dei voti, non possiamo dimenticare che c’è anche un 50% che non andrà a votare: dunque che vittoria è con il 35% dei voti, ma della metà degli elettori? La gente si sente lontana dai partiti e dalla politica.

Noi qui oggi possiamo cominciare a cercare di dare delle risposte; immaginare anche battaglie da combattere perché sono giuste anche se quelle battaglie non portano voti.

“Il socialismo c’è in Italia, in Europa e nel mondo. Noi vogliamo essere socialisti”.

Dopo l’introduzione di Vizzini, dal palco hanno preso la parola Roberto Sajeva, “Giovani e socialisti”, Maria Cristina Pisani, “Riformismo 2.0”, Luigi Covatta ‘Governare il cambiamento’, Mauro Del Bue ‘Proposte per il futuro’, Ugo Intini, ‘Avanti Italia!’.

Nel pomeriggio, dopo la pausa pranzo, si sono riuniti i sei tavoli di lavoro (vedi programma).

“Buona la prima – ha detto il segretario del Psi, Riccardo Nencini, commentando la prima giornata dei lavori -. Domani (sabato) tireremo le conclusioni dei nostri lavori. Affideremo la lettura di questo paese a dirigenti e amministratori socialisti giunti a Roma da tutta Italia. Nei sei tavoli di lavoro abbiamo parlato di come rinnovare istituzioni, società, territorio, politica estera, lavoro, diritti. E consegneremo l’Idea dell’Italia che ci sta a cuore”.

Conferenza programmatica

Roberto Sajeva: Giovani e socialisti
Questa è la prima conferenza programmatica dopo la presa di coscienza italiana della crisi del PSE.
Il Partito del Socialismo Europeo era nato in Italia come sintesi tra le esperienze socialiste democratiche e comuniste, come speranza di una rinnovata unità del fronte popolare … (continua)

Maria Cristina Pisani: Riformismo 2.0
Questa non è una banale conferenza, non siamo qui riuniti soltanto per battere un colpo e contarci insieme, sappiamo chi siamo, sappiamo quanto valiamo. Questo è il momento in cui ripensare e ripensarci. La nostra storia recente e il futuro che ci attende. Cercando di alzare lo sguardo e di cambiare … (continua)

Luigi Covatta: Governare il cambiamento
Governare il cambiamento era il titolo della prima conferenza programmatica del Psi, quella di Rimini del 1982. Il titolo lo scelse Craxi. Io proponevo Rifare l’Italia, ed in cuor mio pensavo a quel Changer la vie col quale l’anno prima Mitterrand aveva portato al successo l’unione della sinistra. Lui mi obiettò che il riformismo … (continua)

Mauro Del Bue: Proposte per il futuro
Massimo Cacciari, trasformato in brillante commentatore televisivo, ha rilevato, anche alla luce del caso Marino, che la politica deve essere una professione e che senza la selezione nei partiti non si forma una classe dirigente. Grazie per la rivelazione dell’uovo di Colombo. Noi l’avevamo già intuito, qualche tempo fa … (continua)

Ugo Intini: ‘Avanti Italia!
Non ho consigli da dare sull’azione politica. Perché non ho contatti diretti, non sono in palla né in allenamento. Lo sono i dirigenti del mio partito, che pertanto seguo e appoggio. Sperando che riescano con i loro sforzi a conservare una presenza nelle istituzioni, che è la prima necessità … (continua)

LIBERI NELLE SCELTE

Conf program chiude

Riccardo Nencini
Dai tavoli sono emerse idee molto interessanti da discutere. Quando abbiamo discusso delle conferenza programmatica siamo andati a ricordare l’Italia degli anni ‘80.  1982: l’Italia da società industriale a terziario, fine dell’emergenza terroristica, superamento del compromesso storico e dell’egemonia Dc, ruolo centrale dei partiti, ripresa economica, speranza europea con Maastricht alle porte, la partecipazione al voto era molto alta, Yalta scalfita ma in piedi, assenza del problema dei migranti, desiderio di governi stabili. Possiamo dire tutto questo in una frase, era una società strutturata. Ora invece si parla di società molecolare… (Qui ampi stralci del testo integrale)

Enrico Buemi
Le istituzioni della democrazia: aprire una grande stagione costituente

Buemi_Le istituzioni della democrazia smallModifica della Legge elettorale, con premio di coalizione non al partito, ma alla coalizione, più omogenizzazione dei sistemi elettorali regionali. Accorpamento delle regioni. Sistema semipresidenziale. Superamento dell’attuale assetto delle regioni.
Accorpamento dei comuni, passare dalla volontaria alla obbligatoria fissando parametri adeguati. Controlli preventivi sulle PA, enti locali compresi, ridiscussione della legge Bassanini, legge sul conflitto di interessi e modifica della Severino. Riforma del CSM, modifica dell’obbligatorietà dell’azione penale. Tutela economica del cittadino innocente nel processo. Accorpamento dei processi civile, amministrativo, contabile. (qui il testo integrale)

Oreste Pastorelli
Tutela del territorio: semplificare le procedure e progettare lo sviluppo

Nel corso del dibattito, riguardante la promozione di un cambiamento del territorio, le idee e gli spunti di riflessione sono stati molti.  La direzione, ampiamente condivisa da tutti gli intervenuti, è quella di valorizzare il tema dell’ambiente e di tutti gli aspetti ad esso connessi, ponendolo al primo posto dell’agenda parlamentare e amministrativa del Partito.

Pstorelli - Tutela del territorioDel resto, l’assunto di base è il seguente: la sensibilità per l’ambiente è connotato caratteristico e originario della visione Socialista. In questo quadro politico, è chiaro che una parte rilevante del dibattito è stata occupata dalle così dette politiche di conservazione programmata e preventiva del patrimonio artistico e ambientale la cui realizzazione pratica deve necessariamente passare attraverso una modernizzazione delle istituzioni ad esse preposte.  In questo senso la proposta di creare un nuovo Ministero dell’Ambiente e del Territorio nel quale, in un’ottica di semplificazione, far confluire le competenze degli attuali Ministeri dell’Ambiente, delle Infrastrutture e dei beni culturali, rappresenta una battaglia politica sulla quale il Partito deve investire energie e competenze, le quali non mancano. (qui il testo integrale)

Elisa Sassoli
La società solidale: riproporre l’alleanza tra merito e bisogno

Elisa Sassoli - La società solidaleIl merito come qualità individuale va riconosciuto e valorizzato e deve camminare di pari passo con il riconoscimento dei bisogni. Immaginare una società solidale, una società che favorisce lo sviluppo, vuol dire, ad esempio, realizzare le pari opportunità. Nel concreto il tema vero è quello del governo dei servizi per il bene pubblico con particolare riguardo alla conoscenza, alla scuola, ai giovani in modo particolare. Nella società moderna la conoscenza è lo strumento migliore per attivare lo sviluppo. Elisa Sassoli - La società solidale 2Quanto è stato fatto con la ‘Buona scuola’ va implementato. Indubbiamente si poteva fare di meglio e di più, ma la ricerca del meglio può comportare un rischio, quello di cadere nell’immobilismo.
Ancora dal gruppo di lavoro emerso il sostegno al voto ai sedicenni, alla riforma del terzo settore, al contrasto alla disparità di genere nel trattamento retributivo, al diritto alla studio.

Giampiero Magnani
La buona economia, lavorare meglio, lavorare tutti

Giampiero Magnani - La buona economiaIl problema del movimento sindacale è che ancora legato all’era fordista, ce lo dice la videnda Fiat.
Purtroppo oggi si lavora in pochi e male, ma il lavoro resta il fattore fondamentale dell’Italia produttiva. L’obiettivo è ridare vitalità al movimento sindacale partendo dalla scuola. Perché è solo
introducendo nella scuola la cultura della professionalità che si può iniziare a dare vigore al lavoro. E’ nostro obiettivo è anche valorizzare il talento migrante. Inoltre si deve ripartire con il lavoro attraverso le vecchie aree produttive che vanno rivitalizzate. Non bisogna mai dimenticare che senza lo sviluppo del mezzogiorno l’Italia non riparte.
Occorre creare un’agenda culturale italiana, per poter meglio valorizzare il nostro Paese.
Inoltre non basta dire no alle opere pubbliche, in questo modo non si risolvono i problemi ma Chiediamo maggiori risorse per la green economy, senza dimenticare che occorre una
progressività sulle tasse di successione. Da precisare chenon si può fare cassa sul gioco d’azzardo ma ha bisogno di ben altri interventi. Per ridurre il numero degli inattivi, servono delle politiche del Welfare come l’assegno di cittadinanza. Inoltre è fondamentale ridurre la spesa pubblica perché lo Stato è il primo datore di lavoro

Per quanto riguarda la Finanza è opportuno rivedere le politiche sulle banche pubbliche e ridare fiato al microcredito per far ripartire l’economia. E’ stato calcolato che se venissero ridotti i tempi di pagamento solo per quanto riguarda gli arretrati che lo Stato deve alle aziende si alzerebbe il pil di 1,2%

La recente crisi mondiale va affrontata con giuste misure e dobbiamo ricordare che
il debito pubblico italiano si è fermato solo grazie a Mario Draghi
Siamo parte dell’Ue e bisogna salvare l’unione salvando la potenza politica europea nel mondo, il compito più difficile per il socialismo.  

Leonardo Scimmi
Pace e sicurezza: governare la globalizzazione

Craxi - Pace e sicurezzaPace e sicurezza sono temi che con non possono essere distinti. Per la sua posizione nel Mediterraneo l’Italia deve essere  protagonista nella gestione di questo teme. Le ricadute delle immigrazione non controllata che hanno spaventato l’Europa che ora cerca di intervenire in modo tardivo. E questo ha portato al nascere di relazioni politiche pericolose con il riaffiorare di rigurgiti xenofobi. Inoltre l’apertura dei mercati finanziari ha creato una crescita forte dei mercanti emergenti suscitando il desiderio di molti di fare parte di questi nuovi mercati e ricchezze. Per ristabilire un equilibrio internazionale serve sostenere sforzi per realizzare una politica comune di difesa, rafforzando all stesso tempo la  presenza europea nella Nato. Sollecitare la comunità internazionale affinché intervenga nel conflitto palestinese. Infine la necessità di scoraggiare le politiche nazionalistiche di dell’est Europa e una più precisa politica estera da parte dell’Italia in zone come la Libia. Insomma occorre rivedere le politiche per governare il fenomeno dell’immigrazione che non è riducibile a solamente a problema di ordine pubblico. Per questo proponiamo la convocazione di un congresso straordinario del Pse sul fenomeno del’immigrazione. Così come allo stesso tempo proponiamo il superamento della legge Bossi-Fini.

Pia Locatelli
La libertà delle persone: liberi e uguali

Pia Locatelli - La libertà delle persone“In 3 ore abbiamo affrontato 32 argomenti” ha spiegato per illustrare la vastità dei temi trattati che si sono occupati di giustizia, libertà dell’informazione, omofobia e questione gender, emigrazione e politica estera (quando c’è e quando non c’è), violenza sulle donne, gioco d’azzardo, diritti civili, legge 40 …
Di questi temi particolare molto tempo è stato preso dalla questione delle unioni civili anche alla luce dell’ultima sentenza che ha annullato le trascrizioni dei matrimoni con un giudice relatore, che per le sue posizioni note, avrebbe dovuto astenersi. Bisogna fare una legge che regoli le unioni civili. “Nel 1988 con Alma Cappiello presentammo una proposta di legge per le coppie di fatto, sia omosessuali che eterosessuali, e oggi siamo ancora a questo punto…”
Anche sul fine vita e sul testamento biologico bisogna costringere i legislatori ad occuparsene. In Italia il 60,70% sono favorevoli all’eutanasia e il 90% al testamento biologico. Ogni anno 20 mila pazienti vengono aiutati a morire neli ospedali italiani.
Il tema su cui invece si sono riscontrare le maggiori differenze è stato quello dell’amnistia e delle carceri. Contrarietà all’amnistia per ragioni diverse. C’è la consapevolezza di un senso di insicurezza diffuso e di un sistema giudiziario che non funziona. Carceri e amnistia sono un tema aperto.


Interventi:

Raffaello De Ruggieri
L’esperienza di Matera capitale della cultura

Raffaello De Ruggieri L'esperienza di Matera capitale della culturaIn qualità di sindaco di Matera voglio esprimere alcune valutazioni sull’esperienza che mi porto addosso.
l’ambizione di un sindaco del mezzogiorno è quella di costruire di un mezzogiorno che funziona e non si lamenta e vuole costruire un punto di riferimento per declinare i precedenti interventi
La mia è stata una lunga militanza civica, in tre mesi abbiamo costruito un movimento e come Davide abbiamo abbattuto Golia, con un metodo mitridate, cioè distillare con caparbia e costanza il seme del valore e dell’appartenenza sociale. Per ritrovare il senso dell’autostima, non un prurito razziale ma cercare se stessi e il possibile futuro
Chi ha trovato nel fattore cultura l’elemento edificante perché la cultura è un modo di vivere, la cultura d’azione, una cultura da vivere, operaia, un metodo che ha trasformato un territorio di infamia nazionale e disaffezione in orgoglio d’appartenenza. Da territorio inerte a fecondo,
Matera ha vissuto un forte degrado per arrivare a patrimonio dell’Unesco
Una città marginale, periferica e minore è riuscita a vincere città aristocratiche grazie alla sua lievitazione comunitaria. Il miracolo quindi è avvenuto con la politica identitaria e di appartenenza, i cittadini non sono stati più clienti e spettatori ma protagonisti

Noi siamo scesi in campo dopo la vittoria (quella di Matera capitale della cultura, ndr) perché la vittoria andava governata, senza ostentazione ma attraverso la progettualità.
Si è passati dall’immobilismo a una vitalità di fiducia e speranza, quello che manca al nostro Paese. Oggi Matera è un brand, voglio costruire un meridionalismo vincente che sia lievito per l’Italia

Elisabetta Cianfanelli
La condivisione delle idee

Elisabetta Cianfanelli La condivisione delle ideeNell’era dei social mancano spazi come questi. Spazi di condivisione delle idee. Le pmi italiane sono il 99 % delle imprese italiane e rappresentano l’80 per cento dell’occupazione e sono quelle che assumono i giovani. Le nostre pmi esportano il 27.8 % superando la media europea. Le pmi sono luoghi di coesione sociale che lavorano in nicchie di mercato che rappresentano l’eccellenza italiana. La debolezza è la loro piccola dimensione, insieme alla mancanza di un sistema di comunicazione per la diffusine nel mondo del prodotto italiano. Le start-up: l’Italia sta diventando un paese che produce tanti device a alta tecnologia digitale. Questi incubatori di tecnologia hanno però dei punti di debolezza. Prima di tutto quello di trasferire la cultura delle start-up nelle imprese italiane. Le start-up italiane sono per la maggior parte comprate da imprese estere, portando via il lavoro fatto nel nostro paese. Poi c’è il nodo della pubblica amministrazione che ha reso la vita a tutti noi italiani sempre più complessa. E su questo si deve intervenire.

Galli Della Loggia
Ma cos’è il cambiamento?

Galli Della Loggia

A un piccolo partito non chiederei il realismo delle proposte. Piuttosto chiederi il lusso di essere visionari, di parlare in modo diverso, di affermare le proprie diversità, di combattere così la desertificazione culturale.

Ma la domanda che bisogna porsi è: cosa vuol dire cambiamento? Il cambiamento è sempre un valore di per sé? Il cambiamento è sempre un progresso? Parliamo di cambiamento sempre come una cosa bella, ma io avrfei invece dei dubbi. L’Italia degli ultimi due decenni è forse meglio di quella precedente? Io avrei dei dubbi.

Per esempio la tecnologie esprimono cambiamenti continui; abbiamo un nuovo modello di i-Phone ogni sei mesi. Ma questo è un cambiamento positivo?

Il cambiamento è spesso in Italia sinonimo di disgregazione sociale, che immoiserisce la società.

Chiediamoci per quanto tempo ancora le nostre democrazie riusciranno a comprare il consenso soiale attraverso la spesa pubblica, il welfare. L’identità della socialdemocrazia europea è legata al keynesismo. Oggi le vittorie della destra segnalano l’emergere della crisi dei legami sociali. In questo senso può essere letta anche la riscoperta dei valori religiosi che si identificano proprio con i legami sociali.

Dunque cambiare, ma come?la sinistra dovrebbe prosi questo problema innanzitutto e invec la sinistra è sempre un apologeta del cambiamento. Ma una volta non era così. La sinistra è nata contestando la validità in sé del cambiamento.

Pensiamo per esempio all’ampliamento della sfera dei diritti e chiediamoci invece se ci sono dei limiti così mcome ci sono limiti alle risorse. Perché non consideriamo possibile la poligamia anche tra persone consenzienti? Perché riconosciamo che ci sia un limite.

Piutttosto al sinistra dovrebbe riscoprire il tema delle chanche, delle possibilità di crescita che vengono offerte a ogni individuo.Panoramica

Siamo di fronte alla catastrofe del sistema dell’istruzione che da due decenni non è più un ascensore sociale. Allora su questo la sinistra, non i singoli partiti, dovrebbe fare dell’autocritica. Dovremmo ripensare al ruolo che hanno avuto la sinistra e i sindacati in questa catastrofe.

Cambiamento può voler dire anche mantenere o addirittura restaturare. E lo Stato è lo strumento. Per esempio potremmo dire che l’aver fatto le Regioni è stato uno sbaglio colossale. Pensate che forza avrebbe la sinistra se dicesse questo: è stata una boiata pazzesca!

Dobbiamo fare dunque un discorso molto serio sul contenuto del cambiamento. Dobbiamo ricordare che il socialismo è nato contestando la qualità del cambiamento. Voleva vedere cosa c’era sotto, voleva sottoporlo al giudizio dei valori.


Qui Seconda giornata video audio di radio Radicale

Qui Intervista di Riccardo Nencini a RaiNews 24

Conferenza programmatica – Oreste Pastorelli – Riprendiamoci la nostra storia

Oreste Pastorelli – Riprendiamoci la nostra storia

Care Compagne e Cari Compagni,

Come prima cosa, desidero ringraziare tutti coloro che ieri hanno partecipato al tavolo sul territorio: sia i relatori, sia i rappresentanti delle federazioni regionali e provinciali che sono intervenuti.

Nel corso del dibattito, riguardante la promozione di un cambiamento del territorio, le idee e gli spunti di riflessione sono stati maggiori dei problemi legati a questo macro-tema; e sappiamo quanto quest’ultimo sia problematico.

Comincio da quest’aspetto per sottolineare la proficuità di questa conferenza programmatica, dove non ci si è abbandonati ad inutili polemiche.

Al contrario, le proposte e le visioni che si sono avvicendate nel corso dei lavori hanno confermato una volta di più l’unicità del nostro Partito, dotato di una forte sensibilità ambientale, in grado di influenzare ogni aspetto della sua proposta politica.

La direzione, ampiamente condivisa da tutti gli intervenuti, è quella di valorizzare il tema dell’ambiente e di tutti gli aspetti ad esso connessi, ponendolo al primo posto dell’agenda parlamentare e amministrativa del Partito.

Del resto, l’assunto di base è il seguente: la sensibilità per l’ambiente è connotato caratteristico e originario della visione Socialista – si è parlato non a caso di eco-socialismo –, risultando strettamente connessa alla nostra idea di libertà e di progresso sociale.

In questo quadro politico, è chiaro che una parte rilevante del dibattito è stata occupata dalle così dette politiche di conservazione programmata e preventiva del patrimonio artistico e ambientale; com’è noto, quest’ultime esistono da tempo nel nostro ordinamento, ma la loro realizzazione pratica deve necessariamente passare attraverso una modernizzazione delle istituzioni ad esse preposte.

Quest’ultimo dunque deve essere il principale obiettivo del Partito, realizzabile solo attraverso un ripensamento delle strutture statali, e in primis di quelle ministeriali.

In questo senso la proposta di creare un nuovo Ministero dell’Ambiente e del Territorio nel quale, in un’ottica di semplificazione, far confluire le competenze degli attuali Ministeri dell’Ambiente, delle Infrastrutture e dei beni culturali, rappresenta una battaglia politica sulla quale il Partito deve investire energie e competenze, le quali, come abbiamo visto, non mancano.

La conservazione tanto del patrimonio artistico che di quello ambientale, anche per l’alto grado di reciproca compenetrazione che li caratterizza, richiede una “visione d’insieme” in grado di coordinare gli aspetti burocratici, giuridici e più propriamente tecnici legati ad ogni singola opera di conservazione.

Un esempio per tutti: finora si è ragionato in termini di “vincolismo”, limitando fortemente le iniziative di recupero pubbliche e private; tale approccio, in realtà, ha solo desertificato e mummificato i centri storici, lasciandoli in stato di completo degrado.

L’abbandono di questa impostazione deve però coniugarsi con una progettualità moderna e ordinata, non potendosi concepire uno sviluppo, al contrario,  anarchico dei centri urbani.

Accanto alla questione più propriamente organizzativa, vi è dunque anche la necessità di aggiornare l’attuale quadro normativo anche con riguardo agli strumenti di tutela del territorio; non è infatti tollerabile che quest’ultima sia  ancora oggi affidata a leggi e a decreti risalenti al periodo fascista.

Appare, poi, chiaro che il tema delle infrastrutture e quello dell’ambiente siano tra loro intimamente connessi: si guardi al problema del rischio idrogeologico.

La soluzione di questo non può certo prescindere da un ripensamento delle tecnologie costruttive e di recupero del patrimonio edilizio privato e pubblico; di qui l’ulteriore conferma che solo un nuovo Ministero dell’Ambiente e del Territorio, supportato da un’adeguata normativa di settore (che tenga conto della complessità del concetto di territorio e delle esigenze ad esso connesse), potrà far fronte a queste sfide, facendo recuperare al Paese decenni di ritardo.

Non solo, con riguardo al rischio idrogeologico occorre mettere in campo ogni anno risorse con le quali mettere in sicurezza il territorio: del resto, la destinazione annuale di una quota fissa del PIL appare l’unica soluzione seria per questo tipo di problemi.

C’è poi il tema del consumo del territorio: dal dibattito di ieri è emerso che l’attuale normativa vigente non stia di fatto raggiungendo l’obiettivo del “consumo zero”.

Nonostante se ne parli molto, l’edificabilità dei territori non sembra infatti essere diminuita: vi è quindi anche in questo caso la necessità di normative ben collegate alle concrete condizioni del territorio.

Molto spesso invece ci si trova di fronte a territori fortemente antropizzati, i quali solo successivamente, e in modo del tutto inutile, sono sottoposti a vincolo.

Le stesse procedure autorizzative devono essere semplificate ulteriormente: si pensi ai tempi lunghissimi e incerti per il rilascio di pareri da parte della Soprintendenza dei beni culturali.

In quel caso un semplice chiarimento legislativo circa i margini di applicabilità del meccanismo del “silenzio-assenso” aiuterebbe gli stessi enti locali nella gestione dei titoli edificatori; non solo, anche l’utilizzo di nuove tecnologie da parte della P.A. per il monitoraggio del territorio appare cosa urgente.

“Piccole-grandi” misure che richiedono, però, una visione d’insieme e una conoscenza delle reali esigenze del territorio: solo così sarà possibile far funzionare le procedure già esistenti ma non pienamente efficaci.

Molto deve essere fatto, poi, con riguardo al recupero dei beni demaniali per l’housing sociale: occorre snellire la filiera istituzionale in grado di incidere sull’utilizzo di tali beni, chiarendo le competenze di ciascuno, e riflettendo volta per volta sui costi di tali interventi che comunque devono essere fatti.

E’ venuto poi alla nostra attenzione il tema degli enti locali: qui si deve fare una riflessione aperta sull’attuale disciplina riguardante le competenze e le funzioni dei comuni, specie in materie di gestione e controllo del territorio.

Data la dimensione generalmente medio-piccola dei comuni in Italia, c’è da chiedersi se non occorra risalire a livelli di governo superiori (quali le Regioni) per l’elaborazione e l’attuazione di programmi di valorizzazione o di tutela del territorio.

Altro profilo emerso con forza dai lavori di ieri è il collegamento tra il tema del territorio e quello dello sviluppo: questo aspetto è in grado di caratterizzare l’intera offerta politica del nostro Partito, distinguendo quest’ultimo rispetto agli altri soggetti politici: un tema e una proposta – mi riferisco al ministero del territorio – sulla base dei quali aggregare consenso politico.

Per fare tutto ciò, occorre abbandonare l’ottica formalistica delle procedure per abbracciare quella più concreta delle strategie, a medio e lungo termine, ed è chiaro che il nuovo modello di Ministero dell’Ambiente e del Territorio che proponiamo dovrà esprimere proprio questa visione: un neo-territorialismo in grado di elaborare ecosistemi urbani, e di garantire la compatibilità e la sostenibilità delle attività umane con l’ambiente nel quale si svolgono.

A quest’ultimo riguardo, mi preme sottolineare come in questo discorso svolga un ruolo fondamentale l’attività agricola: il rilancio di questa attraverso misure a sostegno dell’agricoltura sociale ed ecosostenibile (specie se svolta da giovani imprenditori) rappresentano strumenti fondamentali per la ripresa economica (in particolare nei piccoli centri), per la cura del territorio e la conservazione dell’ambiente; sono già molte le iniziative parlamentari del Partito su questo tema, il che conferma quanto si è detto sin qui, ma occorre proseguire su questa strada, investendo sempre di più sulla green economy.

Finora, infatti, lo sviluppo economico non sembra abbia coinciso con lo sviluppo del territorio e la cura dell’ambiente: questo perché quelle sinergie inter istituzionali, da più parti auspicate negli ultimi 50 anni, non hanno funzionato, non hanno prodotto quei frutti, quelle strategie in grado di salvare il nostro territorio e di farlo crescere.

In questo senso, c’è la necessità di ritornare anche sul titolo V della costituzione, così come sulla disciplina urbanistica, per ripensare competenze e percorsi decisionali, in grado di intervenire in primis sul futuro delle nostre città.

Da quanto è emerso nel corso dei lavori, c’è la necessità dunque di un’interpretazione dell’ambiente “culturalmente diversa”, all’avanguardia rispetto a quanto sinora proposto dai vari soggetti politici: su questo punto, insisto, il Partito socialista si colloca in posizione di forte vantaggio politico, avendo compreso prima degli altri l’importanza di questi temi.

I problemi sinora citati, e affrontati nel corso del dibattito, appaiono tutti tra loro collegati, anzi intrecciati: quelli del consumo del territorio, del divario tra nord e sud, della carenza delle reti, del rischio idrogeologico, del risparmio energetico sono tutti problemi che si rincorrono tra loro e che con il tempo si sono ingigantiti.

Dinanzi a questo quadro occorre allora un approccio “sistemico”: l’unica chiave di lettura in grado di elaborare soluzioni efficaci; si pensi ad esempio alle potenzialità della portualità italiana rispetto alle principali tratte commerciali presenti nel mediterraneo: se dietro un porto italiano non c’è un’adeguata “retro-portualità” (snodi autostradali e ferroviarie, etc.), non si possono realizzare tutte le potenzialità ad esso connesse, facendo così perdere importanti occasioni all’intero sistema Paese.

Ebbene, le riflessioni emerse nel dibattito, tutte estremamente ricche di spunti, anche operativi, testimoniano di una grande vivacità culturale del Partito e delle persone che lo animano.

Ho potuto apprezzare la sinergia fra le diverse esperienze, competenze e saperi delle compagne e compagni intervenuti.

Il percorso parlamentare da intraprendere appare quindi ben illuminato ma è indispensabile che apporti di questo tipo si mantengano costanti nei prossimi mesi, realizzando così un dialogo proficuo e produttivo, in grado di supportare l’attività parlamentare del Partito.

Conferenza Programmatica – Giampiero Magnani – la buona economia, lavorare meglio, lavorare tutti

Giampiero Magnani
(coordinatore la buona economia, lavorare meglio, lavorare tutti)

Il problema del movimento sindacale è che ancora legato all’era fordista, ce lo dice la vicenda Fiat.
Purtroppo oggi si lavora in pochi e male, ma il lavoro resta il fattore fondamentale dell’Italia produttiva. L’obiettivo è ridare vitalità al movimento sindacale partendo dalla scuola. Perché è solo
introducendo nella scuola la cultura della professionalità che si può iniziare a dare vigore al lavoro. E’ nostro obiettivo è anche valorizzare il talento migrante. Inoltre si deve ripartire con il lavoro attraverso le vecchie aree produttive che vanno rivitalizzate. Non bisogna mai dimenticare che senza lo sviluppo del mezzogiorno l’Italia non riparte.
Occorre creare un’agenda culturale italiana, per poter meglio valorizzare il nostro Paese.
Inoltre non basta dire no alle opere pubbliche, in questo modo non si risolvono i problemi ma Chiediamo maggiori risorse per la green economy, senza dimenticare che occorre una
progressività sulle tasse di successione. Da precisare chenon si può fare cassa sul gioco d’azzardo ma ha bisogno di ben altri interventi. Per ridurre il numero degli inattivi, servono delle politiche del Welfare come l’assegno di cittadinanza. Inoltre è fondamentale ridurre la spesa pubblica perché lo Stato è il primo datore di lavoro

Per quanto riguarda la Finanza è opportuno rivedere le politiche sulle banche pubbliche e ridare fiato al microcredito per far ripartire l’economia. E’ stato calcolato che se venissero ridotti i tempi di pagamento solo per quanto riguarda gli arretrati che lo Stato deve alle aziende si alzerebbe il pil di 1,2%

La recente crisi mondiale va affrontata con giuste misure e dobbiamo ricordare che
il debito pubblico italiano si è fermato solo grazie a Mario Draghi.

Siamo parte dell’Ue e bisogna salvare l’unione salvando la potenza politica europea nel mondo, il compito più difficile per il socialismo.

Redazione Avanti!

Le installazioni e le performance
di Koki Tanaka
al Macro di Roma

Koki TanakaContinua nel 2015 la partnership tra l’Assessorato Cultura e Sport di Roma – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e Deutsche Bank, nata nel 2012 con l’obiettivo di realizzare presso il MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma, sia mostre personali degli artisti vincitori del Premio Deutsche Bank’s “Artist of the Year” – riconoscimento annuale rivolto ad artisti emergenti o a metà carriera che si sono distinti per la creatività e la significatività del proprio lavoro, sia mostre di grandi artisti della scena contemporanea internazionale.

Quest’anno, dal 1 ottobre al 15 novembre,  il MACRO ospita la mostra “A Vulnerable Narrator, Deferred Rhythms”, la prima più ampia personale dell’artista giapponese Koki Tanaka, Deutsche Bank’s “Artist of the Year” 2015, in Italia. La mostra di Tanaka è curata da Britta Faerber, Chief Curator di Deutsche Bank, e segue le mostre di Yto Barrada (settembre – novembre 2012), Imran Qureshi (settembre – novembre 2013) – rispettivamente Deutsche Bank “Artist of the Year” 2011 e 2013, e di Tobias Rehberger (settembre 2014 – gennaio 2015), Deutsche Bank “Artist of the Year” 2014.

Koki-Tanaka--Macro-Roma

Autore di installazioni e performance che prevedono il coinvolgimento del pubblico, Koki Tanaka – nato in Giappone nel 1975, vive e lavora a Los Angeles – ha ricevuto il prestigioso riconoscimento Deutsche Bank’s “Artist of the Year” per il suo approccio innovativo ai linguaggi dell’arte e la capacità di connettere aspetti estetici con tematiche sociali. La mostra “A Vulnerable Narrator”, esposta presso la ‘Deutsche Bank KunstHalle’ di Berlino nel mese di maggio, offre una panoramica completa del lavoro di Koki Tanaka. Con installazioni video, fotografie e disegni, la mostra collega progetti, documenti e idee di quasi un decennio della sua attività artistica: dagli esperimenti con prodotti e materiali di uso quotidiano fino alle ultime performance.

Nel suo lavoro, Tanaka concentra l’attenzione su elementi di uso comune e semplici attività di tutti i giorni, come fare un tè, suonare il piano e lavorare le ceramiche. L’artista è stato inizialmente interessato a registrare le reazioni di coloro che hanno preso parte alle azioni che lui stesso propone: il “narratore” cui si fa riferimento nel titolo della mostra è colui che percepisce queste piccole cose e sviluppa relazioni con esse. Successivamente, Tanaka estende il suo lavoro alle relazioni personali, organizzando azioni collettive chiamate “Precaurious Tasks”, in cui i partecipanti ricevono istruzioni evocative su come svolgere semplici attività in gruppo. Nel recente passato, il lavoro dell’artista è stato influenzato anche dai disastri ambientali accaduti nel suo paese d’origine, come lo tsunami e l’esplosione nucleare a Fukushima: Tanaka inizia così ad interrogarsi su come comportarsi nelle situazioni di emergenza e ad esaminare la possibilità o l’impossibilità di costruire azioni comuni.

Gioia Cherubini 

Marino non è più sindaco. Nencini: “Tormentone finito”

Marino dimissioni

Francesco Paolo Tronca, prefetto di Milano, è il commissario straordinario individuato per guidare Roma dopo la
decadenza della giunta guidata da Ignazio Marino. Una scelta che vuole rappresentare un chiaro segnale in vista del Giubileo.

Dopo le dimissioni di 26 consiglierei Ignazio Marino non è più sindaco di Roma. Sono arrivate le dimissioni di massa firmate nella sede dei gruppi consiliari in via del Tritone. Sono i 19 consiglieri del Pd che si sono dimessi a cui si sono aggiunti due della maggioranza, Svetlana Celli della Lista civica Marino e Daniele Parrucci di Centro democratico. Si sono dimessi anche i consiglieri di opposizione Roberto Cantiani del Pdl, Alessandro Onorato della Lista Marchini, Ignazio Cozzoli e Francesca Barbato dei Conservatori riformisti. In totale 26 i consiglieri dimissionari.

“Mi è stato negato il confronto in aula e chiedo ancora perché prendo atto che consiglieri si sono sottomessi e dimessi per evitare confronto pubblico”. Sono le prime affermazioni di Ignazio Marino dette in conferenza stampa subito dopo l’ufficializzazione della decadenza del consiglio comunale. “La crisi auspicavo si potesse chiudere in aula invece si è preferito di andare dal notaio, segno di una politica che decide fuori dalle sedi democratiche riducendo gli eletti a persone che ratificano decisioni assunte altrove: ciò nega la democrazia”. E poi l’affondo verso il Pd: “Il Partito democratico è il partito che più mi ha deluso perché i suoi dirigenti hanno rinunciato ad agire al di fuori dei confini della democrazia negando il suo stesso nome”. “In un dibattito aperto e franco in aula – ha proseguito ancora Marino – avrei accettato la sfiducia a viso aperto o avrei detto di andare avanti, avrei detto di fare ciò che è più giusto e non ciò che è più conveniente, per una politica al servizio degli altri e non dei propri vantaggi”. “Sono stato accoltellato da 26 nomi e cognomi ma da un unico mandante” ha detto ancora Marino. “Non mi fa piacere vedere da democratico che il Pd è andato dal notaio con chi ha militato nel partito di Berlusconi”. Nell’ultimo anno, ha aggiunto, “non ho affatto avuto un rapporto turbolento con Renzi. Non ho avuto nessun rapporto”. La risposta del Presidente del Consiglio non si è fatta attendere: “Marino non è vittima di una congiura di palazzo, ma un sindaco che ha perso contatto con la sua città, con la sua gente”. “Al Pd interessa Roma, non le ambizioni di un singolo, anche se sindaco”, aggiunge.

“Tormentone finito”. Ha commentato il Segretario del Psi, Riccardo Nencini. “Se c’è persona che ha utilizzato la brutta politica meglio di Marino alzi una mano. I riformisti che hanno a cuore la città si mettano a disposizione intanto per organizzare il Giubileo”.

Precedentemente il sindaco aveva dato appuntamento all’Auditorium di Roma per chiedere un confronto. “Io continuo a dire che il luogo che la democrazia ha deputato a confronto aperto e un luogo solo: il Consiglio Comunale, aperto a tutti, ai romani, agli italiani e a tutte le telecamere che possono ascoltare la voce del sindaco e le ragioni per cui i consiglieri ritengono o non ritengono di aver fiducia nel sindaco eletto dal 64% delle romane e dei romani. Io continuo a chiedermi perché non si vuole questo confronto”.

Ma subito dopo è arrivata un’altra tegola con la riapertura del fronte delle note spese e con il sindaco che risulta indagato per peculato. Accusa, confermata dal suo legale, in relazione all’uso della carta di credito, assegnatagli dall’amministrazione comunale, per le cene di rappresentanza o istituzionali.
“Devo prendere atto di avere dato la mia lealtà a un bugiardo”, ha scritto su Twitter il senatore Pd ed ex assessore ai Trasporti Stefano Esposito, commentando la notizia. Stamattina, inaugurando una targa toponomastica che intitola il Parco di Tor Vergata a Salvador Allende, Marino ha citato in proposito una sua celebre frase: “Non mi sento un martire, sono un lottatore sociale che tiene fede al compito che il popolo gli ha dato. E vi dico con certezza che il seme affidato alla coscienza degna di migliaia di Cileni, non potrà essere estirpato completamente. Hanno la forza, potranno sottometterci, ma i processi sociali non si fermano né con il crimine né con la forza. La storia è nostra e la fanno i popoli”. Parole che il presidente Allende riferì alla nazione in un discorso tenuto poco prima di morire. E così, dopo Che Guevara già citato da Marino, ora tocca a Salvador Allende e le parole del Presidente cileno possono assumere un valore simbolico vista la situazione politica che coinvolge il primo cittadino.

Ma i riflettori sono tutti puntati ora sui consiglieri Dem che si sono riuniti all’una nella sede dei gruppi consiliari. Ci sono i 19 consiglieri del Partito Democratico e altri sei appartenenti ai gruppi di maggioranza e opposizione che vogliono fare il passo indietro per mettere la parola fine. Queste dimissioni in blocco farebbero scattare automaticamente la decadenza di sindaco e intero consiglio, con conseguente commissariamento disposto dal prefetto di Roma, Franco Gabrielli.

Ma il sindaco rilancia: “Se c’è una tale fortissima ostinazione a persuadere i consiglieri eletti dal popolo a sottrarsi al confronto col sindaco eletto dal popolo, c’è una ragione che mi sfugge”. “Mi chiedo – ha aggiunto – perché se un sindaco chiede un confronto in un luogo democratico come l’aula, le forze politiche usano qualunque strumento, anche le dimissioni di massa, per impedire questo confronto”.

Ginevra Matiz

Giubilo Expo: 21 milioni di visitatori. Ma l’incasso?

Expo-file bigliettiDall’Expo arrivano buone notizie sul fronte degli ingressi in chiusura della manifestazione, ma rimane ancora da capire quanti biglietti sono stati venduti, insomma quanto ha incassato l’Expo e quale sarà il bilancio finale di questa manifestazione che è comunque costata un bel po’ di soldi alle casse pubbliche regionali e statali.

I visitatori, dicono, sono stati davvero tanti: 21 milioni. Un bel numero anche se alla vigilia dell’apertura (il 5 aprtile scorso) la cifra ‘obiettivo’ di biglietti venduti per arrivare al pareggio di bilancio era ben più alta: 24 milioni anche se oggi ne ricordano un’altra un po’ più bassa, 20 milioni. Sui conti, insomma, resta ancora una nebbia fitta condita di tante belle parole.

Dall’Expo informano che il numero dei visitatori che ogni giorno hanno varcato i tornelli di Expo è cresciuto progressivamente soprattutto a partire dal mese di agosto, quando sono arrivati oltre 3 milioni di visitatori. A settembre e ottobre, invece, i record: il 26 settembre si è arrivati a quota 259.093 mila visitatori, il 10 ottobre è stato toccato il picco assoluto, 272.785 mila persone in un solo giorno. Mentre la settimana-record è stata registrata dal 5 all’11 ottobre, con 1.243.701 ingressi in 7 giorni. La quota stimata degli stranieri si aggira tra i 6 e i 7 milioni, un terzo del totale.

“Dietro questo – ha spiegato parlando con i giornalisti il commissario unico, Giuseppe Sala – ci sono Milano e l’Italia, e un modello organizzativo nuovo pubblico-privato. Spero valga anche per il dopo e ho un suggerimento da dare a chi se ne occuperà. Se non si fa un’operazione pubblico-privato non si parte nemmeno”. Il ministro per le Politiche agricole, Maurizio Martina, parla di ‘successo’ – e come potrebbe essere altrimenti? – che è stato “prima di tutto un successo di popolo. La vera svolta è stata nel sentimento popolare che questa grande esperienza è riuscita a generare”. Nel coro degli entusiasti anche la Coldiretti secondo cui da una prima indagine risulta che gli italiani complessivamente hanno speso a Expo, o per Expo, 2,3 miliardi tra viaggio, alloggio, ingresso, consumazioni varie.
Sono più di 140 i Paesi che hanno partecipato ufficialmente all’evento insieme a tre organizzazioni internazionali. In tutto, 54 i padiglioni costruiti dai Paesi, più 9 cluster che hanno ospitato tutti i Paesi che condividono colture particolari (riso, cacao e cioccolato, caffè, frutta e legumi, spezie, cereali e tuberi, bio Mediterraneo, isole e zone aride). I cluster hanno radunato oltre 70 Paesi e sono la novità assoluta dell’esposizione milanese.

Nel corso dei sei mesi hanno visitato Expo circa 60 Capi di Stato e di Governo: da Putin alla Merkel, da Hollande a Cameron, da Netanyahu a Ban Ki-moon. In tutto le visite istituzionali sono state oltre 300. Il continente africano per la prima volta nella storia delle esposizioni universali è stato il più rappresentato, con 39 Paesi presenti, cioè circa un terzo del totale dei partecipanti. Sudan, Angola e Sudan con un loro padiglione, gli altri 36 nei cluster. A centinaia le gite scolastiche organizzate sul Decumano da scuole provenienti da tutta Italia. Alla fine in totale sono stati oltre 2 milioni gli studenti che hanno visitato Expo.

La cosa più incredibile di tutte è stata comunque l’attitudine degli italiani e degli stranieri a fare la fila. Ore e ore passate in coda alle biglietterie per entrare e fare nuovamente la fila per riuscire a vedere uno o due padiglioni, per immergersi in un’atmosfera da strapaese, da Festa de l’Unità 2.0 con tanto di bancarelle. E code anche per mangiare qualcosa a prezzi stellari, ingiustificabili altrove. Un fenomeno curioso che l’ufficio stampa dell’Expo – il vero vincitore indiscusso di questa manifestazione – ha gestito alla grande, trasformando un difetto enorme, che sarebbe risultato intollerabile in qualunque altra situazione, in un irresistibile richiamo subliminale: ‘Se tutti fanno ore di fila per entrare, vuol dire che ne vale la pena’.

Armando Marchio

Terrorismo. Lazio e Lombardia nel mirino

Terrorismo-RomaL’Italia resta uno dei Paesi occidentali più esposti agli attacchi terroristici, specie in vista del Giubileo che avverrà tra poco più di un mese. L’Italian Terrorism Infiltration Index 2015 ideato dall’Istituto Demoskopika ha stilato una classifica sulle regioni più a rischio ed è emerso che in vetta ci sono Lazio e Lombardia. A guidare la graduatoria del rischio è la Lombardia, con un punteggio pari a 10, seguono Lazio (6,48 punti), Emilia Romagna (4,27), Piemonte (3,47) e Veneto (2,67). Negli ultimi 15 anni sono stati portati a termine 96 attentati di matrice terroristica in Italia, mentre sono state oltre 7mila le intercettazioni autorizzate per indagini di terrorismo interno e internazionale. Tre gli indicatori utilizzati: le intercettazioni autorizzate, gli attentati avvenuti in territorio italiano e gli stranieri residenti in Italia provenienti dai Paesi nella ‘top five’ del terrore dall’Institute for Economics and Peace (Iep) nello studio ‘Global Terrorism Index 2014’, cioè Iraq, Afghanistan, Pakistan, Nigeria e Siria.

L’allerta per il terrorismo resta alta per quanto riguarda il giubileo anche se recentemente Giacomo Stucchi, presidente del Copasir, ha dichiarato:
“Al momento – avverte il presidente del Copasir – non ci sono evidenze particolari e specifiche legate alla pianificazione di possibili atti di stampo terroristico per il Giubileo, ma nessuno naturalmente può escludere che la situazione possa evolvere in una direzione non desiderata, ma si lavora tutti col massimo impegno per evitare che ciò accada”.

Terrorismo in Italia (Ansa)

Terrorismo-Italia-Ansa

“Ed è uno sforzo enorme – precisa Stucchi – perché, in un evento come Giubileo, lo ripeto in chiusura, qualsiasi sito religioso, noto o meno poco importa, al pari di altri luoghi ove vi sia un assembramento rilevante di persone sono da ritenere possibili target. Proprio per questo però sono anche i luoghi più analizzati e sorvegliati, grazie a una mappatura specifica, da intelligente e dalle forze dell’ordine”.

Intanto sta facendo discutere la vicenda di Abdelmajid Touil, il giovane marocchino per il quale la corte d’Appello di Milano aveva negato l’estradizione verso la Tunisia in relazione alla strage del museo Bardo. Oggi il Giudice di Pace di Torino non ha convalidato il trattenimento nel Cie. Le indagini condotte dai Ros dei carabinieri e dalla Digos di Milano hanno dimostrato l’assoluta estraneità del ragazzo ad attività terroristiche, e fatto decadere le ragioni per le quali sarebbe dovuto essere rimpatriato in Tunisia—paese nel quale avrebbe rischiato la pena di morte.

Secondo la legge italiana, infatti, l’estradizione deve essere negata quando nel paese richiedente la persona arrestata rischia la pena capitale, “non essendo ammessa nell’ordinamento italiano.”

“Al diniego dell’estradizione consegue automaticamente la revoca delle misure cautelari e la scarcerazione dell’estradando,” si legge nella nota della Corte. Touil è stato infatti rinchiuso nei carceri milanesi di Opera e San Vittore per più di cinque mesi, senza che vi fossero effettivi pericoli di fuga. “Grazie a Dio è uscita fuori la verità”. Sono le prime parole di Fatima, la madre del giovane marocchino.

Redazione Avanti!