domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Dopo Vanoni chi scriverà un piano per l’economia?
Pubblicato il 07-10-2015


Ezio VanoniNei giorni scorsi si è tenuto un convegno presso la sede della Enciclopedia Treccani a Roma dal titolo “Fiducia nel futuro – Una riflessione a 60 anni dal Piano Vanoni”, organizzato da Fondazione Socialismo e Mondoperaio, cui è intervenuto anche il ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Ezio Vanoni è stato un economista e politico italiano della prima metà del Novecento, più volte ministro delle Finanze e del Bilancio tra il 1948 ed il 1956 nei Governi di De Gasperi. Vanoni era un esponente illustre della Democrazia Cristiana e tra gli intellettuali che parteciparono all’elaborazione del cosiddetto Codice di Camaldoli, ossia un documento programmatico di politica economica stilato nel 1943 da esponenti delle forze cattoliche italiane, che nel dopoguerra funse da ispirazione e linea guida per la politica economica della Democrazia Cristiana. Pochi sanno però, come rivelato da Luigi Covatta durante il convegno, che il giovane Vanoni nel 1921 era iscritto al PSI di Matteotti.

Il nome dell’economista è legato soprattutto alla legge Vanoni ed al Piano Vanoni. La prima consisteva in una riforma tributaria che aumentò considerevolmente le entrate dello Stato, introducendo l’obbligo della dichiarazione dei redditi. Il secondo era un piano decennale per l’economia italiana da attuarsi tra il 1955 ed il 1965, con l’obiettivo di produrre piena occupazione, ridurre gli squilibri tra Nord e Sud Italia e risanare i bilanci dello Stato. Il Piano, per raggiungere i propri obiettivi, utilizzava come strumento principale l’aumento del tasso di investimento, ma presupponeva una crescita del Prodotto Interno Lordo superiore al 5% annuo.

In quegli anni l’Italia ebbe una crescita anche superiore, ma il Piano Vanoni non fu mai pienamente realizzato così come concepito. Ciò nonostante si può affermare che quel tentativo di programmazione economica, quella sequenza logica di obiettivi e politiche economiche, era l’esplicitazione di una strategia politica sottostante, quando la Politica era fatta da giganti. Oggigiorno, esiste ancora una strategia politica da parte di chi ci Governa? Oppure si naviga senza bussola e senza rotta in un mare in tempesta?  Possiamo avere fiducia nel futuro?  E, soprattutto, il futuro esiste ancora?

Secondo il ministro Poletti, la nostra idea di futuro è stata costruita su tempi ed assetti che sono saltati. Il presente si consuma così rapidamente che non dà la possibilità di costruire una idea di futuro. Un primo tema è dunque quello del tempo e della velocità: noi oggi siamo incalzati da fenomeni non sempre razionalmente prevedibili. Se così è, le previsioni si rivelano inutili, rischiano di disperdere energie e farci arrivare sempre tardi rispetto alla sequenza degli eventi.

Come si può fronteggiare una situazione di questo tipo? Il problema non è solo italiano, ma di buona parte del mondo occidentale. È innanzitutto un problema di assenza di cultura globale, di mancanza di un pensiero usabile nel tempo. Un secondo tema è quello della rappresentanza politica e della rappresentanza sociale: la rappresentanza sociale si è plasmata sulla rappresentanza politica. I corpi intermedi erano costruiti come piccoli Partiti. Ora non si vogliono colpire questi corpi intermedi, ma si vuole da essi un aiuto per costruire una nuova idea di democrazia più adatta ai tempi. Nel nostro Paese c’è bisogno di un cambiamento, di una rottura che abbiamo evitato per troppo tempo, preferendo guardare le cose accadere, invece di produrre il cambiamento che avremmo voluto. Occorrono dunque leader in grado di far succedere le cose. Come sostiene Poletti, è necessario combattere le rendite, che hanno una insana tendenza ad allearsi fra loro, e moltiplicare le opportunità:  la scelta del Governo è quella di attaccare le rendite radicate a vari livelli nella società tutte insieme e contemporaneamente.

Infine la velocità degli eventi richiede decisioni semplici e rapide, che però comportano un alto rischio di errore. E se la Politica normalmente non ha l’attitudine a riconoscere gli errori, secondo Poletti il Governo considera la possibilità di commettere errori e di correggerli. A tal fine il ministero del Lavoro si è attrezzato per rappresentare sistematicamente i risultati delle proprie politiche, producendo un report periodico che viene consegnato all’opinione pubblica. Quel report può certificare anche un errore del governante, ma la partecipazione dei cittadini è ben accetta perché produce maggiore efficienza nella Pubblica Amministrazione.

Se dunque Vanoni aveva il tempo di programmare, oggi non è più così. Gli eventi non solo si susseguono troppo rapidamente, ma a volte hanno una dimensione che non può essere più ricondotta alla mera sfera nazionale. Anticipare gli avvenimenti e far accadere le cose che vogliamo accadano, questa la ricetta del ministro del Lavoro per costruire una credibilità in ambito europeo, credibilità che poi diventa fondamentale quando si tratta di negoziare in Europa una maggiore flessibilità nei vincoli di bilancio e quindi avere maggiori chances di crescita per la nostra economia. Ecco il moderno Piano Vanoni. A questo punto verrebbe solo la curiosità di chiedere ad Obama se la pensa allo stesso modo…

Alfonso Siano

 

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